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EVERY YEAR AFTER 01.01, Every Summer After
Entra in scena Stefania Colombo.
Stefania con Marco 7×50
Pietro e Stefania - Non ci posso credere che tu te ne vai
Noi siamo grandi, dovremmo decidere per noi stessi
Non siamo grandi, Pietro... Non siamo nemmeno maggiorenni.
Non posso credere che tu te ne vai.
L'amore è più forte di ogni paura
Cap 2 Rivelazioni e preoccupazioni
È successo qualcosa di grave.
Sì, ma cosa? Meno di due ore prima, al telefono, Gloria gli era sembrata strana, certo. Strana ma in ottima salute. Possibile che avesse avuto un malore di gravità tale da spiegare la sua assenza alle nozze e la disperazione di Ezio?
La signorina Moreau è forse… morta o gravemente malata? Proprio ora che Stefania… Una lacrima scende piano piano sulla sua guancia di Marco.
Non posso piangere. Non quando Stefania ha così tanto bisogno di me.
No, non è un malore. È qualcos'altro. Qualcos'altro di altrettanto spaventoso. Ma cosa? La telefonata, in fondo, si era rivelata piuttosto strana. Cosa stava passando in quei momenti nella testa della sua futura suocera?
Pensa, Marco. Pensa. Indagare è il tuo pane quotidiano. Quando, però, sono coinvolte le persone che ami non è semplice. Marco chiude gli occhi. Delle goccioline di sudore gli scendono sulla fronte.
Devi scoprire la verità.
La verità che per Stefania è la cosa più importante e che anche lui merita. La merita perché di sicuro quello che è accaduto a Gloria, di qualsiasi cosa si tratti, è legato agli eventi del giorno precedente.
Ieri Stefania ha rifiutato l'anello di fidanzamento e oggi è corsa da me. Cosa è cambiato?
Dopo aver respirato in profondità per un'ultima volta, si avvicina a Ezio e Stefania, che sono ancora lì, uniti in un abbraccio.
«Che cosa è successo a sua moglie?» domanda.
Ezio si stacca per un attimo dal caldo abbraccio della figlia e i suoi occhi, lucidi e spalancati, si posano su Marco, anche se sembrano trapassarlo come se fosse un fantasma e non un ragazzo in carne e ossa.
«È stata arrestata.» risponde, stringendo di nuovo a sé la figlia, che però lo allontana.
Stefania si stringe il corpo tra le braccia.
«Non è possibile. Non può averla denunciata.»
I singhiozzi la scuotono.
Marco corre da lei, l'abbraccia e la tiene stretta a sé, mentre le bacia i capelli.
«Si risolverà tutto, te lo prometto». Le sussurra all'orecchio, accarezzando una ciocca della chioma scura della Venere.
Una voce femminile lo distoglie dalla bolla in cui è racchiuso insieme a Stefania. Una bolla da ciò è escluso perfino lo stesso Ezio.
«Che cosa sarà successo a quella ragazza? Assomiglia a una delle Veneri del Paradiso.» dice la voce.
Marco torna con i piedi per terra. È lui che deve farlo per tutti. Devono formare uno strano quadretto.
Una ragazza in abito da cerimonia, un signore distinto in lacrime e un giovane uomo che tenta di consolarli. Alcune signore, accompagnate dai loro mariti, hanno distolto lo sguardo dalla vetrina e dalla collezione primaverile di Flora Gentile per puntarlo su quello spettacolo, di sicuro più interessante, che loro tre stanno offrendo gratuitamente.
Guardandosi intorno, prende sottobraccio Ezio e con il braccio libero stringe a sé Stefania.
« Andiamo a casa delle ragazze. Saremo lì in pochi minuti e così potrete scambiarvi tutte le spiegazioni di cui avete bisogno.»
Mentre Colombo raggiunge la sua Topolino, con passo sicuro Marco guida la fidanzata verso la sua macchina.
Ce la farai a fare i conti con questa verità, amore mio, pensa.
Armando Ferraris vaga avanti e indietro, davanti alla porta del piccolo ristorante che Anna e Salvatore hanno scelto per il loro ricevimento. Nemmeno i suoi occhi sembrano trovare pace: lo sguardo si sposta prima a sinistra e poi a destra, pronto a scrutare ogni angolo della minuscola via al centro di Milano.
