Oggi è il 4 febbraio, Giornata mondiale contro il cancro, e il tema che circola ovunque è "Uniti dall'unicità": ogni persona colpita è diversa, ha la sua storia, i suoi bisogni, le sue paure, e proprio per questo la cura deve guardare prima alla persona che alla malattia.
Il cancro, spesso chiamato con metafore pesanti come "l'alieno", è proprio questo: qualcosa di estraneo che si insinua dentro di te, cresce a tue spese, ti ruba pezzi di vita mentre sei ancora qui a respirare. Ti consuma un frammento alla volta, giorno dopo giorno. L'ho visto succedere a mio padre. Io stesso evito ancora i controlli preventivi, terrorizzato dall'idea di scoprire qualcosa, e so che è un errore enorme. Eppure intorno a me ho visto sparire troppe persone, giovani e meno giovani, per questa bestia silenziosa.
Quello che mi ha sempre segnato di più è il momento in cui arriva la sentenza. "Gli restano tre mesi", mi dissero i medici riferendosi a mio padre, poco dopo i suoi sessantadue anni. Da quel giorno non ho più guardato mio papà come lo guardavo prima: vedevo solo un uomo condannato. Ogni volta che lo fissavo mi partiva il conto alla rovescia nella testa, "tra due mesi non ci sarà più", "tra un mese...", "tra una settimana...". Un countdown crudele, mentre il corpo crollava pezzo dopo pezzo, e anche la mente a tratti si annebbiava. Lo guardavo, ma era come se diventasse trasparente, sempre più lontano.
Poi ci fu anche la telefonata con la madre di una mia amica, una donna che era stata vicinissima ai miei genitori. Chiamata di cortesia, come si usava una volta. Le chiedo come sta, ignaro di tutto, e lei con la voce che tremava mi risponde: "Rino, ho un tumore, mi resta un mese". Sono rimasto congelato, non so nemmeno cosa le dissi. Al suo funerale sentivo forte nella mia testa la sua voce, mentre mi urlava "mi resta un mese di vita".
Oppure penso a un mio compagno d'armi siciliano, un colosso con occhi neri pieni di vita. "Vado in licenza, minchione", mi disse ridendo, dandomi un colpetto sulla nuca. Era forte, fortissimo. Arrivato a casa si sentì male, ospedale, sentenza senza appello. Non tornò più. Doveva esserci anche lui per l'ultimo "rompete le righe" con la Folgore. Quel "minchione" mi risuona ancora.
E poi "Palletta", il soprannome con cui una ragazzina si faceva chiamare tra gli amici più vicini. Riuscì a spegnere diciotto candeline in un letto d'ospedale. Conservo ancora un suo vocale in cui rideva a crepapelle per una mia stupidaggine. Non ho mai avuto il coraggio di riascoltarlo, mi spezzerebbe.
Queste storie non sono solo ricordi: sono il motivo per cui oggi, in una giornata come questa, si parla tanto di prevenzione, di controlli regolari, di diagnosi precoce che davvero può cambiare tutto. Perché mentre il cancro resta una sfida enorme, sempre più persone ce la fanno, sopravvivono, tornano a vivere. E dietro ogni caso c'è qualcuno di unico, con i suoi sogni interrotti, le sue forze, le sue fragilità.
Non è solo una questione medica. È umana. E forse proprio per questo dobbiamo smettere di girarci dall'altra parte. Fare quel controllo che rimandiamo da anni, smettere di pensare "a me non succederà", ascoltare chi sta lottando invece di voltarci. Perché se ognuno fa la sua parte, piccola o grande, forse quel countdown che ho vissuto io può diventare sempre più raro per qualcun altro.
E tu? Hai mai rimandato una visita per paura? Hai mai perso qualcuno e poi pensato "forse se... "? Oggi è il giorno giusto per dirlo a voce alta, per agire, per stare vicini a chi combatte. Uniti, perché ognuno è unico, ma nessuno dovrebbe combattere da solo.


















