Perché nei paraggi di una vita non c'è niente di evitabile né in quel che c'è, né in quel che c'è stato, e neanche in quello che non c'è stato.
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Perché nei paraggi di una vita non c'è niente di evitabile né in quel che c'è, né in quel che c'è stato, e neanche in quello che non c'è stato.
I would have liked someone … to say to me: … "We also belong to the dying humanity you describe…" or else "You were right to show how the joy of remaking the world has been stolen away from us forever".
L’ospite è anche l’oggetto, non si può vedere nello scambio della parola dov’è lo scambio della cosa. Termine invariante tramite la stipulazione del dono. Può essere pericoloso non decidere chi è l’ospite, chi dà e chi riceve, chi è il parassita e di chi è la tavola, qual è il dono e qual è il danno, e dove inizia l’ostilità all’interno dell’ospitalità. Chi non ha tremato di paura in un albergo malfamato? Malfamato per non saper dichiarare i due sensi, né vederli. Si ama sapere dove si mettono i piedi. Stessa parola attiva e passiva, di oltraggio e di bontà, di odio e di benignità. Parola che suggerisce, dalla stessa bocca, l’invitante e l’invitato, chi ha i piedi accanto al fuoco e il passante inzuppato dalla pioggia, parola che suggerisce, per esempio, il caldo e il freddo. Tutto si spiega, se lo si può dire.
L’ospite dunque raffredda la minestra e riscalda la sua mano, l’ospite invita il viaggiatore e gli chiede, lo prega di sedersi, di mangiare, l’obbliga all’improvviso a riprendere la strada, gli grida dietro, non vi adagiate. L’ospite suggerisce e parla doppiamente. Non so chi è il satiro e chi è il passante. Tutti e due sono ospiti, sicuramente. E da una sola bocca suggeriscono e dicono sì e no. Come il viaggiatore interrompe il pasto del suo ospite, così il satiro, stupito, interrompe il pasto del suo. Chi ha soffiato sulla minestra, chi ha detto, ma non ha mangiato. I due topi, qui, si assomigliano, non mi stupirei se il mantello fradicio nascondesse la sua coda e le sue zampe di capro. Escluso prima ancora di parassitare il satiro.
Ma l’escluso poco fa andava in pace nello spazio rustico, mentre questo qui riparte sotto la pioggia, della quale non si dice mai che cessa e che picchietta con il suo rumore sullo stesso tetto dei due ospiti. Anch’essa aveva interrotto un processo: un viaggio. E da questo rumore ne deriva la storia. Ospiti e parassiti sono sempre sul punto di passare, mandati via, escursionisti, camminatori, passanti solitari. Essi cambiano il loro ruolo in uno spazio da definire.
Ci sono macchie nere nella lingua. L’area dell’ospite è una di queste chiazze scure. Nella logica dello scambio o piuttosto al suo posto, esso nasconde nel modo migliore chi è il ricevente e chi è l’emittente, chi vuole la guerra e chi offre la pace dalla sua tana. Nell’antro del satiro, l’ospite interrompe il suo ospite, ed è ancora un teorema nero. O la somma non nulla di due cose di segno contrario e dello stesso modulo. L’abbiamo già incontrata poco fa, quest’ombra un po’ più generale: non sappiamo ciò che è proprio del sistema e che lo costituisce, ciò che è contro il sistema, lo interrompe e lo mette in pericolo. Se lo schema dei topi è generatore oppure corruttore.
...non credo al ritornello della decadenza, dell’assenza di scrittori, della sterilità del pensiero, dell’orizzonte cupo e tetro.
Credo, al contrario, che ci sia un’abbondanza eccessiva. E che non soffriamo per il vuoto, ma perché i mezzi per pensare a tutto quello che accade sono troppo pochi. Ci sono moltissime cose da conoscere: fondamentali, terribili, meravigliose o strane, insieme minuscole e capitali. E poi c’è una curiosità immensa, un bisogno, un desiderio di conoscere. Ci si lamenta sempre che i media imbottiscono la testa delle persone. In questa idea c’è della misantropia. Credo, invece, che le persone reagiscano; più si cerca di convincerle, più si interrogano. Lo spirito non è una cera molle. È una sostanza reattiva. E il desiderio di saperne di più, meglio e diversamente, cresce man mano che si cerca di imbottire le teste.
Se questo è vero e se aggiungiamo a questo che, all’università e in altri luoghi, si stanno formando grandi quantità di persone che possono servire da scambiatori tra la massa di cose e l’avidità di sapere, si può ben presto dedurre che la disoccupazione degli studenti è la cosa più assurda che esista. Il problema è di moltiplicare i canali, le passerelle, i mezzi di informazione, le reti televisive e quelle radiofoniche, i giornali.
La curiosità è stata un vizio stigmatizzato di volta in volta dal Cristianesimo, dalla filosofia e persino da una certa concezione della scienza. Curiosità, futilità. Eppure, la parola mi piace. Mi suggerisce una cosa affatto diversa: evoca la “cura”, l’attenzione che si presta a quello che esiste o potrebbe esistere; un senso acuto del reale, che però non si immobilizza mai di fronte a esso; una prontezza a giudicare strano e singolare quello che ci circonda; un certo accanimento a disfarsi di ciò che è familiare e a guardare le stesse cose diversamente; un ardore di cogliere quello che accade e quello che passa; una disinvoltura nei confronti delle gerarchie tradizionali tra ciò che è importante e ciò che è essenziale.
Sogno una nuova età della curiosità. I mezzi tecnici ci sono; il desiderio c’è; le cose da conoscere sono infinite; le persone che possono impegnarsi in questo lavoro esistono. Di che cosa soffriamo? Di scarsità: canali stretti, striminziti, quasi monopolistici, insufficienti. Non si tratta di adottare un atteggiamento protezionista per impedire alla “cattiva” informazione di invadere e di soffocare la “buona”. Bisogna, invece, moltiplicare i tragitti e le possibilità di andare e venire. Nessun colbertismo in quest’ambito. Il che non significa, come spesso si teme, uniformizzazione e livellamento verso il basso. Significa, al contrario, differenziazione e simultaneità di reti differenti.