«Ma che cosa hai, Armando? Non hai mangiato nulla e ora te ne stai qui, in ansia, come un padre a cui sta per nascere un bambino.»
La voce di Agnese lo fa sussultare. Come vorrebbe poterle raccontare tutto. Chiederle un consiglio. Quelli, però, sono i segreti di un'altra persona e lui non può tradire un'amica.
«Sono preoccupato per la signorina Gloria. Non si è vista nemmeno in chiesa e ora è scomparsa anche Stefania.» Gli occhi di Armando non riescono a staccarsi dalla strada, praticamente deserta.
«Per Stefania non devi preoccuparti. Irene mi ha detto che è andata via con Marco di Sant'Erasmo, subito dopo la cerimonia. Sono contenta per quella ragazza. Sempre sfortunata e sola. Si merita di essere felice».
«E Gloria che fine ha fatto?» domanda Ferraris, alzando un po' il tono della voce.
«Avrà avuto un impegno improvviso. Devo ingelosirmi?»
«Sai che esisti solo te per me, Agnese. Ma sono un amico di Gloria e ho un brutto presentimento.» Armando fissa per un'ultima volta la via. È deserta. Non c'è nessuna traccia della Moreau.
Stasera andrò a trovare Stefania. Saprà dirmi qualcosa.
Con un sospiro l'uomo entra all'interno del locale.
Non appena la figlia apre la porta, Ezio inciampa su un vaso di fiori, che Irene aveva lasciato a terra, tra l'uscio e l'angolo cottura.
Un vaso che ricorda a Marco la tragica proposta del giorno prima, quando aveva riempito l'appartamento delle ragazze di fiori, desideroso di creare un'atmosfera romantica.
Deciso a lasciarsi alle spalle, almeno per il momento, quell'evento catastrofico del giorno prima, Sant'Erasmo afferra il futuro suocero prima che finisca a terra per colpa della Cipriani e di un mazzo di tulipani.
Ezio non si accorge di nulla, si siede insieme alla figlia davanti al tavolo della cucina. Stefania ha bisogno di risposte. Durante il breve tragitto in automobile lei aveva fissato la strada davanti a sé, in silenzio. Il giovane sa che la fidanzata desidera solo conoscere la verità. È sempre stata una grande sostenitrice delle verità scomode. Saprà accettarla? Marco non è in grado di rispondere a questa domanda. Vorrebbe fuggire con lei e impedirle di soffrire. Invece può solo sedersi vicino a lei e stringerle forte la mano.
Stefania scuote la testa.
«Non posso credere che lei sia andata a denunciare mia madre.»
Quello della ragazza è un sussurro. Le lacrime ormai scorrono sulle guance della Venere senza che lei possa fare nulla per fermarle
Ezio smette di fissare il vuoto per concentrare la propria attenzione sulla figlia.
«Tua madre si è costituita. È stata lei a consegnarsi ai Carabinieri.»
Stefania non sa cosa dire. Ricambia lo sguardo del padre. I Colombo sono immersi in una bolla tutta loro.
Marco, allora, stringe più forte la mano della fidanzata.
«Perché eri sicura che tua madre era stata denunciata? Chi avrebbe dovuto farlo?» le chiede.
La risposta è per il giovane terribile e sconvolgente come una doccia fredda in pieno inverno.
«Gemma. Lei mi ha ricattato. Stefania si è tolta finalmente un peso. Un peso, però, che è destinato a schiacciare Ezio, che fissa la figlia con gli occhi e la bocca spalancati.
«Mi dispiace, papà. Ma non posso più tacere, nemmeno per proteggere te.» mormora Stefania.
Fine Seconda parte.
Stefania e Marco puntata 59
L'amore è più forte di ogni paura
Cap 1
Le voci risuonano lontane, nonostante gli invitati siano solo a pochi passi di distanza. «Viva gli sposi», urla una voce femminile. Sono tutti in fila, in attesa di congratularsi con la famiglia che si è appena formata. Tutti tranne loro, che si consumano le labbra in un bacio che vuole cancellare tutte le paure dei giorni passati e il dolore di quella proposta rifiutata.
Stefania accarezza il volto di Marco, prima di staccare le labbra dalle sue. Prima di tornare alla realtà. Una voce interiore l'aveva guidata verso quell'uomo che le stava venendo incontro nella piazza davanti alla chiesa dove Salvo e Anna si erano appena giurati amore eterno. Un giuramento che lei stessa avrebbe voluto fare a una sola persona, la stessa che ora le sorride con gli occhi che brillano come stelle. Può un cuore battere così forte? Martellare con tanta insistenza nel petto?
