A volte non c'è nessun mistero da svelare. A volte, come diceva un filosofo, c'è la maschera, e dietro la maschera il niente, ma la seduzione della maschera è tale che in quel niente si continua a cercare, cercare e cercare, e si finisce per precipitare nel vuoto - un vuoto magari esteticamente o edonisticamente allettante, distraente, analgesizzante, ma pur sempre vuoto. Quindi la vera bellezza potrebbe essere nient'altro che la bontà di un volto senza maschera - concreto, semplice, storico, ma sostanzialmente pieno e inamovibile. Un volto che può essere interlocutore, un Altro che diventa un Tu per l'Io, in reciprocità, in datità e accoglienza. Con le maschere non si può parlare, perché sono un Altro, sì, ma indifferenziato, disincarnato e adialogico in quanto non sono un Io individuato, ma un riflesso di un Io inafferrabile, astorico, adialogante in quanto monologante, e quindi sostanzialmente inaffidabile. La maschera è una deviazione dall'Io dialogico, il suo svuotamento, l'annullamento dell'alterità. Il comunicare con essa ha la ripetizione dell'eco, la risonanza del bronzo cavo. E, di conseguenza, nessuna garanzia di redenzione. L'assenza di mistero, l'intimità che deriva dalla caduta del velo, è invece opportunità dell'incontro, l'apocalisse relazionale; è un frammento tipografico a cui si può desiderare di tornare. È la restituzione della propria immagine nello specchio di uno sguardo che consapevolmente e con intenzionalità guarda e riconosce, e restituisce quella propria immagine non per come ci sembra, ma così come ci viene vista: contornata cioè dall'impronta altrui.