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PUT YOUR BEARD IN MY MOUTH
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Lint Roller? I Barely Know Her

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Cosimo Galluzzi
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“Brucia la mia carne senza te la mia saliva, il mio sudore. Brucia questa nostra casa azzurra brucia il mio corpo per amore.”
— Brunori Sas
“Facce a dieci centimetri l’una dall’altra. I respiri confusi. La distanza più breve possibile in una interazione sociale: la distanza dell’amore, o della violenza”.
Ian Macdonald - Forbici vince carta vince pietra
Piccola storia con lieto fine. C’era un bimbo che era il contrario di Pinocchio: era umano e voleva essere un giocattolo. Sì c’erano Batman, John Smith e soldatini per lui, ma avevano sempre qualcosa di diverso da lui. Nel 2016 Mattel si è decisa a costruire un giocattolo che gli somigliasse un pochino di più. Si chiama Finnegan Wake, è figlio di una Sirena (🔝🔝🔝) e, non avendo gambe, va al college con una sedia a rotelle. Ha anche un diario di scuola, in cui racconta come abbia dovuto spiegare ai suoi compagni che se mai avrà bisogno di un aiuto sarà lui il primo a chiederlo. E poi nel diario Finnegan conosce un bimbo disabile e gli spiega che da grande, se vorrà, anche lui potrà farsi un tatuaggio... al di là delle preoccupazioni dei genitori apprensivi. Finnegan racconta i suoi hobby, le sue passioni, le sue differenze. Scrive il suo slogan come un ragazzino sulla Smemo: “Detesto chi crede che, stando su una sedia, il mio handicap possa rendermi immobile. Sarò un pesce fuor d’acqua ma so benissimo quel che posso, e non posso, fare”. Ok oggi quel bambino che voleva diventare un giocattolo ha oltre trent’anni e non ha ancora gli addominali di Finnegan (stranamente). Ha però deciso di fare amicizia con Finnegan, sperando che i nuovi bimbi come lui ci giochino e ascoltino i suoi consigli. E anche i bimbi diversi da lui: perché giocare con qualcuno che ti somiglia è facile, giocare con chi è diverso da te ti fa crescere. Insomma finalmente oggi, questo Pinocchio al contrario, ha il SUO supereroe.
UrbanEars: una scommessa al cubo
Come forse già saprete, sono fan accanito del marchio UrbanEars: le Plattan, che ogni anno vengono rinnovate in colori moda, sono le mie cuffie di riferimento da molti anni ormai. Il marchio scandinavo, dall'animo hipster e modaiolo, negli anni ha creato diversi tipi di cuffie e auricolari, ponendosi in una fascia intermedia di prezzo e di qualità. Dato che io distruggo le cuffie con una facilità estrema, ma non sopporto la qualità audio delle cuffie “dei cinesi”, mi sono sentito a mio agio con questa soluzione. Sono più che ascoltabili e quando le distruggo non mi viene da piangere. E poi si piegano in borsa, cosa stra-comoda che hanno in pochi. Da qualche giorno, però, UrbanEars ha debuttato nel settore degli speaker, stranamente in scarsa fibrillazione negli ultimi mesi.
I connected speaker di UrbanEars sono due (Baggen e Stammen), uno per stanze più grande e l'altro per stanze più piccole. Sono disponibili in sei colori studiati e scelti con la cura maniacale che contraddistingue il marchio e, ovviamente, fanno arredamento: anche perché questi cubotti sono completamente rivestiti di stoffa.
Alcune caratteristiche interessanti:
- L'interfaccia è molto vintage (due manopole) ma il dispositivo è molto smart. Wi-Fi integrato, tramite l'app di UrbanEars possiamo collegare direttamente i nostri servizi di streaming (tra cui Spotify e Apple Music), memorizzando le nostre playlist preferite su un numero delle manopole. Possiamo memorizzare anche web radio. - Gli speaker possono collegarsi tra loro creando un effetto filodiffusione in casa. - Streaming integrato: gli speaker hanno il WiFi, il Bluetooth e sono compatibili con Chromecast, AirPlay, streaming Spotify. E hanno anche una porta AUX. - Costo? Intermedio, sempre. 349$ il modello più piccolo, 449$ quello più grande.