È possibile tremare così tanto per un bacio? Stefania conosce le risposte perché con lui è sempre stato così, anche se spesso lei lo aveva negato, anche se aveva più volte sostenuto di poterci rinunciare, anche se ogni volta aveva messo la propria felicità dopo quella degli altri.
L'amore è più forte di ogni paura. Le suggerisce una voce dentro di sé. Devo assecondarla, pensa la Colombo.
«Vieni, Stefania. Andiamo. Abbiamo molte cose di cui parlare.» Marco, con le labbra sollevate in un luminoso sorriso, le afferra la mano e la trascina via.
Mentre passeggiano nel vicolo che li condurrà davanti al Paradiso delle Signore dove il ragazzo ha parcheggiato l'automobile, Marco stringe più forte la mano di Stefania. Dovrà chiederle delle spiegazioni, prima o poi. Più prima che poi, perché quando ci sono di mezzo i sentimenti, aspettare può rivelarsi fatale. Perché ieri hai rifiutato il mio anello? Per quale motivo, solo ventiquattro ore fa, mi hai lasciato su due piedi, quando il mio cuore batte all'unisono con il tuo e i nostri respiri si fondono? Quelle domande non gli danno tregua, ma riecheggiano nella sua mente, nonostante la gioia di saperla lì, accanto a lui.
I pianeti hanno di nuovo trovato il loro allineamento, un allineamento che quel chiarimento, così necessario ma allo stesso tempo dalle conseguenze imprevedibili, potrebbe di nuovo spazzare via.
Stefania stringe forte la mano di Marco. Quel contatto la fa sentire meno sola e le impedisce di crollare. Ora che il grande magazzino è sempre più vicino, la realtà torna a farsi viva. Scegliere di raggiungere Marco in piazza e di baciarlo davanti a Gemma avrà delle conseguenze. L'amore, però, è più forte di ogni paura e lo ha compreso poco prima, quando ha visto il ragazzo che ama correrle incontro. Come deve comportarsi ora?
Di sicuro Gemma li ha visti, ma Irene le avrebbe impedito di correre in caserma o di avvicinarsi a un telefono, almeno per tutta la durata del ricevimento nuziale.
Ho tutto il tempo per raccontare ogni cosa a Marco, a Veronica e ai miei genitori. Posso trovare una soluzione con loro. Del resto, in caso di una denuncia da parte di Gemma, Veronica non potrebbe più sposare mio padre.
Dov'è mia madre? Non è da lei arrivare in ritardo. Questa domanda tormenta la Venere, che si aggrappa ancor di più alla mano del fidanzato. Si accorge di aver parlato ad alta voce quando a destarla dai suoi pensieri sono le parole di Marco.
«È stata la signorina Moreau a telefonarmi. Mi ha consigliato di seguire il cuore e mi ha rivelato di essere certa del tuo amore per me. Non so dove sia ora, però.»
La vista di una figura accovacciata a terra, davanti all'ingresso principale de Il Paradiso delle Signore, pone fine alla loro conversazione. Stefania inizia a tremare, mentre il cuore aumenta i battiti. Che cosa ci fa lui qui? A distinguere quell'uomo di mezza età da un senzatetto sono solo gli abiti eleganti e puliti che indossa.
Che cosa ci fa suo padre, in lacrime, seduto sul marciapiede, con lo sguardo perso e una lettera tra le mani?
Stefania si stacca da Marco e raggiunge Ezio. L'uomo si alza barcollando, gli occhi azzurri resi ancor più luminosi dal pianto. Si avvicina alla figlia e la stringe a sé in un abbraccio.
«La mamma… Mi dispiace tanto, Stefy. Mi dispiace tanto.»
Il volto di Stefania è pallido come quello di un cadavere. La Venere stringe forte a sé il padre, per non cadere a terra. Avrà abbastanza forza per consolarlo? Tutti i piani elaborati per contrastare Gemma e il ricatto sono ormai inutili. Ora lo sa. Ha davvero perso Gloria un'altra volta?
Marco, con il cuore stretto in una morsa, li raggiunge e li osserva. Vorrebbe abbracciare la fidanzata e fuggire con lei in un posto dove il dolore non possa più raggiungerla. Perché quella giovane donna, così gentile e altruista, sembra destinata sempre a delle atroci sofferenze?
