Un ombelico per un ombelico
Ho incontrato la magia per la prima volta quando mia madre mi disse che i nostri ombelichi erano connessi. Avevo otto anni, immersa nell'ardua impresa di imparare le tabelline, e la mia legittima permanenza tra i vivi sembrava dipendere interamente dalla mia capacità di rispondere alla domanda “7×7?” in una finestra compresa tra i due e i quattro secondi. Oscillavo pericolosamente oltre i cinque. Ripensandoci, quell'occorrenza coincise anche con il mio primo incontro con il concetto di stress. Mia madre aveva intuito il mio turbamento, ovviamente. “Fai il solletico al tuo ombelico,” mi disse. “Se ti tocchi lì, lo sentirò anch'io. Saprò che hai bisogno di qualcuno che pensi a te.” Per poco non mi ribaltai dalla sedia. Se quello non era un incantesimo vero e proprio, non so cos'altro potrebbe esserlo. Era da poco entrato nella mia vita anche l'inconfondibile maghetto occhialuto, partorito dall'ignobile innominabile. Era forse attraverso un ombelico che anch'io sarei precipitata in un mondo parallelo fatto di magie, incantamenti e meraviglie? E al diavolo le tabelline. L'incantesimo sembrava funzionare a binario unico, però. Io solleticavo, lei sentiva, lei rivolgeva un pensiero a me nel mio momento del bisogno. “Potrai rispondermi?” le chiesi. Mia madre mi disse che ci avrebbe provato ogni volta, ma che forse ero ancora troppo piccola per sentire il pizzicore di risposta. Era più che altro una cosa da mamme. Ma mai dire mai.
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Sto per avere il mio primo figlio. La mia ultima visita ginecologica, a 21+1 settimane, mi ha lasciato con due informazioni: la prima è che il bebè continua a stare bene e a crescere gloriosamente nonostante due genitori di modeste stature. La seconda è che la mia placenta è, per adesso, previa. Cosa significa? Che si trova in prossimità o sopra l'orifizio interno del collo dell'utero, rendendo un parto vaginale difficile, se non oltremodo complicato. In aggiunta, a questo stadio della gravidanza può portare a qualche simpatica emorragia. È una di quelle classiche situazioni da “non preoccuparti, non è niente di che, ma evita di fare questo, quello, quell'altro e pure quell'altro ancora…”. “E se sanguini, CHIAMAMI SUBITO.” Quando dico che è previa per adesso, è perché il mio utero ha ancora parecchia strada da fare. Crescendo, potrebbe favorire una migrazione spontanea della placenta, togliendola di mezzo e, magia delle magie, riportando tutto nella norma. Quindi, si vedrà. Ma, ahimè, non sono mai stata il tipo da ‘si vedrà’, quindi ovviamente sto riversando nelle ricerche il tempo che avrei passato, con una placenta obbediente, a fare grandi sforzi fisici, tipo salire e scendere le scale del mio condominio, guidare seduta per andare a passare altre ore seduta in ufficio, rifare il letto, fare sesso durante l'ondata di caldo europeo (?) e procurarmi orgasmi (??). Possiamo tranquillamente dire che sto imparando parecchio sull'incredibile vita della placenta e dei cordoni ombelicali. Ho scoperto, per esempio, l'esistenza della parola ‘microchimerismo’, grazie allo studio The mother–child interface: A neurobiological metamorphosis, pubblicato sulla rivista Neuroscience. Dal momento in cui una placenta ha iniziato a formarsi dentro di me, ho smesso di essere una e sono diventata due. Anzi, due in una. O una fatta di due. Una chimera, appunto. Il bebè e io stiamo avendo un fitto scambio di stampo genetico-epistolare: mi dà cellule e io ricambio. A onor del vero, però, le madri ricambiano poco. Ecco di nuovo l'incantesimo a binario unico: il bebè agisce, la madre ascolta. C'è una sorta di asimmetria: migrano più cellule fetali verso la madre di quante ne vadano dalla madre al feto. Si è scoperto che queste cellule possono arrivare addirittura al cervello materno, persistendo fino al settimo mese dopo la nascita e, in molti casi, diventando strutture permanenti. Il bebè è dentro di me, e qualcosa di suo rimarrà anche dopo che avrà lasciato il mio corpo. Una traccia, un indizio di un'arcana metamorfosi. Non credo sia un caso che ci si rivolga spesso alle persone con un utero che aspettano un figlio usando il plurale. “Come state?” “Riguardatevi.” “Cercate di riposarvi.” “Siete bellissimi.” “Ehi, voi.” Scherzando a metà, mi sono ritrovata a immaginarmi come una e trina, santificata e deificata. Io, il bebè e la placenta.
