Ci sono posti dove il silenzio pesa diversamente.
Lo senti appena varchi la soglia, quella grande porta d'ingresso che divide il mondo di fuori da qualcosa che non ha un nome preciso, ma che riconosci subito. Una cattedrale, forse. Del dolore e della speranza insieme, come solo certi luoghi sanno essere.
Avevo parcheggiato da poco. Chi mi aveva preceduto non rispondeva al telefono, niente campo, probabilmente già in qualche piano interrato. Così sono entrato da solo, con le mie preoccupazioni ben nascoste, o almeno così credevo. Il mio concetto di nascondere le emozioni ha retto fino al cancello. Ha tracolato nel breve tratto prima della porta. E quando ho visto i bambini, quattro, cinque anni, senza capelli, senza sopracciglia, ho smesso di fingere anche con me stesso. Una stretta che prende tutto. Il cuore, la gola, qualcosa che non sai come chiamare ma che senti benissimo dove sta.
Come spesso mi capita, e credo che non mi capirò mai del tutto, la mia reazione è stata quella di cercare sorrisi. Così mi sono rivolto a una delle volontarie che con grande pazienza aiutano "gli ospiti", così li chiamano qui, a orientarsi tra corridoi, strisce colorate sul pavimento e piani numerati. Ho detto che, prima di affidarmi a "Chi l'ha visto?", stavo cercando una persona. In base alla descrizione della patologia mi hanno indicato dove potrebbe trovarsi. Non prima di un breve summit tra due o tre volontarie, che hanno parlato fitto tra loro e poi mi hanno riportato la decisione di comitato. CUP Medicina Nucleare. Piano meno due.
Scendo. Cerco. Alla fine trovo.
Il tempo scorre in quella sala d'attesa che si riempie piano piano. Persone con cappelli, turbanti, foulard colorati. Coppie che entrano tenendosi la mano, come a dirsi sottovoce "siamo in due, ce la faremo". Ospiti che parlano tra loro, si scambiano consigli pratici su come tenere a bada la nausea mentre ti curi, quella nausea che non ti lascia mai del tutto. Ho l'impressione che alcuni, qui, si sentano protetti. Che nutrano speranze reali. Infermieri che sostengono le persone anziane, anche fisicamente, con una delicatezza che non si impara sui libri.
Devo risalire. Eric, mio figlio, frequenta l'università a pochi passi da qui e vuole raggiungerci. Mi scrive che arriverà tra mezz'ora. Ridiscendo al meno due, con quella sensazione strana di sprofondare ogni volta che prendo le scale. Quando dopo mezz'era decido di risalire, scelgo l'ascensore.
Aspetto guardando il display dei piani.
Si avvicina quella che, molto probabilmente, è un medico. Una donna con una capigliatura bellissima, sale e pepe, occhi di chi ha visto tanto. Forse troppo. All'apertura delle porte faccio un passo indietro per cederle il passo. "Prego." Un gesto della mano, un invito. "No, prima lei." "Mi consenta, davvero, prego", ancora con quella mano tesa e un piccolo inchino della testa. "Prima gli ospiti", mi dice.
Ecco. Ospiti. Non pazienti, non familiari, non accompagnatori. Ospiti.
Nel salire in silenzio non smette di guardarmi. Lo vedo con la coda dell'occhio. "Com'è pensierosa la sua espressione." "Già", rispondo, "essere qui non è facile, da ospiti." "Anche lavorare qui, mi creda, non è facile."
Rimango ammutolito.
Qualche secondo ancora e arriviamo al piano zero. Poi arriva un'offerta che non mi aspettavo: "Posso fare qualcosa per lei?"
Volevo risponderle "mi abbracci, per favore". Ma la porta si apre, e io, con quel capo che si china come tante volte nella vita, la saluto e la ringrazio.
Eric mi aspetta seduto all'ingresso. Lo accompagno, scendiamo insieme al meno due. Prende la cartella con gli esami, controlla, legge, valuta. È fondamentalmente il suo campo di studi, quello a cui si sta preparando.
E chissà che un giorno non sarà lui, dall'altra parte, a notare un ospite con l'aria pensierosa.