Non è in grado di impedire il suo dolore, ma può condividerlo con lei.
Stefania, ancora tra le braccia del padre, domanda: «Che cosa è successo alla mamma?»
FINE PRIMO CAPITOLO
Bologna – 24 Dicembre 1964
POV Marcello
«Stai tranquillo, amore mio. Il timballo lo so cucinare. Posso affermare con assoluta certezza che è uno dei pochi piatti che mi riescono davvero bene e questa sera non avvelenerò nessuno.» sorride Roberta, mentre assaggia il sugo.
Mia moglie è piena di pregi: è una ricercatrice universitaria, un ingegnere ed è dotata di un’intelligenza fuori dal comune, però è una pessima cuoca. Per lei l’abbreviazione q.b. ha il significato di “quanto burro” e ciò rende il suo rapporto con i ricettari alquanto complicato. Non che me ne lamenti, perché vederla inveire scherzosamente contro pentole e ingredienti ogni volta che combina un disastro ai fornelli, è uno dei più grandi piaceri della mia vita. Non che per me questo abbia la minima importanza. Non mi sono innamorato di lei perché speravo di sposare una cuoca o la perfetta massaia. In realtà io non desideravo affatto sposarmi, prima di conoscere lei. Ero un donnaiolo che passava di fiore in fiore, che collezionava non solo avventure e donne, ma anche debiti sui tavoli da gioco con persone poco raccomandabili. Eppure un giorno, una ragazza completamente diversa da me è entrata con prepotenza nella mia vita e in casa di Angela, mia sorella e sua amica e ha stravolto ogni mia certezza. Roberta è una persona luminosa, un sole che penetra nella vita di chi ha la fortuna di incontrarla e la illumina. Lei non mi ha solamente cambiato, lei mi ha ispirato e indicato un cammino, un percorso ricco di valori, onestà, lavoro e tanto amore. Durante i pochi mesi del nostro fidanzamento, mi sono riferito spesso a lei come all’America che ero riuscito a trovare a Milano. Per una volta la sorte era stata dalla mia parte e Roberta non solo era la mia vicina di casa, ma lavorava come commessa a Il Paradiso delle Signore, uno dei grandi magazzini più famosi del capoluogo lombardo, situato a pochi metri dalla caffetteria che ero riuscito a rilevare insieme a Salvo, il mio migliore amico.
Mia moglie è la mia stella polare e senza di lei sarei perso, ma non è stata la sola guida che ho avuto e continuo ad avere. Per chi è cresciuto come me, con un pessimo esempio paterno che aveva contribuito a condurmi sulla cattiva strada, avere come coinquilino un uomo onesto e lavoratore come Armando Ferraris nei due anni che avevo trascorso a Milano, aveva fatto la differenza. La frase che ama ripetermi sempre è: Tu sei un bravo fioeu (figlio) e le sue parole mi hanno aiutato a non cadere in tentazione nei momenti più duri e bui.
«Dov’è Emma?» domanda Roberta, distogliendo la mia mente da alcuni ricordi non proprio piacevoli. Al solo pensiero di nostra figlia un sorriso illumina di nuovo il mio volto.
Esco dalla cucina e percorro il lungo corridoio che conduce fino al soggiorno. Seduto su una poltrona accanto al grande albero di Natale, c’è Armando che tiene tra le braccia una bambina di tre mesi con i capelli neri come l’ebano, che ha ereditato dal sottoscritto e dei grandi occhi celesti, che sono identici a quelli di sua madre e che sono la mia più grande debolezza. Emma ha solo tre mesi, ma sono convinto che abbia preso il meglio da me e da Roberta: è estrosa proprio come me ma anche determinata e razionale come la sua mamma, o almeno mi piace pensarlo. Sa già come far valere le proprie ragioni e vincere le proprie battaglie a suon di vagiti e in questo momento dovrebbe strillare come una disperata ed invece posa i suoi occhioni sorridenti su nonno Armando, che non smette di parlare con lei e di raccontarle di quel lontano 25 aprile in cui lui, ancora giovane, aveva contribuito, insieme ai partigiani, a scrivere la storia di Milano e dell’Italia intera.