“Mi sento meno simpatica,” ho mormorato a mio marito tra il quarto e il quinto mese di gravidanza. Il fatto è che mi sentivo diversa da com'ero prima. Meno euforica, più riflessiva. Ridevo in modo diverso, pensavo a cose nuove in un modo nuovo, avevano cominciato a interessarmi cose che prima mi erano ignote. Si potrebbe attribuire il cambiamento a una normale conseguenza della gravidanza: ehi, sta per arrivare un bebè, tutto cambierà. E poi c'è la faccenda degli ormoni che ti ribaltano il cervello, certo. Ma io sento di non essere più io. Una tazza di caffè a cui viene aggiunto così tanto latte da non essere nemmeno più un caffellatte, ma proprio latte, con appena una reminiscenza di caffeina. Mi sono detta che sono diventata il bebè, che sto manifestando quella che sarà la sua futura personalità, come un fantoccio controllato dall'interno. Una metafora piuttosto cruda, ma tant'è. Io sono il feto. Ma il feto non è me. E grazie al cielo. Lo stesso studio di prima ci dice un'altra cosa piuttosto interessante, e cioè che la placenta non è un organo della madre. Appartiene al feto. Attraverso di essa il bebè scavalca i normali protocolli e guida cambiamenti per promuovere il proprio sviluppo, anche a spese della madre. A proposito di fantocci magici. Anche il cordone ombelicale appartiene al feto. È geneticamente tutto suo. Una spirale gelatinosa — la gelatina di Wharton — fatta di due arterie e una vena, lanciata dall'ombelico del bebè alla placenta. La sua linea vitale sempre aperta e sempre attiva, per ricevere nutrienti e ossigeno, gettare via gli scarti e intavolare il famoso scambio di ormoni, cellule e informazioni immunitarie. Da piccola ero convinta che il cordone ombelicale fosse un ponte tra due ombelichi, quello del bebè e quello della madre. Nessun utero, nessuna placenta in mezzo, solo una grande pancia piena d'acqua salata e un piccolo essere umano intento a nuotare in quelle profondità, ancorato saldamente alla sua mamma da quel buffo tubo. È per quello che le mamme hanno un ombelico, no? È la cicatrice-specchio del buco che decora le pance dei loro bambini! Un ombelico per un ombelico. Infallibile logica infantile. E quando mia madre mi svelò il segreto incantato dei nostri ombelichi comunicanti, mi sembrò che tutto avesse perfettamente senso. Solleticavo quel cerchio di pelle morbida ed ero tranquilla.
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Ora conosco la meccanica dietro la magia, ma non so se posso dichiararmi tranquilla come lo ero a otto anni. C'è qualcosa che mi sfugge, e questo qualcosa è nella comunicazione tra il bebè e me. Ha costruito intere infrastrutture organiche per sopravvivere, annidarsi e prendere da me ciò di cui ha bisogno. Mi sta parlando, costantemente e incessantemente, mi racconta di sé più di quanto io riesca a raccontare di me stessa. Rimarrà, resterà, farà parte di me più di quanto io potrò mai fare. Se è vero che un figlio non dovrebbe mai giustificare la propria esistenza di fronte a un genitore — semmai è il contrario, è il genitore che dovrebbe quantomeno sapere perché ha scelto di procreare —, è certo che questo bebè sta già facendo gli straordinari pur di farmi capire qualcosa di sé. E io cosa sto facendo? Sto ascoltando? Sto ascoltando nel modo giusto? Ho gli strumenti per capire? E per restituire qualcosa? Sono sufficienti i miei buongiorno del mattino e la mia ninnananna della sera, inframezzati da parole dolci e coccole verbali durante il giorno? O dovrei prendere la cosa più seriamente e parlare un po' di me e del mondo in cui si ritroverà a vivere? Se ascoltassi e comunicassi di più, la placenta si sposterebbe e quel grande ostacolo svanirebbe? Non sono mai stata una fan di questo tipo di consequenzialità poco scientifica, tutt'altro, ma io non sono più io. Sono tornata bambina, una sciocca adolescente in preda alla sua insostenibile pubertà. Credetemi, è così: la gravidanza può generare riduzioni neurali, transitorie nelle dimensioni complessive del cervello. Il paragone migliore è con altre fasi dello sviluppo, come la prima infanzia e l'adolescenza. La maternità è una pubertà. La cosa buona è che dicono non si tratti di un impoverimento: questi cali non sono legati a deficit delle capacità cognitive come quelli associati all'invecchiamento, ma rappresentano piuttosto una messa a punto del cervello materno. È anche una questione di maggiore vulnerabilità, certo. Diventare madre significa diventare più fragile, in un certo senso. Almeno temporaneamente.