Tutta da scoprire la qualità audio, che con il marchio UrbanEars è spesso oggetto di discussioni: alcuni le amano, altri le disprezzano. Le prime recensioni, probabilmente, arriveranno tra pochi giorni.
Ecco perché bevi in una tazza stupida (ma Starbucks ti salverà)
Amo il tè e il caffè caldi, ma non li sopporto alla temperatura bollente a cui vanno preparati. La mia lingua non sopporta cose TROPPO calde, tanto da rovinarsi. Quindi la mattina devo svegliarmi prima per preparare il tè e poi berlo alla temperatura esatta. Altra cosa, alla mia temperatura preferita il tè dura poco: va bevuto velocemente perché precipita subito verso il freddo.
First world problems, direte. Vero, ma non da poco: ogni anno spendiamo forse migliaia di euro per tè e caffè eppure ci ostiniamo a berli in normali tazze di ceramica, vetro o carta. Le tazze non si sono evolute... fino a pochi anni fa. Da qualche tempo in America stanno spuntando le smart mug, come quella di Ember, distribuita da Starbucks. Porta la bevanda alla temperatura preferita (controllabile con una ghiera o via smartphone o Apple Watch) e la mantiene fino a tre ore. Anche tutto il giorno se appoggiamo la tazza a un dock sulla scrivania.
Improbabile che Starbucks la porti in Italia, dato che non la vende nemmeno in tutti i suoi store americani (solo una piccola selezione), ma ecco perché dovrebbe farlo:
La temperatura dei tazzoni di caffè Starbucks è più alta di quella apprezzata da un italiano medio. O meglio: possiamo sopportare caffè bollente per il tempo di un espresso, meno di un americano.
Crea fidelizzazione: una volta spesi 150$ in una tazza, probabilmente prenderemo l’abitudine di riempirla ogni mattina. E come se non con le centinaia di opzioni disponibili da Starbucks dove, immagino, il Barista medio non storcerà il naso di fronte a una smart mug.
Perché è “cool”, in tutti i sensi. Immagino già le migliaia di mug di carta in giro per Milano, come statement. La smart mug, magari con logo Starbucks, è ugualmente cool e più sostenibile: si lava e si riutilizza ogni giorno.
Non accadrà, ovviamente, ma nel caso potremo sempre ordinare online (per vie traverse però, Ember non spedisce ancora fuori dagli Stati Uniti).
Bella ma poco gentile: la controversa pedonalizzazione di Mosca
“Se vuoi rendere felice un moscovita, pianta un albero”: questo dice l’antropologo Mikhail Alekseevsky e, probabilmente, non ha tutti i torti.
Alekseevsky fa parte del progetto “My Street”, ovvero dell’investimento più costoso mai visto a Mosca delle Olimpiadi del 1980. Si tratta di un impegno di 1,9 miliardi di euro per rendere le strade di Mosca più adatte ai pedoni entro il 2018.
Il sindaco Sergei Sobyanin è stato riconfermato per un secondo mandato nel 2013 puntando proprio sulla pedonalizzazione della città, notoriamente afflitta dal traffico. Al momento sono già state ricostruite 50 vie, sono stati rimossi alcuni ingombranti impianti elettrici, allargate le aree pedonali (diventeranno circa 50km) e regolarizzate aree senza cartelli pubblicitari.
Per fare solo un esempio, una delle principali vie, la Tverskaya, ha visto un allargamento del marciapiedi, l’installazione di panchine e cesti della spazzatura, l’uso del granito in due colori e l’espansione dell’area pedonale di 7mila metri quadri. Di fatto tornerà simile a come era ai temi dell’Unione Sovietica. Un’idea più precisa di tutti i lavori intrapresi, e quelli che lo saranno, ve la potete fare a questo link.
Ovviamente la pedonalizzazione andrà di pari passo con l’espansione del trasporto pubblico: nel 2016 sono state inaugurate 16 nuove stazioni della metro e nel 2017 sarà inaugurata una nuova tratta.