«Sai, Emmina, quel giorno c’ero anch’io. Le prime barricate, gli scontri con i fascisti, che erano degli uomini cattivi e pericolosi come quelli delle fiabe che ti legge la mamma. Ricordo tutto, sai. Quella notte, la notte prima dell’insurrezione, c’era un silenzio rarefatto. Noi aspettavamo ma non sapevamo che cosa. Eravamo incollati tutti alle barricate e non riuscivamo nemmeno a respirare. Ad un certo punto è spuntato il sole ed era l’alba del 25 aprile. Emmina, nella vita bisogna lottare per ciò che riteniamo giusto e per la libertà, anche se abbiamo paura o se veniamo minacciati. La tua mamma e il tuo papà sono stati molto coraggiosi. Hanno affrontato anche loro delle battaglie difficili.» Armando è dolce mentre si rivolge a mia figlia, ma io inizio a tremare. Le racconterà davvero la storia del Mantovano? Emma è troppo piccola e sono certo che non ricorderà nulla dei racconti del nonno. Però il solo pensiero che i momenti più bui del mio passato possano giungere alle sue orecchie, mi fa soffrire. Il problema è che ancora un po’ mi vergogno del vecchio me stesso e non mi considero affatto l’eroe che descrive Armando. Penso solo di aver avuto la fortuna di trovare delle persone disposte a credere in me e a rischiare pur di aiutarmi. Lo so, è Natale e dovrei accantonare i pensieri negativi e fingere di non aver mai incrociato il mio cammino con la malavita lombarda, ma era stato proprio nel periodo natalizio che Sergio Castrese, noto nell’ambiente criminale come il Mantovano, era tornato nella mia vita, reclamando il pagamento di un debito di gioco. 60.000 lire all’epoca erano una somma elevata, soprattutto per chi come me aveva da poco rilevato una piccola attività per la quale stava ancora pagando delle cambiali. Inoltre Roberta ed io avevamo appena deciso di sposarci e di trasferirci a Bologna, dove lei avrebbe iniziato a lavorare come ricercatrice. In quel lontano dicembre del 1961 il ritorno del Mantovano era stato come una doccia fredda per me. Il passato che tornava a bussare proprio quando davanti a me iniziava ad apparire quel futuro pieno di promesse che avevo sempre sognato. Le persone come Sergio Castrese non sono solo interessate al denaro in sé, ma anche e soprattutto a reclutare manodopera, ovvero dei bravi scagnozzi di cui servirsi per compiere dei crimini e ai quali addossare tutte le colpe di fronte alla legge. Per il Mantovano, poi, io ero uno bravo. Vedeva del potenziale in me, qualcosa di completamente diverso dal ragazzo onesto ed eccezionale che ero per Armando e Roberta.
Sergio Castrese aveva la capacità di presentarsi in caffetteria sempre dopo l’orario di chiusura e quando ero solo e vulnerabile. Spesso portava con sé anche uno dei suoi scagnozzi più fidati e corpulenti. Inoltre il Mantovano non girava mai senza la sua fidata pistola, che nascondeva dentro al suo cappotto elegante e che sapevo non avrebbe esitato a usare. Quel delinquente, però, non si serviva solo della violenza ma anche di altre forme di persuasione. Sventolava davanti ai miei occhi bustarelle piene di banconote e mi ripeteva che lavorando per lui, una volta saldato il mio debito, avrei guadagnato moltissimi soldi.
« Noi due siamo uguali, Barbieri. Insieme faremo grandi cose» continuava a ripetere come un disco rotto, cercando di convincermi.
«Non sono come te» rispondevo ogni volta, provando trattenere la rabbia che sentivo crescere dentro di me.
«Sono certo che non ti accontenterai di una vita normale. Non ti immagino a sfornare biscotti rinchiuso in un piccolo bar. Non sei nemmeno adatto a una cervellona in carriera e a cambiare i pannolini a un marmocchio. Come me, tu pensi in grande. » ripeteva.
In realtà ero davvero cambiato perché il destino mi aveva donato delle persone care da amare e alle quali avevo permesso di amarmi. Roberta, Armando e Salvo mi avevano mostrato l’importanza dell’onestà, del duro lavoro e dei sacrifici. Avevano portato nella mia vita dei sentimenti puri e importanti, come l’amore e l’amicizia.
Armando mi aveva parlato di Emma, la sua defunta moglie, che era morta durante un bombardamento, mentre lui era in montagna a combattere con i partigiani. Gli anni trascorsi con lei avevano fatto comprendere al mio amico cosa fossero davvero l’amore e il romanticismo.
