Se potessi tornare indietro? Cambierei quasi tutto. Ma sono convinto che saprei rovinarmi la vita lo stesso. Sono bravo a trovarmi strategie nuove per arrivare allo stesso risultato.
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Se potessi tornare indietro? Cambierei quasi tutto. Ma sono convinto che saprei rovinarmi la vita lo stesso. Sono bravo a trovarmi strategie nuove per arrivare allo stesso risultato.
Compiono tanti torti e fanno finta di nulla.
Fai un torto tu, se lo ricordano bene.
Che poi, cercando obiettività e sincera valutazione, i miei torti sono dei tortini.
Piccole porzioni, che io ho sempre portato sulla gobba con la schiena dritta e lo sguardo in avanti.
Perché fare del male, ma male davvero, non ne sono capace. Subirlo invece, ci sono portato.
Mantieni una dignità e vai avanti, come camminare tra rovi e intrecci di rami che ostacolano il passo. A volte, proprio quando la strada è in salita e i rovi ti strappano anche la pelle, cerchi di essere brillante e di non dare sfogo a quello che provi davvero.
Riesci a dimensionare tutto, le ingiustizie, gli affronti, le sottrazioni indebite, trovando conforto nei sorrisi e nell'appoggio di chi, prima di te, ci è passato. Dagli sguardi e dalle parole di figli che, nonostante tutto, ti vedono come un faro.
Poi i figli crescono. Comprendono certe dinamiche, cominciano a subire gli stati d'ansia che condivido con la mia vita. Vedo nei loro occhi che mi capiscono, che si chiedono se toccherà anche a loro subire quello che ho subito io. E la testa sugli esami diventa un imperativo, per crescere.
Ho perdonato, evitato gli scontri, allontanato senza troppe discussioni chi si approfittava di me. Confesso, qualche volta, in piccole parti, che per disperazione mi sono approfittato anch'io (ma con la promessa di rimediare). E quando mi sono presentato per rimediare ho trovato muri, invece di finestre con cui chiarirsi e ridare.
Oggi guardo gli occhi dei miei figli, che stanno dando peso a persone che li stanno "usando" come valvola di scarico, non più solo il padre, ma anche loro stessi. Così si chiudono nel mutismo.
Ed è a questo punto che in me scatta qualcosa da padre, che non sopporta certe ingerenze nella mia vita. E divento un leone, che scatena la sua rabbia per difendere, per raggiungere traguardi, per vendere cara la pelle.
Ma non questa sera. Questa sera vincono le gocce che mi stanno portando via, in un altro mondo, meno malefico, dove spero nello sguardo felice dei miei figli.
Scusate lo sconforto.
Io, 237 anni dopo, ho preso la Pastiglia. Senz'acqua. Vale lo stesso come atto rivoluzionario?
Sono in giro con Tea, la piccola chihuahua che ha bisogno urgente di sbrigare i suoi bisognini, quando sento delle voci da un cantiere.
Aperto da poco. Stanno ristrutturando una grossa villa, di quelle che nascevano con metrature oggi proibite, anni '60.
Sono uscito conciato per il caldo: pantaloncino blu ampio, stile Fantozzi, e la T-shirt nera con il volto stilizzato di Mirko dei Beehive, l'attore di Licia dolce Licia, e sotto la scritta "fettine panate". Una maglietta fighissima. Un regalo. Uno di quelli che tieni.
Ad attirarmi sono le voci degli operai, ed è in quel momento che mi riscopro umarell.
"Vuoi che te lo carico sul cassone?"
"Sì grazie."
"Aspetta, uso la gru."
"Già che ci sei, per favore caricagli quel bancale di mattoni che avanzano" dice una terza voce.
"Subito."
Rimango attonito, mentre guardo. Quasi con la bocca aperta.
Passa un operaio edile, mi guarda e mi dice: "Signore, tutto bene?"
Lo guardo e quasi balbettando rispondo: "Sa che ho fatto questa vita da cantiere per vent'anni?"
"Ah, capisco allora. È la nostalgia che le fa guardare il cantiere."
"No", rispondo io, "è l'assenza di bestemmie. La parlata in italiano corretto e non in bergamasco. La calma, e nessuno che manda a ‘via al cul' l'altro" rispondo basito, "ma che mondo è questo? Il multiverso?"
Il ragazzo mi guarda, si alza l'elmetto e si gratta la testa pensieroso. Mi saluta e si allontana.
