Bianca, io ho capito che nome ha il mio male. Orgoglio si chiama, e si può vincerlo. Io non sono sensuale, non sono avaro, non sono altro che orgoglioso. Tu hai un poco di responsabilità nelle mie ultime esplosioni d’orgoglio, perché non mi hai mai umiliato in passato, anzi hai sempre esaltato a me stesso la mia intelligenza, la mia importanza. Solo ieri sera per forza di cose sei stata, in questo senso, mia amica. Mi hai detto che sono storto, mi hai detto di tenderti pure trabocchetti, mi hai detto che nulla tra noi valeva la pena d’esser salvato. B., questa frase l’ho tenuta nel cuore tutta la notte (anch’io mi comunico) e finalmente mi ha fatto scrivere. Ho cercato di capire se questa frase è per me cosí terribile perché offende il mio orgoglio, e sí c’è anche questo, ma soprattutto credo ch’essa sia intollerabile perché non è vera, perché lacera cose più del necessario. Lascia stare me e le mie storie, ma anche tu sei in questo «tra noi» e con te dei valori che sono qualcosa di più che la passione. B., nessuno più di me sa quanto sterile e vana sia una passione, ma questo è stato finora il mio modo istintivo di afferrarmi a una persona e alle sue cose, come chi annega prende per il collo l’altro. Ho sempre mirato più in là. La passione è stata sempre soltanto una condizione posta dal mio orgoglio, ma l’intento era un altro. Era un valore oggettivo, un bene. Che esprimevo di nuovo orgogliosamente con le immagini della «carne e sangue», della monogamia, dell’assoluto, ma in sostanza voleva dire scelta di un’altra persona, materialità e realtà di questa persona, primo passo a rispettarla. È sempre stato amore storto, non assenza di amore. […] ── Torino, 25 novembre 1945











