Belluscone - Una storia siciliana è un film documentario del 2014 scritto, diretto e montato da Franco Maresco.

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Belluscone - Una storia siciliana è un film documentario del 2014 scritto, diretto e montato da Franco Maresco.
Belluscone
[La Satira di Castrense] CIPRÌ e MARESCO che vissero una volta
[La Satira di Castrense] CIPRÌ e MARESCO che vissero una volta
Un giorno mi trovai quasi magicamente a Palermo, in quel luogo incantato che Ballaròè denominato. La mia guida – ahimè – non fu Virgilio, ma un nome redentivo, che a pronunciarlo dovrebbe far sentire le campane suonare: Salvatore (per gli amici Totò), mio cugino. Tortuoso fu il cammino in questo inferno cittadino. Le fiamme – di marmitte Malossi montate su mandrie di SH 300 – si alzarono verso…
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30 LUGLIO 2015 ore 21.45 Miramare – Monte della Madonna Ouvertures a cura di Nomadica a seguire Belluscone. Una storia siciliana un film di Franco Maresco (Italia, 2014, 95′) incontro con Franco Maresco e Bruno Roberti
N O M A D I C A mostra itinerante per il cinema autonomo CAPO D’ORLANDO (Me) Programma completo
30 LUGLIO 2015 ore 21.45 Miramare – Monte della Madonna Ouvertures a cura di Nomadica a seguire Belluscone. Una storia siciliana un film di Franco Maresco (Italia, 2014, 95′) incontro con Franco Maresco e Bruno Roberti
N O M A D I C A mostra itinerante per il cinema autonomo CAPO D’ORLANDO (Me) Programma completo
Belluscone, a sangue freddo.
Grazie al cielo non sono ancora diventato uno di quei critici cinematografici intaccati con le anteprime, ne un cronista di “politica” fissato con il tempismo perfetto - di quelli che, per intenderci, ti svelano in tempo reale tutti i retroscena dell’EXPO 2O15 ma credono Abu Omar sia quello dei One Direction che se n’è andato. Perciò mi sono potuto godere Belluscone - Una storia siciliana, film di Franco Maresco - 57 anni ma al secondo lungometraggio, se si esclude la ben più prolifica carriera con Daniele Ciprì. Straordinaria anche la soundtrack, e fin dal principio della pellicola, con un piccolo accenno di stupore per quanti avevano sottovalutato una variante “musicale” al cinema mareschiano, Franco confessa che il suo è anche un viaggio sul versante neomelodico della cultura italiana. La cultura del trash è vista come arte del sublime, e il sublime è inteso come elogio all’autenticità; perché è anche un ottimo modo per arrivare ai più giovani, da sempre amanti del grottesco e del kitsch, e non è che gli impicci e gli imbrogli di Silvio fuori dalle coperte siano il massimo dell’intrattenimento. Oddio, volendo azzardare di spettacolo ce ne sarebbe stato e tanto, roba da fare invidia a Leonardo Di Caprio a Wolf Street, ma per un pubblico oramai saturo di documentari e film a riguardo ci sarebbe stato da strapparsi i capelli. Così anche quelli che giovani non lo sono più da un po’ i 95 minuti di pellicola filano via che è un piacere, riuscendo a zigzagare amabilmente tra colta analisi antropologica e malcelata passione per tutto ciò che è “zaurdo”, ossia villano. Come saprete, il protagonista fittizio del documentario è l’impresario, produttore e conduttore televisivo Ciccio Mira, impareggiabile, fidatevi, mentre la voce narrante è spesso affidata a un amico e collega: quel Tatti Sanguineti che ogni morettiano conosce come uno di casa. Entrambi hanno un modo estremamente semplice di parlare (o di non parlare), magari più etimologicamente volgare il primo e più intellettualoide il secondo, ma tutti e due sono comprensibilissimi. Eppure il film vola lo stesso alto; il regista siciliano attinge al simbolico, sguazza nel politically uncorrect, ma al contempo fa storia - la nostra storia, e di quelli che da oltre vent’anni fanno finta di aver capito tutto e non c’hanno capito niente. Oppure si da le zappate sui piedi, devo capire se per reale sfortuna o di proposito, in una “finzione documentaristica” che voglia sottointendere le enormi difficoltà che si incontrano in Italia a parlare di Berlusconi e dei suoi rapporti con la Sicilia e con la mafia. Una scena assai sospetta è quella del microfono di Marcello Dell’Utri. Ma tutto il lungomentraggio fluttua tra reale e supposto, tra cronaca e fandonia, in un melting pot in cui gli attori veri (ossia Ficarra & Picone) sembrano meno “maschere” (e fanno ridere di meno) di tali Erik o Vittorio Ricciardi.