Avvicinandosi agli altri operai sento chiaramente: "Cosa voleva quel signore?"
"Dice che non bestemmiamo e non siamo rognosi come un vero muratore bergamasco."
"Ma se vuole un paio di porconi potremmo anche tirarli giù."
Ridono. Si danno il cinque, scuotono la testa.
La scuoto anche io.
Mentre mi allontano sorrido. E penso ai miei compagni di cantiere di molti anni fa. Rido perché me li immagino mentre dicono grazie, prego, mentre impugnano il martello o un badile col mignolo alzato. Sorrido mentre me li immagino passarsi secchi di malta con frasi tipo "è di tuo gradimento? Pesa troppo?". E poi giù con gli acciderbolina, i mannaggia la pupazza e altre cose.
Quello che mi diverte davvero è pensare a quegli uomini che ho conosciuto, di cui molti per ragioni anagrafiche non esistono più, con quei lineamenti scavati dalla fatica e le parole taglienti imparate in un mondo duro come i muri di cemento armato, muoversi con grazia e gentilezza in un cantiere.
Magari in cielo. Perché lì non possono bestemmiare, troppo vicini al titolare dell'impresa Paradiso S.r.l. Si rischierebbe il licenziamento, e si finirebbe all'inferno dei disoccupati.
Notato niente?
Ci sono uomini che davanti alla propria lei funzionano come un computer del '95. Lei entra in salotto, si ferma, li guarda. "Notato niente?" Rumore di ventola. Clessidra. Scansionano tutto: capelli, vestito, pareti, il cane. Niente. Il file non c'è.
Allora bluffano. "Sei dimagrita?" Sbagliato. Era la frangia. "Ti sei riposata?" Peggio. Erano gli occhiali nuovi. Ne conosco uno che ha detto "hai cambiato profumo" a una che aveva ridipinto la cucina. La cucina. Una parete intera color arancio. Lui, il profumo.
Sono i maschi semplici. Quelli che vivono con un radar della NASA e si presentano con due pixel in croce. Lei capisce che hanno un pensiero da come appoggiano le chiavi sul mobile. Loro non si accorgono del divano spostato per tre giorni. E il terzo giorno ci si siedono sopra convinti che sia sempre stato lì.
Poi ci sono gli uomini. Che è un'altra categoria, e non c'entrano i muscoli, non c'entra lo stipendio. Gli uomini notano. Sanno che quando lei è preoccupata gira l'orecchino. Che quando ride davvero le scappa quel mezzo singhiozzo che odia. Che il caffè lo lascia sempre a metà, e la tazza la trovano loro. Tutto, notano. Anche quando lei non guarda. Soprattutto quando non guarda.
Mi piacerebbe dirvi che sto nella seconda categoria. Diciamo che faccio il pendolare. Certi giorni vedo l'orecchino che gira ancora prima che parli. Certi giorni la parete arancione mi passa davanti e niente, il file non c'è. Perché il maschio semplice non è un tipo di uomo. È un momento. E arriva sempre, puntuale, quando lei si gira e ti fa "notato niente?". Rumore di ventola. Clessidra. Prima o poi rispondo giusto. Magari il giorno che ridipinge la cucina.
Oggi è la giornata mondiale delle patatine fritte. Esiste davvero, l'ho controllato due volte.
E a me le patatine fritte fanno venire in mente una cucina di quarant'anni fa. Mia madre con la padella, l'olio che schizzava, io che allungavo la mano e lei che me la scacciava. Aspetta che scottano. Aspettavo mai. Mi scottavo sempre.
Quelle del sacchetto surgelato non c'entrano niente. Quelle erano patate vere, sbucciate a mano, tagliate storte. Ognuna diversa dall'altra.
Adesso mia madre non cucina più. Certi giorni non ricorda nemmeno di aver cucinato per una vita intera. Io invece me lo ricordo per tutti e due.
Stasera magari le faccio. Sbucciate a mano, tagliate storte. E la mano sopra la padella la allungo lo stesso. Tanto lo so già che mi scotto.
L'ho scritto per due lettori. Due.
I miei figli.
E forse anche per me, per ricordarmi il padre che son stato quando sarò lontano con la testa.
Il resto, pensavo, sarebbe stato silenzio. Qualche copia agli amici, una stretta di mano, un "bravo Rino" detto per affetto.
Invece.
