Come sospettavo, svuotando le stanze della mia vecchia casa, mi sono svuotata un po' anch'io.
Ho ragione di credere che questo non significhi essere materialisti, come in molti mi hanno fatto notare in questi mesi, ma sentimentali o eternamente romantici.
Mi sento ancora senza fissa dimora, completamente spaesata, da quando sono tornata in città.
Questa nuova casa è una totale incognita, piccola da mancare il fiato e puzza d'aglio, cosa che mi manda in bestia. Ha i mobili di un marrone antico, scuro come la morte nel cuore e disturbato da crepe e scheggiature sulla verniciatura. Ovunque, tranne che in camera mia, piccola fortuna di cui non voglio lamentarmi.
La mia lei, tra le altre cose, è una designer di interni coi fiocchi.
Con l'aggiunta di qualche cianfrusaglia etnica di quelle che tanto piacciono a me e ai miei amici fricchettoni, la stanza è diventata quasi vivibile.
Vivibile come può esserlo una stanza di un b&b molto economico.
Dicono che mi abituerò, che a poco a poco imparerò anche a trovare ad occhi chiusi gli interruttori.
Ma il fatto è che mi manca il profumo di vaniglia nera e incenso della mia camera e mi manca la possibilità di muovermi liberamente senza il rischio di inciampare e sbattere contro qualsiasi superficie.
Però, finalmente, ho una libreria. Questo vuol dire che non dovrò più formare pile di libri disposti senza criterio né accatastarli su scrivanie o ripiani a caso; che se non fosse per il fatto di dover sostenere un esame a breve, proverei una soddisfazione orgasmica nel decidere che libro sfogliare per passare il tempo, andando direttamente nella piccola sezione ordinata per genere ad esso dedicata. Finalmente le poesie, i romanzi, le graphic novel e i saggi avranno il loro meritato posto nel mondo.
Almeno loro.














