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L'arrivo non fu particolarmente differente dai precedenti: la periferia di Liverpool appariva identica a come Evan l'aveva lasciata a Settembre; c'erano tracce di erbaccia sul ciglio della strada, il cancello era modesto e cigolante come al solito, la casa necessitava di una mano di vernice esterna anche prima che lui venisse al mondo. Sua madre li attendeva - forse un po' più agitata e rigida per l'insolita presenza di un'ospite - mentre arrivavano a bordo della vecchia carretta (che suo padre osava persino definire automobile) grigio metallizzata e scendevano un po' nauseati per la pessima guida di Garrett, e per le sue battute ancora peggiori. Scaricati i bauli e scambiati i vari convenevoli, fra presentazioni, sguardi indagatori e occhiate preoccupate, Evan avanzò verso la cucina accompagnato da un'insolita tachicardia, laddove lì ad attendere entrambi ci sarebbe stato un pasto caldo ed un rotolo di pergamena pieno di domande ansiose. Ma il Corvonero non cercava nessuna di queste cose, poiché nonostante lo stomaco brontolante e la stanchezza diffusa in tutte le membra, aveva qualcosa di più importante da fare. Quando svoltò l'angolo però, non era preparato a ciò che vide, e che inizialmente parve rifiutare: quella donna che gli aveva fatto da madre, che era sempre stata - per lui - l'emblema della forza e della tenacia, si era ridotta ai minimi termini. La malattia l'aveva spogliata della carne e della sua bella chioma, di cui restava una matassa grigiastra e spenta, il castano degli occhi - così simili ai suoi - era privo della sua luce caratteristica. Ciò che non era cambiato affatto era quel sorriso entusiasta e candido, che l'estrema magrezza rendeva ancor più gioioso. Ma Evan, nel vederla, si sentì morire ‹ Ti ho portato una persona, zia Beth... › furono le sue prime parole, mentre avanzava seguito da Hortense ‹ Lei è Tansy, te ne ho parlato. › aggiunse, senza riuscire a raccattare quel briciolo di coraggio che si era ripromesso di mantenere. Abbassò lo sguardo sulla punta degli scarponi, mentre le braccia andavano a stringersi attorno a quel corpicino così fragile ed il cuore cominciava a mostrare il primo segnale di cedimento. Vedere la persona che è stata la tua speranza, la tua guida, perire per mano del cancro... in quell'attimo si disse che non l'avrebbe mai superata. E lo sguardo, quel sorriso timido e tremolante che rivolse ad Hortense, non faceva che confermarlo. Disse un ‹ Mi sei mancata › che sapeva tanto di 'Mi mancherai', perché nell'attimo stesso in cui la vide dopo tanti mesi capì che questi sarebbero stati i suoi ultimi giorni.
12/11/2070
Ciao zia, sono passati diciotto giorni da quando ho ricevuto la tua lettera, e ancora continuo a rileggerla per esser sicuro di non aver fatto solo un brutto incubo (mi capita spesso ormai). Se proprio devo essere sincero, non è esattamente quello il motivo per cui la rileggo. Dal giorno che l'ho ricevuta ho capito che era una cosa reale, solo che ancora non riesco ad accettarlo. Mi sforzo di farlo e tutto quello che ottengo è un brutto mal di testa. E non so neanche che scrivere in questo pezzo di carta, sempre che all'ultimo non mi venga voglia di stracciarlo come ho fatto con le lettere che ti ho scritto durante queste due settimane e mezzo. Il problema è che capisco che qualsiasi cosa io mi metta a scrivere sarà fuori luogo. E poi, non riesco a spiegarti perché, ma ultimamente mi sento più inutile del solito, tanto che non riesco manco a capire quello che sto scrivendo. Non te lo sto dicendo perché voglio essere consolato, o capito, perché niente potrà farmi sentire diversamente, ora come ora. Vorrei raccontarti di quello che sta succedendo qui, delle novità, del modo in cui più mi ritrovo in mezzo agli altri più mi sento solo, del modo in cui mi sento lontano anche dalle poche persone che di solito son davvero vicine. So che ti sentirai in colpa per questo, ma è il modo in cui cerco di affrontare il tutto, una cosa alla volta, e poi tutto insieme.
Hanno avvelenato un ragazzo al castello, sai zia? Non è morto, infatti si è ripreso solo qualche giorno fa, però devi promettermi che la mamma e il papà non dovranno mai saperlo. Non mi fido neanche di un insegnante in questa scuola, non mi fido di nessuno, e ho paura che quando prenderò il treno per King's Cross, a Londra rischierò di non arrivarci per niente. Non esagero quando dico di non sapere se compirò 14 anni, se arriverò mai a quell'età che Garrett dice essere 'adulta', ma che per lui e per molti altri ancora non sembra esser arrivata davvero. Non mi vergogno neanche a dire che - se proprio devo far la fine di Oven e Langdon - spero di non sopravviverti. Adesso starai sussultando per quello che ho scritto, sarai arrabbiata e delusa, ma almeno non ti sto mentendo dicendoti che va tutto a meraviglia. Se mai ci rivedremo, a Natale, ti dirò come mi sento davvero, ti racconterò bene di una ragazza che mi piace, ti dirò di quanto è difficile far finta di esser sempre quello positivo, solo per non vedere tutte queste facce da funerale. Per ora non so cosa dirti, se non che spero tanto di farcela, di tornare a casa per rivederti. E sperare che tu veda il nuovo anno. Un abbraccio (uno dei miei),
Evan.