Una mamma mi scrive che leggendo ha ripensato all'adolescenza difficile di suo figlio, e che avrebbe voluto incontrare prima queste pagine. Un'altra l'ha finito in una sera, dice che non riusciva a staccare. Un'altra ancora confessa che a tratti le veniva da rispondermi ad alta voce, come se stessimo parlando al tavolo di una cucina.
Mi hanno scritto dei padri, commossi. Mi hanno ringraziato.
Io queste persone non le conosco.
Non sanno che faccia ho quando scrivo alle undici di sera, con la casa che dorme.
Eppure mi arrivano parole come "mi sono riconosciuta", "sembrava scritto per me".
Uno pensa di raccontare i propri figli e invece, senza saperlo, sta raccontando anche i figli degli altri. Le paure degli altri. Quel mestiere che nessuno ti insegna e che tutti impariamo sbagliando.
C'è una lettrice che ha ripescato una riga del libro, quella dove dico che la rete che ti cattura è fatta di cose bellissime.
Ecco.
In questi giorni la rete è fatta dei vostri messaggi. Che sono davvero tanti, in privato dove vi aprite nei complimenti e, senza accorgervene, mi aprite pagine delle vostre vite.
L'avevo scritto per due lettori.
Forse tre.
Ho sbagliato i conti.
Meno male.
Rino Tomaselli
P.S. Sì, la foto è fatta con l'intelligenza artificiale. Le ho chiesto di rispettare il mio volto al cento per cento. Lei ha deciso di rispettarlo come si rispetta un suocero: con dieci chili di diplomazia in meno. Non ho avuto il coraggio di correggerla.
Lo trovate qui:
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Trentasei gradi. Sabato pomeriggio.
Gli antichi greci con questo caldo ci hanno costruito l'Ade. Io ci devo fare la spesa.
Il parcheggio del supermercato è la nuova agorà. Democrazia pura: tutti hanno diritto di parola e nessuno ha ragione. Un demagogo con la Panda mi soffia il posto lampeggiando come se avesse appena vinto a Maratona. Lo ostracizzo mentalmente. Ad Atene bastava scrivere il nome su un coccio, adesso puoi solo guardarlo male attraverso il parabrezza.
Dentro, la corsia dei surgelati è l'unico tempio con l'aria condizionata. Ci sostiamo in sette, tutti fingendo di scegliere i piselli.
Il coro, intanto, si scalda.
Poi vado da mia madre.
Mi racconta la stessa storia tre volte. Penelope disfaceva la tela ogni notte per non finire il lavoro. Lei disfa i ricordi, e non lo sceglie.
Le dico che quella storia la so già. Mi risponde che allora potevo raccontarla io.
E ha ragione lei. Con gli oracoli funziona così.
Il coro ha attaccato a cantare.
A casa, pulizie. Sisifo spingeva il masso in salita e se lo vedeva rotolare giù, per l'eternità. Dilettante. Sisifo non aveva due figli che attraversano la cucina appena lavata con le ciabatte numero quarantasette.
Il pavimento è la mia collina. Io salgo, loro rotolano.
Il coro ormai canta a pieni polmoni.
I figli stanno sul divano, l'Olimpo di casa. Dall'alto osservano il mortale che passa lo straccio e ogni tanto scagliano un fulmine: "cosa c'è per cena?".
Gli dei greci erano fatti così. Onnipotenti, annoiati, e sempre affamati di qualcosa che dovevano preparare gli altri, mentre guardano i comuni mortali su Netflix.
Alle venti esco sul balcone.
Trentasei gradi anche adesso, ma il cielo si è messo il vestito buono, uno di quei tramonti che i greci avrebbero dato in gestione a un dio apposta.
Penso che le tragedie greche duravano un giorno solo, dall'alba al tramonto. Regola fissa, la chiamavano unità di tempo.
La mia finisce adesso. In orario.
Il coro può andare a casa.
Mi concedo alla dea Benzodiazepina. Cugina di Morfeo. Credo.
Domenica si replica.
Fa caldo
Fa caldo.
Mezzanotte passata e il ventilatore gira, serio serio, spostando aria calda da un angolo all’altro della stanza. Come certi uffici, che le pratiche le fanno solo girare.
Oggi ho parlato con gente che il caldo ce l’ha dentro da prima di luglio. Ti chiede una mano e si offende per come gliela dai. Discute non per capire, per vincere. E vincere contro uno che ti voleva bene è una vittoria fredda, forse l’unica cosa fredda rimasta in giro stanotte.
