Se fossi una sola e non mille forse sarebbe tutto più semplice: incontrare gli altri, parlare con loro, innamorarsi, farsi conoscere, lasciarsi accarezzare, lasciarsi aiutare. Se fossi come quelli che “io sono così, mi piace questa musica qui, queste cose non le mangio, certi film non li guardo e mi vesto in questo modo, mai in un altro” forse sarebbe tutto meno faticoso. Se fossi come quelle persone che “sono un tipo schietto” o “sono un tipo riservato” o ancora “non so stare da solo”. E invece io da sola ci sto bene e ci sto male, amo e odio tutto con la stessa intensità a giorni alterni, sono timida e sfacciata, triste e felice insieme, ironica e permalosa. Sono un groviglio di parole facili, ma che messe insieme diventano difficili da comprendere. Sono un ammasso di scuse e di vorrei. Scuse poco plausibili, vorrei molto resistenti. Sono da tacchi alti e scarpe da tennis, da rock e da pop, sono romantica e cinica, sono resistente agli urti, ma immensamente fragile. Sono confusa, molto. Ho provato a trovare il mio posto nel mondo, davvero: l'ho cercato in un bacio rubato, nell'abbraccio dei miei genitori, sulla spiaggia poco prima che spuntasse il sole, in una discoteca affollata, nel silenzio di una notte che nevicava come Dio la mandava, ma niente. Mi trovo un po’ ovunque, ma troppi pezzi di me restano indietro, chissà dove. Quando sono innamorata sono sempre incazzata, e io mi innamoro spesso-di tutto-e altrettanto spesso mi assale il vuoto. Il vuoto mi fa paura più del buio, più dei ragni, più dei cimiteri quando c'è il sole pieno, più dell'idea di non saper amare. Non vorrei scomparire, che non c'entra nulla, o forse sì, perché invece certi giorni vorrei essere invisibile. Vorrei far pace con me stessa e restare, o trovare qualcosa che mi obblighi a farlo. Magari poi, io, magari io-a restare-potrei anche essere brava. Per ora di me, invece, so solo questo: m'innamoro andando via.
Succede. Uno si fa dei sogni, roba sua, intima, e poi la vita non ci sta a giocarci insieme, e te li smonta, un attimo, una frase, e tutto si disfa. Succede. Mica per altro che vivere è un mestiere gramo. Tocca rassegnarsi. Non ha gratitudine la vita, se capite cosa voglio dire.
“Una gabbia dei topi era stata chiusa male e 2 di loro mancavano all'appello. Erano scappati. O meglio, credevo fossero scappati, invece erano usciti fuori, ma senza fuggire. Si erano fermati a sgranocchiare del cibo due gabbie più giù. Io li ho guardati, prima di rimetterli dentro, un po’ dispiaciuto. Potevate fuggire via da questo posto terribile. Nessuno vi avrebbe inseguito, né avrebbe provato a fermarvi. Sareste potuti correre via, per sempre, scoprire il mondo fuori, l'ignoto, forse morire, certo, ma vivere, per la prima volta da quando eravate nati, un'emozione vera, fuori da questa schifosissima gabbia. Vi sareste sentiti vivi come non mai prima di oggi, avreste vissuto un'avventura che non si sarebbe mai più ripetuta, una cosa da raccontare ai nipoti, agli amici al bar, ai passanti per strada, per i prossimi 30 anni. Invece no, siete rimasti qua dentro, a sgranocchiare la solita merda, come due stronzi, incapaci di decidersi. E domani vi tocca pure lo studente inesperto e sappiamo bene cosa significhi. Ecco, quando mi chiedono “ma si possono paragonare i topi con gli esseri umani?” beh, direi proprio di sì.”