Come prevedibile, tuttavia, la ristrutturazione non è scevra di polemiche e stralci politici, in pieno stile russo: il rinnovo degli spazi è fatto con scarsa consultazione dei cittadini e con scelte repentine e spesso imposti dal sindaco. Un esempio: le mattina del 9 febbraio centinaia di chioschi (illegali) sono stati distrutti nella notte, liberando i marciapiedi.
Allo stesso modo gli artisti di strada di via Arbat Street sono stati sgomberati, senza alcuna consultazione. Saranno costretti a suonare, se lo desiderano, in 15 stazioni della metropolitana indicate dal Sindaco.
La fretta a cosa è dovuta? Semplice, nel 2018 in Russia ci saranno nuove elezioni, e Mosca deve essere il meraviglioso fiore all’occhiello di Putin. Un regalo alla cittadinanza forse bello, ma imposto con scarsa gentilezza. Esempio anche questo che le pedonalizzazioni sono regali veri e propri alla cittadinanza. Ma come tutti i regali devono essere compresi e pensati negli interessi di chi li riceve, non di chi li fa.
Emoji: l’invasione Disney è un gioco da ragazzi (e mamme)
Gioco a videogiochi per cellulare. Cosa che in molti ritengono quasi deprecabile, considerandola una perdita tempo. Tempo rubato alle farfalle, ai libri, a Netflix. Dirò di più: gran parte dei giochi a cui gioco sono dei banalissimi match-3, in stile Candy Crush per intenderci. Non posso farci nulla, hanno su di me l’effetto di una droga. Spesso però scopro che, dietro a stupidissimi giochi, c’è un ragionamento, una storia, un progetto. Qualcosa che li trasforma in un successo.
L’ultima mia droga è il match-3 della Disney Emoji Blitz. Mi piace anche perché credo che questa sia stata la prima app a fare un uso davvero interessante dell’app store di iMessage. In Disney Emoji, infatti, man mano che si gioca si sbloccano emoji con gli amatissimi personaggi Disney, questi diventano disponibili come emoji all’interno di iMessage. Insomma un motivo in più per non abbandonare il gioco e riprenderlo subito in mano ogni cinque minuti.
Produttrice esecutiva del gioco è Nacia Chambers, che per Disney aveva già sviluppato il popolare “Dov’è la mia acqua?”. “La grossa differenza per il nostro match-3 sono i personaggi Disney”, ha spiegato ad AList, “Il fatto di poterli usare poi nei messaggi credo sia una vera e propria novità. Le emoji si sposano allo stile Disney e così possiamo inserirci un vero e proprio trend culturale. Con questo gioco ci rivolgiamo direttamente a mamme e millenial”. Disney non ha badato a spese per la promozione: “Abbiamo campagne sempre attive su Facebook e Instagram, per rivolgerci alla giusta fascia demografica. Per il lancio poi ci sono stati eventi a Times Square NY e ad Anaheim Downtown Disney”. Non a caso Disney ha scelto di lanciare il gioco lo scorso 17 luglio, il World Emoji Day: “Da qualche tempo ci siamo resi conto che le emoji siano ormai parte della cultura popolare. Sono un modo divertente di comunicare, che si sposa alla perfezione allo stile di storytelling di Disney. Da questa realizzazione il passo è stato breve.” Il gioco effettivamente è un clone di un precedente gioco Disney, quello degli Tsum Tsum: un match-3 nato da un fenomeno culturale Giapponese questa volta, dei piccoli peluche impilabili a forma di palletta, collezionati anche qui ormai. Non a caso ora gli emoji Disney stanno facendo il percorso inverso, diventando essi stessi dei peluches, un merchandising nato direttamente dal videogioco e che di fatto chiude perfettamente il cerchio del progetto.
Che cosa impariamo da questa storia?
Che l’app store di iMessage è una risorsa difficile da sfruttare, ma ad alto potenziale.
Che Disney ha saputo saltare sul vagone emoji con stile. Noi italiani, appassionati di fumetti Disney forse più degli americani, sappiamo che lo stile di animazione classico e il fumetto sono parenti stretti delle emoji. Da qui l’ottima opportunità di creare emoji Disney entrando nella comunicazione quotidiana.
