Vorrei far parte di un'Italia in cui non sono costretta a spiegare perché credo che una madre con un figlio o un padre con un figlio o due madri o due padri o una coppia senza figli siano una famiglia,
in cui non devo rispondere alla domanda "perché una coppia omosessuale dovrebbe volersi sposare per forza? Addirittura in chiesa?"
in cui i capelli rasta non sono visti come sinonimo di sporcizia, i tatuaggi non indicano per forza desiderio di mettersi in mostra.
Vorrei un'Italia in cui io possa essere donna, orgogliosa, senza sentirmi dire che il professore ha alzato il mio voto perché sono carina, senza vedere quel sorriso sornione o sentire le motivazioni per cui in fondo non posso avere la stessa mente scientifica di un uomo, la stessa intelligenza, la stessa carriera,
un'Italia in cui non sia quasi surreale vedere un uomo di colore ben vestito con una 24 ore che va a lavoro in ufficio, in cui in autobus non si vedano persone che pur di non sedersi accanto a un signore mediorientale stanno in piedi, in cui un venditore ambulante non debba stare per mesi lontano dalla famiglia per rimanere sotto la pioggia a vendere ombrelli ed essere trattato a pesci in faccia per guadagnare una miseria con un lavoro che un lavoro non è.
Invece vivo in un'Italia bellissima, piena di ricchezze, rinomata nel mondo.
Un'Italia che vorrebbe, ma non ce la fa, e forse in fondo neanche vuole.
Io vivo in un'Italia in cui si ha paura di vedere due padri accompagnare il figlio a scuola perché "e io come spiego a mio figlio che quel bambino ha due papà e nemmeno una mamma?",
un'Italia in cui l'omofobia si combatte dicendo "io non ho niente contro i gay, basta che non vengano a darmi fastidio" e in cui il desiderio di una coppia che vuole promettere amore eterno davanti a Dio è tanto puro se si tratta dell'amore tra un uomo e una donna quanto è improponibile se si tratta dell'amore che lega due donne o due uomini.
Vivo in un'Italia in cui vengo giudicata ancor prima di aprire bocca per come sono vestita, truccata o pettinata, in cui "non ho niente contro i tatuaggi, ma tu ti faresti visitare da un medico con piercing e braccia tatuate?" o "dai insomma, ti farebbe piacere andare in banca e vedere un tatuaggio che sbuca dal polsino della giacca?".
Vivo in un'Italia in cui se voglio avere un figlio è perché in quanto donna il mio cervello va in pappa al pensiero di un bebè o di un abito da sposa e se non voglio un figlio sono un'egoista che va contro natura,
in cui se ho il ragazzo è perché senza un uomo non saprei definirmi e se non ce l'ho è perché non mi vuole nessuno,
in cui se non rispetto i canoni di una bellezza stereotipata decisi chissà quando e chissà perché devo sentirmi meno meritevole, meno degna, meno Donna e se li rispetto è perché penso solo all'aspetto fisico.
Vivo in un'Italia in cui la mia vita sessuale determina il tipo di donna che sono e la mia credibilità.
Vivo in un'Italia in cui se in una partita di calcio maschile arbitra una ragazza, le urla che sente sono "vai a strusciare" o "torna a lavare i piatti".
Vivo in un'Italia in cui senza neanche farci caso do del Lei a un uomo bianco di 30 anni e del tu a un Signore di colore di 60, in cui appena mi si avvicina un ragazzo di colore dico involontariamente "No, grazie" se sono educata o mi giro dall'altra parte se non lo sono, in un'Italia in cui sento urlare "Prima gli Italiani" e se mi risento sono una moralista. Cosa ho fatto io per meritare questo privilegio? Quale eroica impresa ho compiuto per cui la mia vita debba valere di più di quella di un ragazzo il cui unico errore è stato quello di nascere dalla parte sbagliata del mare? Perché io ho avuto un'infanzia piena di amore e di sguardi dolci e quel bambino non ha il diritto di avere un posto dove dormire? Ma io potevo giocare, potevo essere amata, mentre lui può a malapena viverci qui. Io venivo coccolata al primo accenno di un pianto, mentre con lui non c'è nessuno mentre cerca la mamma. Perché? E con quest'altra bambina? Siamo nate insieme, nello stesso posto, nello stesso momento, nello stesso modo, senza sapere niente di niente, senza averlo chiesto. Che cosa mi rende più italiana di lei? Che merito ho, io?
Vivo in un'Italia in cui vedo cagnolini col cappotto e uomini senza una casa in strada che muoiono di freddo a cui viene chiesto di spostarsi perchè rovinano l'atmosfera Natalizia. L'atmosfera Natalizia.
Vivo in un'Italia in cui si mette in dubbio il diritto di scegliere del proprio corpo,
in cui nessuno sa davvero niente ma tutti si occupano di tutto,
in cui i bambini muoiono perché le vaccinazioni calano con l'unica conseguenza che stanno rifiorendo malattie debellate da tempo e si dà la colpa agli immigrati.
Vivo in un'Italia che mi fa paura,
mi fa paura in quanto giovane, in quanto donna, in quanto futura lavoratrice e futura madre, in quanto cittadina, in quanto essere umano.
Ma più che l'Italia mi fa paura chi ci vive. Mi fa paura una classe dirigente che ha troppe e troppo malassortite promesse da mantenere. Promesse fatte in preda alla smania di potere. Promesse disumane, promesse malpensate da chi le ha fatte e da chi le ha accolte. Mi fanno paura il mio vicino di casa, la commessa al supermercato, il ragazzino in treno, il signore in autobus e la farmacista. Mi faccio paura io.