Una mattina mentre facevamo colazione mi aveva donato una delle sue perle di saggezza.
« Per voi giovani il romanticismo è qualcosa di astratto. Posso dirti solo questo. Sono le piccole cose, sono le vicinanze rubate e la quotidianità condivisa che rendono romantica una bella storia d’amore.» Ogni volta che Armando parla della sua amatissima moglie, io mi commuovo. Penso che Roberta sia la mia Emma, quella donna in grado di indicarti il giusto cammino e di far uscire fuori il meglio di te. Non avremmo potuto dare alla nostra bambina nessun altro nome, perché anche se non l’abbiamo mai conosciuta e il destino l’ha strappata dalle braccia di Armando troppo presto, in fondo lei è sempre stata qui con noi.
Sono le piccole cose, sono le vicinanze rubate e la quotidianità condivisa che rendono romantica una bella storia d’amore. In quel lontano dicembre del 1961 le parole di Armando rimbombavano nella mia testa, contrapponendosi a quelle del Mantovano, che invece sbatteva davanti ai miei occhi mazzi di banconote.
Conoscevo Roberta e sapevo che non aveva bisogno di una vita piena di lussi e agi. Le bastavano i nostri baci sul ballatoio del palazzo popolare in cui abitavamo, un viaggio con la Vespa che mi prestava il lattaio e il sogno di una nuova vita onesta e semplice a Bologna.
Quando Castrese si rese conto che il denaro e le lusinghe non avrebbero ottenuto l’effetto sperato, passò alle minacce e da quelle ai fatti. In pieno giorno e nei pressi de Il Paradiso delle Signore, Armando fu picchiato da alcuni balordi che distrussero anche la sua amata bicicletta. L’indomani fu invece il turno di Roberta, che durante la pausa pranzo, rischiò di essere investita da un pirata della strada. Per fortuna la mia fidanzata fu in grado di schivare l’automobile, sbattendo però la testa sull’asfalto del marciapiede.
Il Mantovano non tardò a comparire, in compagnia del suo fidato scagnozzo.
«Se tieni alla tua ragazza e ai tuoi amici, ti conviene ascoltarmi. Dovrai fare qualche viaggetto in Svizzera.» mi informò il Castrese, con la sua solita, pericolosa arroganza.
Il Mantovano aveva fatto carriera, se così potevamo definirla. Aveva iniziato ad occuparsi anche del traffico di valuta e non solo di furti, ampliando notevolmente il suo giro di affari.
Sergio Castrese non era stupido e sapeva che non avrei mai potuto tollerare di mettere in pericolo le persone a me più care.
Mi aveva in pugno ed era certo che prima o poi l’avrei contattato e avrei accettato di diventare il suo spallone.
Non era, però, il solo a conoscermi bene. I miei continui sbalzi d’umore non passarono inosservati allo sguardo attento di Armando e di Salvo.
Roberta in quei giorni aveva abbandonato i panni della ragazza razionale e poco romantica e camminava su una nuvola rosa. Organizzava gite di perlustrazione a Bologna, in cerca di una casa per noi e pianificava ogni dettaglio del mio incontro con i suoi genitori, che desideravano conoscermi. Nemmeno a lei, però, era passato inosservato il mio strano comportamento. Così una sera, in caffetteria dopo l’orario di chiusura, invece del Mantovano mi trovai davanti i volti preoccupati del mio socio, del mio coinquilino e della mia fidanzata, che per evitare ogni mia possibile fuga, avevano chiuso il locale e fatto sparire la chiave.
«Adesso ci spieghi che cosa ti sta succedendo.» Il tono di Salvo era deciso e così fui costretto ad assecondare quei tre ostinati.
Ci accomodammo a uno dei tavolini del bar.
«Non ti lasceremo andare finché non ci racconterai ogni cosa. » aggiunse Armando, mostrandosi come un padre severo e disposto a tutto per aiutare il proprio figlio in difficoltà.
Roberta fissava il semplice anello di fidanzamento che le avevo regalato.
«Se tu avessi cambiato idea, lo capirei. So che non deve essere un passo semplice per te lasciare i tuoi amici e la caffetteria per seguire me, che sono ancora all’inizio della mia carriera. Però è evidente che mi stai nascondendo qualcosa di importante. Le mie amiche continuano a ripetermi che sono io che vedo fantasmi ovunque, ma ti conosco e so che ultimamente non sei del tutto sincero con me.» il tono con cui la mia fidanzata aveva pronunciato quelle parole era triste e preoccupato.