Che per il lancio di qualunque gioco, anche se sei Disney, è necessario un piano marketing continuo e avanzate.
È molto interessante il pubblico d’elezione di Disney per un gioco basato sulle emoji: millenials e mamme.
Ora torno a giocare, ciao 👋
Da Orlando al copia\incolla: 10 pensieri sul WWDC16
Alcuni miei pensieri sparsi, volutamente senza ordine logico, sul Keynote di ieri.
1: L'apertura con il minuto di silenzio per Orlando. Era importante
Tim Cook ha fatto coming out in tempi relativamente recenti. La sua apertura dedicata alla strage di Orlando era doverosa e inevitabile. Ho apprezzato che nelle sue parole, che sono le parole di Apple, questa strage non sia stata rappresentata come un attentato generico, ma per quello che è: un'attentato che colpisce i gay, mentre vivevano la loro vita e la loro libertà. Il discorso di Cook parlava di orgoglio e diversità, ed è importante che arrivi da una persona influente come lui. Perché quando la violenza fa rumore ci vuole una convinzione forte ed esplicita per sovrastarla e azzittirla.
2: Watch OS 3, finalmente l'orologino non è più in beta?
Siamo chiari: se l'aggiornamento più significativo è la partenza immediata delle app di terze parti, quando da mesi ci teniamo tutti un orologio dove le app di terze parti sono tanto lente da essere inutilizzabili... qualcosa non va. Ben venga, per carità, ma doveva arrivare molto prima. Per non parlare del watch face di Minnie o del nuovo notification center: dettagli, ok, ma qui ci si ferma. Ora è fatto e finito, ora ci si evolve.
3: Scribble mi fa più paura di Palm OS
Avevate un dispositivo Palm? Allora vi ricorderete della feature che vi consentiva di scrivere lettere a mano con il pennino. Era un incubo. Su Apple Watch si dovrà fare con le dita: l'idea è buona, perché non sempre possiamo dettare messaggi a voce... ma l'implementazione sarà efficace? Vedremo. Mi entusiasma di più la proattività migliorata nel proporre risposte standard, in realtà.
4: Fitness e disabili: grazie!
Vi dirò quando ho preso il primo Apple Watch e dopo qualche ora ha iniziato a ricordarmi di mettermi in piedi, perché a stare seduti non fa mica bene, essendo su una sedia a rotelle mi sono sentito vagamente preso in giro. A parte gli scherzi, però, Apple Watch per me va alla grande, perché misura gli sforzi rilevando il battito cardiaco e per me è fondamentale. In sedia a rotelle faccio esercizi non standard e faccio "più fatica" a fare cose più semplici: gli accelerometri dei fitbit vari non rendevano giustizia al mio workout, Apple Watch se l'è sempre cavata molto molto meglio. Con l'aggiornamento però andrà ancor più meravigliosamente: per chi usa sedie a spinta capirà lo sforzo di spostamento e comunque terrà maggior conto delle esigenze dei diversamente abili. Una bella sorpresa anche se, va detto, sull'accessibilità Apple è comunque sempre stata mille anni luce avanti rispetto agli altri, quindi è anche una conferma.
5: macOS non stupisce ma migliora
Sia chiaro è finita l'epoca in cui i sistemi operativi per computer stupiscono con nuove meravigliose feature. L'hanno capita: vogliamo che rimangano uguali e che evolvano più lentamente, per non sconvolgerci la vota ma migliorarla pian piano. Quindi finisce che a parte la desolazione per il cambio nome (da OS X a macOS, finisce un'epoca) sono i piccoli dettagli a farci contenti contenti: il copia\incolla sincronizzato con iPhone e iPad, il picture in picture per i video mentre abbiamo app in full screen (sì, potete lavorare e guardare Netflix contemporaneamente) e soprattutto Siri. Integrata va detto meravigliosamente: una vera assistente, che lavora al nostro fianco anche mentre facciamo altro. Poter cercare immagini con la voce mentre si scrive a tastiera, per poi trascinare al volo: sogni dei blogger che diventano realtà.
