L’atmosfera soffusa, il suono delle posate che battono sulla porcellana, le piccole cascate d’acqua che sgorgano nei bicchieri, i fiori sul tavolo, la tovaglia perlacea.
Il desiderio di vino, uno che al meglio possa accompagnare un pasto, un pasto semplice di sole due portate: un antipasto, un entrée. Troppe portate non gli avrebbero permesso di gustare il dolce, quel che più lui amava, ma quello l’avrebbe accompagnato con un’altro vino, uno dolce, liquoroso, come amava.
Il maître riesce sempre ad affabularlo, merito della sua voce calda, invitante, se stendesse su carta le sue parole i suoi scritti sarebbero crema chantilly dentro una coppa d’acciaio, calda al tatto. Scrive così le portate sul libretto delle comande, il commis le porterà in cucina con il suo elegante passo, frettoloso ma composto.
Un uomo in giacca color crema lo raggiunge, dei bottoni neri al petto ed un fermacravatta il acciaio, parecchio sobrio.
Porge la carta, è ben rilegata, deve essere davvero una bella cantina.
Si allontana, torna con una bottiglia, la tiene ben salda fra le braccia, come un pargolo appena addormentato, con la stessa delicatezza la porta al tavolo. Non si siede al tavolo ma è diventato un commensale, mostra la bottiglia, quasi come fosse un trofeo, una reliquia, ne racconta la storia, racconta quel vino, lo racconta come un bardo accolto ad una corte, quella è la sua corte, lui è un bardo errante. Lo cattura, i neri e cupi piaceri del vino lo han già catturato, lui ne è prigioniero.
Stappa la bottiglia, tiene il tappo tra un fazzoletto, glielo porge cordialmente.
Serve il vino.
A malincuore abbandona il tavolo, adora affabulare.