𝗦𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗳𝗶𝗴𝗹𝗶 𝗱𝗲𝗴𝗹𝗶 𝗮𝗻𝗻𝗶 ’𝟲𝟬 𝗲 ’𝟳𝟬.
Siamo cresciuti con la schedina del Totocalcio tra le dita, quella vera, di carta ruvida e inchiostro blu.
Non c’era Google, non c’erano i big data. C’era il fiuto, l’intuizione, il consiglio dell’edicolante:
“Occhio all’Avellino in casa…”
Compilavi le doppie con rispetto, le triple con esitazione, il segno fisso con l’orgoglio di chi se la rischia.
E poi attendevi.
Il 13, il 12... o magari anche un dignitoso 9, giusto per sentirti un po’ profeta.
Intanto, la domenica, scendeva la liturgia.
Papà col giaccone e la radiolina, la voce di Ciotti nell’aria come incenso,
la mamma che cucinava, e noi a spiare “90° Minuto” sperando che facessero vedere almeno un tempo intero.
Era il calcio. Ma era anche la vita.
Poi abbiamo voluto tutto.
Tutte le partite. Tutti i campionati. Tutte le telecamere. Tutti i replay.
Lo volevamo on demand, 4K, in 5 lingue e 12 angolazioni.
E a furia di volere tutto…
non abbiamo più avuto niente.
Il calcio oggi è un bene di lusso.
Paghi 60 euro al mese per sentirti ospite a casa tua, con una connessione che traballa, un’app che crasha e il terrore di condividere l’account col cugino per non essere bannato.
Non lo si guarda più. Non lo si gioca più.
I campetti sono vuoti. I bar spenti. Le radioline morte.
I ragazzini non fanno più il portiere per ultimi, ma lo youtuber per primi.
Gli stadi sono mezzi vuoti, le emozioni mezze finte.
Il calcio non è più nostro.
È della TV a pagamento, delle piattaforme che ti fanno sentire povero, anche se paghi.
Ci hanno rubato la poesia del gesto gratuito, del gol scoperto per caso, della domenica che sapeva di sugo e fischi d’arbitro.
Abbiamo barattato il cuore per l’HD.
Abbiamo sostituito l’odore dell’erba con il buffering.
E adesso?
Non resta che cercare su YouTube “la punizione di Baggio” o “Rummenigge contro l’Argentina”.
Rivederli male, sgranati, con la voce sporca di un cronista d’altri tempi…
E sentirsi, in fondo, ancora vivi.
Perché quel calcio – sì, proprio quello – non era perfetto.
Ma era nostro.
(web)