6: Siri e le terze parti, la novità più bella (ma parziale)
Finalmente Siri si apre ad app di terze parti come i messenger, Uber e molti altri: questo significa che è pronto a diventare davvero potente, davvero quell'assistente vocale tuttofare da film di fantascienza. Temo il peggio per l'ostracizzazione di certe app musicali (leggi Spotify) ma vedremo come si comporterà Apple nei prossimi mesi. L'evoluzione di Siri arriva un pochino con il fiato corto: Ok Google, Cortana e Amazon Echo stavano sorpassando, ma forse Siri è ancora in tempo per dare sprint e conservare lo scettro. Tifiamo per lei anche perché ormai siamo affezionati, vero Siri?
7: Tastiera contestuale e proattività: Google? "Allo, it's me..."
Mi chiedono un indirizzo? iMessage lo cerca per me prima che possa rispondere. Ci diamo appuntamento via messaggio? Il telefono propone già di aggiungerlo in calendario. Insomma iPhone si fa "i cavoli nostri", ovviamente detto bonariamente, e con la sua proattività prova a farci scrivere di meno e vivere di più. Tutto molto bello, peccato che Google mi abbia tolto l'effetto "wow" presentando una feature identica un mese fa:
8: Apple Music, cancella e rifai
Apple Music debuttò con un'interfaccia orrenda, non degna di Apple: è il competitor di Spotiy e Spotify è mille volte più intuitivo. Probabilmente Tim Cook ha fatto quello che Steve Jobs avrebbe fatto molto prima: ha dato di matto, ha fatto cancellare tutto e l'ha fatto riprogettare da zero. Da quel che abbiamo visto ora sarà molto molto più facile. Si spera, vedremo,
9: iMessage for the Snapchat Generation
iMessage diventa un pochino più bimbominkia, con fumetti giganti, emoticon disegnate, persino messaggi con inchiostro invisibile. Ai più giovani ricorderà Snapchat, ai più vecchi quella tragedia tecnologica che si chiamava Msn Messenger. Non possiamo biasimare Apple, deve fare felici anche i millenials ovvero i ragazzini di oggi. Deve continuare ad essere cool, non può invecchiare con noi. Ci riuscirà? Qui siamo team eterna giovinezza, quindi speriamo di sì.
10: Apple TV... still an hobby?
Aggiornamenti di poco rilievo: il redesign dell'app Remote (che avrebbe dovuto arrivare un anno fa, contestualmente al lancio della nuova Apple TV, mica oggi), login centralizzato e tante feature che in realtà servono più a far felici gli sviluppatori. Apple ha individuato la strada (smart tv con app installabili, anche per servizi di streaming a pagamento) ma evidentemente il percorso è lungo e gli sviluppatori non hanno tutto quel guadagno necessario a correre così velocemente. C'è da mettere pepe, però, questo "hobby" chiamato Apple TV dura da tanti anni, è veramente ora di diventare una cosa seria.
11, punto Jolly: Sì, Craig Federighi anche questa volta SAPEVA di essere il più figo di tutti
Prendi un marchio italiano vintage, #Marvis, e trasformalo in un prodotto gourmet, ricercatissimo dagli instagrammer di tutto il mondo e venduto a peso d'oro sugli scaffali di Eataly a NY. Merito anche di gusti originali ma non stucchevoli, come menta e cannella o questo menta e liquirizia. La liquirizia non è una a caso, ma quella di #Amarelli, altro marchio riconosciuto nel mondo. Il packaging vintage fa tutto il resto. Quando il Made in Italy fa squadra accadono anche queste cose.
Mindful Baking. Ovvero: ”Sì, mi rilasso facendo torte: problemi?”
Più lavoro con compiti da desk e più mi rendo conto di riuscire a trascinarmi i problemi fino a letto, vivendo uno stress che spesso non mi tormenta solo sul lavoro, ma anche nella vita quotidiana. Sento quindi l’esigenza di poter scollegare la mente almeno quando sono fra le mura domestiche, ma tra il dire il fare c’è di mezzo la mail sul cellulare. Quasi per caso mi sono accorto che mi basta un'ora impiegata a fare qualcosa di fisico, qualcosa di completamente lontano dalla tecnologia, per diminuire lo stress, non sfogare somaticamente i miei malumori e soprattutto per provare una grande soddisfazione. Non pensate male, questa pratica fisica è sì peccaminosa ma non VM18: mi piace, semplicemente, fare le torte.