Poi c’è un altro caldo, quello che il termometro non segna. Ti si siede sul petto verso sera, quando finisce il rumore. Non è febbre. Chi lo conosce lo sa, chi non lo conosce dica grazie e non faccia domande.
Con questo caldo non si dorme. Si sta alla finestra a guardare i lampioni, che almeno loro fanno luce senza pretendere un grazie.
Verso le quattro, dicono, arriva sempre un filo d’aria.
Io per sicurezza tengo aperto.
Che vita sarebbe senza soldi e sesso la mia.
Che vita sarebbe senza soldi e sesso: la mia.
L'importanza della punteggiatura.
Il mattino ha l'afa in bocca.
AAA.
Cercasi compagnia per andare, mano nella mano, tra le corsie dei surgelati.
All'Iper.
Oggi è il 1° di luglio.
Non è più il suo compleanno da molto tempo. Il 1° di luglio è solo l'anniversario della sua nascita.
Dell'uomo che ho sempre chiamato papà da piccolo, e per nome da adulto.
Oggi, me ne sono accorto solo dopo della coincidenza, ho donato ai miei figli le rispettive copie del libro che ho scritto su di loro come figli, e su di me come padre.
A ognuno ho scritto una dedica. Come fanno gli scrittori, quelli blasonati e capaci.
Quelli che firmano centinaia di libri in un solo pomeriggio, senza crampi alla mano, senza una sbavatura, con una parola diversa per ogni persona che si presenta con il libro stretto al petto.
Avevo una bella calligrafia, io. Ero portato al disegno, alla mano libera.
Ho tremato, tanto, ma le dediche le ho fatte. Mano incerta, parole chiare nel cuore.
Non potete immaginare cosa si prova a tenere un libro con due mani, il tuo, e a lasciarlo andare in quelle di un figlio.
Ho guardato Daniele, poi Gabriele. Uno alla volta, come si fa con le cose che contano davvero.
Non ho detto niente sulla data. Non serviva.
Ma mentre stringevo quei libri un secondo prima di mollarli, ho pensato a lui. A mio padre, che oggi avrebbe compiuto gli anni, se gli anni per lui contassero ancora qualcosa.
Oggi vado a leggerlo. Non su una lapide, quello lo faccio sempre.
Vado a leggerlo sui muri. Quelli che ha tirato su lui, con le sue mani, prima ancora delle mie. Ci sono ancora i suoi numeri sul calcestruzzo, gli appunti a matita che nessuno ha mai avuto il coraggio di cancellare. Una misura, una correzione presa lì per lì, decisa in un secondo e rimasta per sempre.
Non gli ho mai scritto un libro. Lui a me non me ne ha lasciato uno di carta. Mi ha lasciato muri.
Ai miei figli un libro intero gliel'ho scritto. Forse tremavo per questo: non è la mano che trema, è il conto che provi a pareggiare mentre lo consegni.
Un padre che si fa parole per non sparire due volte. Prima con la morte. Poi con il silenzio dei figli che non hanno da chi imparare a raccontarlo.
Il 1° di luglio non è più un compleanno. È il giorno in cui vado a leggere due libri: quello di cemento che mi ha lasciato lui, e quello di carta che ho lasciato io.
Il calcestruzzo non trema mai. La carta, un po', anche adesso.
N.B. Nella foto le foto di un'età che non tornerà, e manca da un certo punto di vista, e poi lui: Leo. Il gatto che mi controlla in tutto quello che faccio. Anche i libri da me scritti.
Eccola.
Sono qui sotto, le dico. Aspetto mio figlio.
La luna non risponde subito. Lei fa così, si prende i suoi tempi.
Lo so che torna, dico io. Lo so. Ma resto lo stesso, con le mani in tasca, a guardare in su come uno scemo.
E lei, piano: anch'io aspetto qualcuno da un po'.
Chi, dico io.
Non risponde. Sposta solo una nuvola, come si sposta una tenda per vedere se è arrivato.
Allora restiamo lì in due. Lei al suo posto, io al mio. Due che aspettano e fanno finta di niente.
Poi sento la macchina in fondo alla strada. I fari. Il rumore che conosco.
Visto, dico alla luna. Te l'avevo detto.
Lei non dice niente.
Ma giuro che per un attimo si è fatta un po' più chiara.
