Il primo di questi disegni, intitolato La rivolta degli angeli usciti dai limbi, presenta tre corpi imprigionati in scatole-bare o in sarcofagi. Se sul primo disegno i volti presenti sui corpi non si distinguono ancora nettamente, nel secondo, dal titolo Il teatro della crudeltà, essi appaiono interamente, proprio come appaiono i ritratti del Fayum sui corpi mummificati. Questo disegno fondamentale - perché é il primo tentativo di ritratto fatto negli ultimi tempi della sua segregazione -, Artaud lo descrive così in una lettera in cui sostiene di averlo dimenticato sul suo comodino nel manicomio: i quattro volti sono “le 4 teste delle persone che amo di più al mondo, ma dove sono nella vita di adesso? Mi dica dove, in che paese sta Flora, la bella romana. - Credo furono 4 etruschi in effetti, come il suo animo”. Mi sembra possibile sostenere, senza assolutamente forzare le cose, e sia la “bella romana” uscita dalla poesia di Villon sia gli “etruschi” lo confermano, che attraverso questi “totem dell’essere” non soltanto Artaud disegna i “corpi senza organi”, sovrapponendoli all’epifania del volto, ma ritrova nella solitudine anche quel nodo del senso che attraverso i ritratti del Fayum abbiamo visto formarsi tra il volto, la morte e l’assenza. Da simili profondità e da una simile dolcezza sacra risale il volto, ciò che inchioda l’uomo e al tempo stesso lo supera, che si distacca e senza posa ritorna ad esporlo e giustificarlo.