Immagino che dire che mi piaccia fare le torte possa rendermi meno virile ai vostri occhi, ma gli stereotipi sulla cucina dovreste lasciarli al 1800 così come ho fatto io (insieme a tanti, tanti altri stereotipi sulla virilità, of course).
Mi sono messo a fare torte perché è qualcosa di semplice e molto pratico: bastano pochi ingredienti, una bella impastatrice che rende tutto più facile e delle ricette. Già cercare le ricette, per me, diventa un momento di aspettativa e distacco mentale. (Per inciso, adoro quelle di ChiaraPassion, cercatele perché fa quelle cose che piacciono a me: di matrice spesso anglosassone ma in una versione meno pesante e più casalinga.)
Oltre a fare torte mi piace condividerle, creare un momento di relax con la famiglia e amici, scoprire se apprezzeranno o meno il frutto del mio lavoro, e trascinare anche loro con me in questa coccola. Quelle quattro chiacchiere con una torta e una tazza di tè sono per me momenti preziosi. Che poi estendo sui social, facendo una bella foto e "regalando" la torta ai miei amici su Instagram.
La mia è una esperienza personale, quello che però mi chiedo è: fare torte può essere davvero uno strumento di mindfulness? Ci si può fare una terapia vera e propria? C'è chi crede di sì e, ovviamente, ci ha scritto un libro. Si scrivono libri proprio su tutto... e il matto che ha trovato questo libro interessante, a questo giro, sono io. Parlo di "The Art of Mindful Baking" di Julia Posonby dove, quasi per assurdo, si prendono ricette di panificazione e torte come esercizi di meditazione. Gli ingredienti delle ricette sono paragonati agli ingredienti della vita: le stesse persone, con gli stessi ingredienti, non ottengono mai lo stesso risultato, per questo ogni volta la vita (e la vostra torta) sarà una sorpresa.
Sembrerà filosofia spicciola, robaccia new-age (e lo è), ma il fatto è che per me funziona: cucinare, come tutte le altre piccole cose quotidiane, (sistemare la scrivania, mettersi una maschera, cucire un bottone...) possono essere momenti di distacco e purificazione. Purificazione dalla tecnologia, prima di tutto: una buona scusa per concentrarsi sul nostro corpo e su noi stessi.
Non a caso oggi esistono veri e propri corsi di cake therapy, che di sicuro sembrano tanto trendy e probabilmente trasformano una cosa semplice e universale in un business. Beati loro che ci hanno pensato. Niente di nuovo dopo tutto: si tratta solamente di un nuovo approccio alle terapie occupazionali, ovvero quelle tecniche che provano a ridurre i sintomi di ansia e depressione ma anche di problemi psicologici più complessi attraverso semplici attività fisiche. Questo studio pubblicato sul British Journal of Occupation Therapy ha dimostrato che un gruppo di persone iscritte a un corso di cucina ha riscontrato diversi benefici psicologici, tra cui un senso di realizzazione e di controllo sull’ambiente circostante, un miglioramento della concentrazione e un innalzamento dell’autostima.
Certo, uno studio non fa una verità, ma sono ormai sempre di più gli psicoterapeuti che propongono queste pratiche. E voglio dire, su di me funziona, ne sono certo (così come altre cose, l’importante è avere una via di fuga). Vi dirò, faccio meno fatica a concentrarmi con una torta piuttosto che con un podcast di meditazione, e il podcast di meditazione non mi lascia dei fantastici scones da condividere con gli amici. Quindi lo dico con orgoglio: Cake Pride!
Per quelli che "il giornalismo su carta è morto", ogni mese #Monocle scrive oltre 300 pagine di belle storie che arrivano dal mondo, e profumano di mondo. Rigorosamente non digitale e rigorosamente senza profili social. Eppure sui social (degli altri) lo trovate, eccome: tutte le sue firme meritano di essere seguite. E anche la web radio è probabilmente la più bella del web.