Lasciami così.
Non è coraggio, è un difetto di fabbrica: so darti calma mentre dentro mi sto sfaldando. Mi viene naturale, e mi viene bene. Tu vedi uno tranquillo. Non sai che la luce qui l’ho staccata io, e che ci vivo al buio da così tanto che ormai mi ci trovo.
Per questo, se non hai niente, non scrivermi.
Non tenermi in vita a colpi di monosillabi, di “ok”, di cose lette alle due di notte e mai più nominate.
Il niente lo conoscevo già. Non mi serviva la tua firma in fondo.
Se invece ti faccio entrare, ricordati dove sei.
Non spostare niente, il disordine qui lo tengo io.
Non cercare l’interruttore, sto meglio così.
Quello che trovi chiuso è chiuso apposta, lascialo.
Non chiedermi niente.
Muoviti piano. Abbassa la voce.
Restami davanti, se vuoi.
Ma non mettermi le mani dentro.
E lasciami così.
"Inizia l'estate oggi", mi sento dire. "Perché?", faccio io. "Ma perché è il 21 giugno!" "Ah. Quindi i 40 gradi che mi porto dietro da una settimana cos'erano? Una primavera aggiornata, versione 3.0?"
Ecco, oggi entriamo "ufficialmente" nella stagione più calda. A livello informale ci stavamo già cuocendo da un pezzo.
Il bello è cosa vuol dire la parola. Solstizio significa che il sole si ferma. Si ferma. Lui. Quello che dovrebbe darmi il buon esempio si prende una pausa, resta lì impalato a mezzo cielo, mentre io a terra mi sciolgo come un ghiacciolo dimenticato sul cruscotto.
Da qualche parte, intanto, gente vestita da druido si raduna in cerchio attorno a delle pietre vecchie come il mondo, ad aspettare l'alba con le braccia al cielo. Li capisco. Avrei voluto esserci anch'io a Stonehenge, in quella giornata in cui, in via del tutto eccezionale, ti lasciano toccare le pietre millenarie. Appoggi la mano, senti i secoli sotto il palmo, ti raccogli. E poi dai una sonora testata al solstizio.
Solstizio, Solscaio, Solsempronio o Solstocazzo. Chiamatelo come vi pare, tanto il caldo è quello.
L'unica consolazione è che da oggi le giornate cominciano ad accorciarsi. Cioè: siamo appena arrivati in cima alla luce e già si scende. Tocchi il punto più alto dell'anno e nello stesso istante in cui ci arrivi è già ora di tornare giù.
Buon solstizio. Anzi, buon Solstrazio.
Gennaio.
"Sticazzi della prova costume", e te magni the world come fosse all you can eat.
A gennaio dici sempre "sea". Sarebbe "il mare", ma a te suona "sì". Sì alla pizza, sì alla beer, sì al secondo giro de patatine. The sea è lontano, e allora "sea" a tutto.
Poi the body comincia a parlà. E non è the body che te metti la domenica bona, è proprio the body tuo, che te molla.
E la century dei pantaloni non se closed da un secolo.
Te guardi the belly. E non è "belli", eh. È 'na panza che cammina tre passi avanti a te e saluta la gente prima che arrivi tu.
Aprile. Esce the sun, e tu vorresti esse sunny, solare. Ma sei sunny solo a metà, perché the body è ancora quello de dicembre.
Maggio. Giugno. The sea, quello vero, comincia a chiamà. E porta i regali: bilancia, dieta, e quella frase, "da lunedì". E te, key te credi de essere? Rispondi "sea". Sì. Da lunedì.
Arriverà luglio. The sea è qua. Te tocca andà. E parte il teatrino: la maglietta su fino all'acqua, the body girato verso the sun solo dal lato bono.
Show me the money, te fa la vita. E tu mostri le mani. Vuote. Come uno che ha magnato tutto e non ha messo da parte manco un addominale.
Ma la verità è semplice come er supplì.
Non te serve diventà sunny e perfetto.
Anche se dopo il supplì cominci a supplica'.
Te serve solo di' "no" ogni tanto. Invece de di' sempre "sea".
E the moon resta lassù. Bella tonda.
Come te.
Però "sea".
Da lunedì.
Tanto tra sei mesi is Natale, a che serve incoming the diet six mesy prime?
Ci pensiamo a gennaio, dal primo monday (il giorno della mona).
Ph @crosmataditele