«Non vedo l’ora di sposarti e di partire con te per Bologna. Purtroppo è tornato il Mantovano.» Fu così che iniziai a raccontare loro la lunga serie di eventi che avevano legato la mia sorte a quella del Castrese. Osservai lo sgomento, la preoccupazione e il dolore far capolino negli occhi di Roberta e dei miei due amici. Non mi giudicavano e non avevano cambiato opinione su di me, ma volevano solo aiutarmi.
«Voi siete le persone più care che ho e non desidero mettere le vostre vite in pericolo.» mormorai alla fine del mio lungo racconto.
«Io ho fatto a botte con i fascisti e ho rischiato di esser fucilato dai tedeschi. Credi che mi faccia paura un Mantovano qualsiasi? Lasciati aiutare. Mi raccomando, tu ricordati che se un bravo fioeu (figlio).» le parole che mi rivolse Armando erano piene d’amore paterno.
Anche Salvo mi diede il suo sostegno.
«Tu non sei solo una fonte di pericoli, Marcello. Sei intraprendente, solare, pieno di fantasia e un amico sempre presente. Non avremmo rilevato la caffetteria se non fosse stato per la tua intraprendenza, che si sposa a pennello con la mia ostinazione a mantenere i piedi ben piantati a terra. Sei onesto e un grande lavoratore e non devi permettere a nessuno di corromperti o ricattarti.» concluse il mio amico abbracciandomi forte.
Una sola persona, quella più importante per me, non aveva ancora espresso il suo parere, che era quello che temevo maggiormente. Lei aveva un futuro brillante davanti. Avrebbe mai potuto dividere la sua vita con uno come me, che non aveva praticamente nulla da offrirle?
Roberta, però, mi aveva letto nella mente, come era solita fare sempre.
«Non pensare nemmeno per un attimo di essere come quel delinquente o di assecondarlo. Guarda quello che sei riuscito a costruire. Hai trovato degli amici veri e hai rilevato un locale. Inoltre non se più il ragazzo scapestrato di cui mi sono innamorata. Sei responsabile, onesto e hai messo la testa a posto. Non puoi non fare la cosa giusta. Devi andare dai carabinieri e collaborare. Affronteremo insieme tutto quello che verrà.»
Mi avvicinai a lei e la strinsi in un lungo abbraccio.
«Nella buona e nella cattiva sorte.» sussurrò Roberta con dolcezza.
Le settimane che seguirono non furono facili.
Grazie al suo ruolo di sindacalista sempre pronto a lottare per i diritti dei più deboli, Armando era noto in caserma e mi mise in contatto con il Maresciallo, che era un suo amico. Diventai un collaboratore e mi impegnai ad aiutare le autorità a incastrare il Mantovano, potendo contare sul sostegno dei miei amici e sull’amore incondizionato di Roberta.
Quando Sergio Castrese finì in carcere, dove avrebbe trascorso molti anni, io e Roberta partimmo per Bologna e finalmente iniziammo la nostra nuova vita. Il mio coinquilino decise di abbandonare Milano e di venire in Emilia Romagna insieme a noi, trasferendosi in un appartamento non distante dal nostro e trovando lavoro come allenatore della squadra di ciclismo dell’Università.
Torno al presente e la voce di Armando giunge di nuovo alle mie orecchie, mentre si rivolge a mia figlia, mostrandole le luci e le decorazioni dell’albero di Natale.
«Domani il nonno ti porterà a vedere gli addobbi natalizi a Piazza Maggiore. Sempre se sopravviverò al timballo di tua madre.» Non posso fare a meno di sorridere e mi auguro, per il bene del mio amico, che Roberta non l’abbia sentito.
Sono le piccole cose, sono le vicinanze rubate e la quotidianità condivisa che rendono romantica una bella storia d’amore.
Come sempre Armando aveva avuto ragione. La felicità è racchiusa davvero nelle piccole cose: una coppia innamorata, una bambina meravigliosa, un uomo saggio che sa donare consigli preziosi e tanto amore e un Natale perfetto
Non ti facevo così giudizioso. Perché non mi conosci
Marcello e Roberta - Stagione 5 puntata 49 - Gif
Buon anno
Buon anno a tutti voi. Buon 2021.