Tra le opere di Goshka Macuga a Fondazione Prada (To The Son Of Man Who Ate The Scroll, fino al 19 giugno) c'è questo meraviglioso animatronic. Realistico con risultati inquietanti nei movimenti e nelle espressioni. L'androide è stato concepito da Goshka Makuga e prodotto in Giappone da A Lab: si tratta tecnicamente di un Geminoid, ovvero di un robot creato come clone di un modello umano (il fidanzato dell'artista), copiandone non solo l'aspetto ma anche movimenti ed espressioni. Declama all'infinito un monologo sul rapporto tra uomo e tecnologia, composto in realtà da frammenti di discorsi elaborati da grandi pensatori, come se un computer potesse sviluppare nuovi pensieri rielaborando quelli dell'uomo. Sono rimasto dieci minuti a contemplarlo, ipnotizzato. Questa tecnologia è di per sè affascinate, usata a scopi artistici diventa ancor più intrigante. Il giorno dell'inaugurazione l'artista ha fatto sedere il compagno accanto all'androide commentando: è identico a lui, gli manca solo quella luce che fa brillare gli occhi. (presso Fondazione Prada)
See the Moments You Care About First
You may be surprised to learn that people miss on average 70 percent of their feeds. As Instagram has grown, it’s become harder to keep up with all the photos and videos people share. This means you often don’t see the posts you might care about the most.
To improve your experience, your feed will soon be ordered to show the moments we believe you will care about the most.
The order of photos and videos in your feed will be based on the likelihood you’ll be interested in the content, your relationship with the person posting and the timeliness of the post. As we begin, we’re focusing on optimizing the order — all the posts will still be there, just in a different order.
If your favorite musician shares a video from last night’s concert, it will be waiting for you when you wake up, no matter how many accounts you follow or what time zone you live in. And when your best friend posts a photo of her new puppy, you won’t miss it.
We’re going to take time to get this right and listen to your feedback along the way. You’ll see this new experience in the coming months.
Instagram ha appena annunciato di voler cambiare l’ordine cronologico dei post, valorizzando quelli che (secondo un algoritmo) sarebbero più interessanti per noi. Giù di polemiche, perché ovviamente tutti hanno il terrore di non esser visti da tutti, di non esser valorizzati. La realtà invece è che la scelta ha molto senso, se i miei amici han fatto tutti like su un post io voglio vederlo, anche se mi sveglio tardi. Se una persona con cui interagisco spesso ha fotografato qualcosa di nuovo, io voglio vederlo. Se una persona ha un contenuto popolare… io voglio vederlo. E l’attuale scroll verticale, su mobile, non è assolutamente efficace quando si seguono molte persone. L’idea in definitiva mi sembra molto buona, tutto poi dipenderà da come verrà disegnata e implementata. Ma l’algoritmo è amico, non nemico.
#Nofacetune, su Instagram il movimento anti filtri e ritocchi
Alzi la mano chi non ha mai abusato dell’hashtag #nofilter per postare un selfie su Instagram che qualche “ritocchino” alla fine l’aveva: diventato ormai il preferito da celebrity e non solo per condividere scatti in cui appaiono al naturale, spesso il trucco tecnologico c’è, che si veda o non si veda.
Un escamotage del tutto innocente, finalizzato spesso a eliminare quella piccola imperfezione che potrebbe potenzialmente abbassare la percentuale dei like, che ultimamente sta però lasciando spazio a una maggiora spontaneità.
L’hashtag che ultimamente compare sempre più spesso nei selfie delle star - tra loro c’è anche la bellissima Zoe Kravitz - ma anche di “comuni” Instagram addicted, inneggia infatti al #nofacetune, e cioè alla condivisione di scatti che non siano stati modificati da applicazioni per il fotoritocco, in primis la popolarissima Facetune. Che rende la maggior parte dei selfie perfetti, impeccabili, patinati e innegabilmente artificiali.
