A 8 anni per la prima volta ho visto la morte non solo come un'idea astratta, una scena cinematografica. L'ho vista negli occhi di mia madre che, tornando a casa da lavoro, avrebbe trovato il mio corpo immerso in una pozza di sangue davanti all'uscio di casa.
A 12 anni ho iniziato ad odiare ogni centimetro del mio corpo, a nascondere ogni pelo che ci cresceva sopra, ad ammazzare ogni pretesa che credevo di avere sulla vita.
A 16 anni ho iniziato a credere che l'amore fosse come una corsa all'oro e che io semplicemente non potessi partecipare. Ho curato ogni ferita con attenzione maniacale, come se questo potesse mettere a posto i vetri rotti del mio essere.
A 18 anni ho lasciato ogni ragazzo abitare la mia anima, riempire ogni spazio vuoto di me, con la speranza che questo mi rendesse completa.
A 21 anni ti ho lasciato entrare, ti ho guardato negli occhi e ci ho visto il mio futuro. Come una veggente ormai troppo vecchia mi sono dimenticata di guardare oltre. Non ho visto l'odio, non ho visto la violenza, non ho visto gli insulti, non ho visto la paura.
A 23 anni ho esultato. "Finalmente sono libera, finalmente sono io".
Era vero. Sono libera da ogni persona che poteva tenermi attaccata alla vita. Sono io, vuota, impaurita, sola, triste, incerta, falsa, senza sogni, senza aspirazioni, vuota.
Quanto vorrei non essere mai nata.