Mi piace pensare che saremo fragili insieme, nel momento più violento che ci riguarderà entrambi: la tua nascita. Che avvenga come deve avvenire, prendo tutto quello che arriverà. Sarai bambinə tu, e sarò un po' bambina anch'io: impareremo insieme. Tu a essere te stessə, io a restituirti tutto ciò che già mi stai dando ora, mentre sei dentro di me.
Voglio saper ascoltare e voglio saper dare. Voglio che la magia funzioni per entrambi: tu mi chiami e io rispondo.
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Nelle mie peregrinazioni sul web, mi sono imbattuta in The cord is the child: meanings and practices related to umbilical cord care in Central Uganda, uno studio del 2020 sulle pratiche ugandesi di cura del cordone ombelicale. Lì, il cordone ha tre vite: dentro, fuori e dopo il distacco. Quando è dentro, il cordone coincide con la vita del bambino, perché è il tramite che gli permette di respirare, e se viene tagliato prima del tempo il bambino potrebbe morire. Quando è fuori, è fonte di ansia e di grande paura: le madri temono il cordone perché sembra un intestino, un organo che ci si aspetterebbe di trovare solo all'interno del corpo, ben protetto dalla pelle. È il dentro che diventa fuori, in un ribaltamento rischioso da un punto di vista tanto medico quanto simbolico. È carne viva, esposta. Succede che le madri ugandesi non considerino il bebè un vero figlio prima che il cordone si chiuda, perché potrebbe morire in qualsiasi momento. Liminalità, si potrebbe dire: lo status del soggetto non è chiaro, ha lasciato una categoria ma non è ancora entrato in un'altra. Quando si stacca e guarisce, il cordone segna finalmente il passaggio da qualcosa di ancora indefinito a un bambino. Viene conservato, protetto, usato addirittura come test di paternità e messo al riparo da eventuali furti o smarrimenti: se un estraneo lo prende, può usarlo per arrecare danno e dolore. C'è un detto locale, in Uganda: proteggi tuo figlio come proteggeresti il cordone ombelicale. Un'espressione che in verità si applica a qualsiasi cosa, persino ‘proteggi il tuo cellulare come proteggeresti il cordone’.
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Allo scoccare del mio sesto mese di gravidanza, mi ritrovo a mandare un messaggio a mia madre. Le chiedo che fine abbia fatto il mio — sì, mio — cordone ombelicale. Prima di rispondermi, mi suggerisce di capire cosa fare con il mio. Che poi, appunto, è del bebè. Mi dice che può essere donato, anche se voci di corridoio dicono che ce ne siano così tanti che molti vengono comunque distrutti. Mi dice che posso semplicemente farlo buttare. Mi dice anche che posso conservarlo e capire come usarlo. Io le dico che potrei anche mangiarlo, magari. Scherzo, ovviamente. Mi accorgo che è da tanto che non parliamo dell'incantesimo dell'ombelico. Chissà se se lo ricorda. Chissà se risponderebbe con un pacato “certo, lo so” se le dicessi che mi sono solleticata. In mezzo alla pancia ormai ho una fessura stretta, quasi invisibile, tutta tesa a seguire la crescita del mio ventre. O forse saresti tu, piccolə miə, a sentire la magia. Le pongo di nuovo la stessa domanda. È in mezzo alle rose, ben protetto dal cespuglio che cresceva nel giardino della nostra vecchia casa.
