Un movimento che sta guadagnando sempre più vigore, e che contrariamente a quello del “no make-up”, le cui “adepte” postano scatti in cui posano completamente al naturale, non vieta di ricorrere a fondotinta, correttore e mascara, ma spinge semplicemente a mostrarsi per ciò che si è, e pazienza se il trucco non è impeccabile e qualche imperfezione si nota lo stesso.
Acqua e sapone 2.0.
Ma quali colombe: a Tripoli la pace ha il profumo del caffè
Può il caffè arrivare dove non arrivano gli armistizi? Questo credono i proprietari di “Our Cafè: Hand in Hand”, che si trova sulla Syria Street nella Tripoli libanese. Il locale si trova proprio in un punto di scontro tra due vicinati (quello di Jamal Mohsen a favore del regime siriano e quello di Bab al-Tabbaneh a favore dell’opposizione), in tensione violenta e continua a partire dal 1990 (data che, per altro, dovrebbe segnare la conclusione della guerra civile in Libano).
L’edificio, che prima era preso di mira da proiettili e attentati (si trova proprio sulla scalinata che collega i due quartieri) ora è stato decorato con colori sgargianti: giallo, verde, viola e rosa, con il murales di due mani che si stringono. Il locale può ospitare fino a 60 persone, ed è strutturato per ospitare concerti e spettacoli teatrali, oltre che proiezioni cinematografiche. Il Cafè, oltre ad essere un simbolo di pace, prova anche a portare lavoro nell’area, colpita da una forte disoccupazione. Si consumano bevande calde, piatti tipici e si fuma la shisha.
Oggi il locale è frequentato da molti abitanti di entrambi i quartieri, per lo più studenti e giovanissimi: ragazzi che per studiare insieme non possono andare uno a casa dell’altro, perché i genitori sono di fazioni differenti, e trovano in questo locale un luogo di unione e condivisione. Il tutto intorno a un tazza di caffè fumante che, sarà un caso, non è certo la prima volta che fa da comparsa in scene di pace e civiltà.
Mangiare cibo scaduto è un dovere civile
Il piccolo supermercato danese WeFood vende prodotti che in altri supermercati butterebbero: prossimi alla scadenza, brutti (frutta ammaccata o poco lucida), fuori stagione (il classico uovo di Pasqua dopo Pasqua). Il tutto a prezzo ovviamente ridotto, anche del 50%. L'iniziativa è un successo, con file di clienti che ogni giorno si accalcano nel piccolo negozio di Copenaghen.
Il concetto non è nuovo: esistono già in tutto il mondo mercati per "poveri", che rivendono a chi ha estremo bisogno prodotti non più adatti a superstore "patinati". La differenza è che WeFood non si rivolge ai poveri, ma a un pubblico generalista e semplicemente coscienzioso.
Poi, ovviamente, nessuno potrà mai sapere se l’ideologia di WeFood sia solo un alibi, per non far “vergognare” i clienti che non metterebbero mai piedi in un discount. Quel che conta è che l’aspetto “civile” del consumare cibo in scadenza ha sicuramente qualcosa di autentico.
Ci riempiamo la bocca (e le borse) di biologico, vegano, chilometro zero e sistemi di distribuzione alternativi. Nel 2015 NaturaSì, la catena di supermercati bio più nota in Italia, ha superato i 300 milioni di euro di bilancio consolidato. Tutto questo quando la soluzione più immediata sarebbe quella di attaccare il limite più forte dell'attuale sistema distributivo: lo spreco.
Solo in Italia finiscono nella spazzatura 13 miliardi di euro all'anno per lo spreco alimentare, calcolando solo quello che buttiamo via dalle abitazioni, nemmeno considerando i rifiuti dei supermarket. Catene come WeFood possono farci pensare di più, senza fare dispensa e accumulare senza necessità, ma con senso critico: iniziando ad acquistare solo quello che consumeremo effettivamente. Niente contro le catene bio, chilometro zero è così via, ma queste spesso hanno prezzi proibitivi, ripulendo solo la coscienza dei consumatori di fascia medio-alta. Soluzioni come questa, invece, possono inserirsi nell’economia domestica anche e soprattutto delle famiglie meno abbienti.