Allora ha ragione Maresco a parlare del suo lavoro come “L’antropologia di Berlusconi vista attraverso il filtro de I Mostri di Dino Risi”. E se qualcuno gli ha chiesto il perché del titolo, Belluscone, fuorviante, “si pensa a un alter ego”, come ho avuto modo di leggere in questi mesi, ha risposto che “Dopo una fase iniziale, durata qualche mese, per cui il soggetto era Berlusconi, in un secondo momento il soggetto è diventato Belluscone”. Questo spostamento sia fonetico che letterale, che se fossimo in musica sarebbe uno spostamento d’accento, sposta naturalmente anche tutto il senso. Quindi il senso, come ha avuto modo di dire lo stesso Franco Maresco, diventa come un’improvvisazione jazz di uno standard oramai trito e ritrito: un po’ come ‘O Sole Mio che diventa Come Rock With Me con Bill Aley per diventare poi It’s Now Or Never con Elvis Presley per tornare a essere ‘O Sole Mio con Il Volo, Al Bano o chicchessia - per spiegarla come la spiegherebbe un Mariano Apicella. Evocando anche il particolare legame Berlusconi/Sicilia - tanto grande e personale da appellarlo addirittura in un altro modo, scendendo al sodo. Una delle caratteristiche di questo regista che ha tutte le carte apposto per sentirsi un artista, mi sembra proprio questa: non ci si sente, e invece di ingolfare di contenuti la propria opera, riparandosi dietro l’arte in quanto tale, la palesa per ciò che (non) è. Gioca un po’ con la fotografia (è l’oramai mitico bianco e nero che si porta dietro dal 1995 almeno) ma non al Piccolo Citazionista. Luigi Magni, Pier Paolo Pasolini, Francesco Rosi, Federico Fellini. Franco Maresco non è Paolo Sorrentino.
Ora sembra che si manifesti la tendenza, in quelli che fanno cinema, di non prendere posizione nemmeno alla cosa o ai personaggi raccontati. Un serafico distacco, un elegante menefreghismo. Franco Maresco invece la prende, con la sconcertante “arroganza” di chi ha almeno una verità in tasca e la condivide con tutti invece di tenersela per sé o di giocare al vedo/non vedo. Laddove quindi Pif edulcora, la Guzzanti ironizza e Sorrentino romanza, Maresco “esemplifica” fino a non aver bisogno di alcun tipo di sottotitolo per apprendere la cruda verità dei fatti. Del resto, le meditazioni e ancor più le esternazioni sul reale dei protagonisti di Belluscone sono agghiaccianti; lo Stato è visto come male assoluto, e impartiscono la lezione anche in famiglia: che è un po’ quello che ha pensato, fatto e detto per una vita intera anche il Premier più amato dai siciliani dai tempi della DC - che nel film non appare quasi mai ma quando lo fa lascia decisamente il segno. Infatti il film è incentrato su non-protagonisti. Sebbene laterali all’essere mitologico, “col corpo di uomo e la testa di cazzo”, che sono chiamati ad argomentare, mi intrigano. Avevo già sentito parlare, per dire, di Ciccio Mira, il minuto e scalcagnato maestro burattinaio dietro l’allegra combriccola di neomelodici che si vedono all’interno del film; un’involontaria pantomima del producer o del promoter di fama mondiale che non riesce a dire correttamente “facebook” ma riesce a organizzare sei date in un giorno (anche se quattro o cinque sono battesimi, matrimoni e comparsate in emittenti locali). Mira non è nulla di più e nulla di meno dei tanti mestieranti conosciuti: orecchio fino, un bagaglio tecnico-culturale fermo agli anni Novanta, dentro un’esistenza passata (per assurdo che possa sembrare) a suon di musica. Liquidato, senza segni tangibili di gratitudine, come innocuo burattino dei poteri forti, ma senza nemmeno quel riconoscimento economico per la sua innata fedeltà. Le parole del regista in merito non lasciano spazio a dubbi: “Ci vorrebbero mille, duemila Renzi o diecimila ministre e ministri per fare un solo Ciccio Mira. Proprio dal punto di vista della ricchezza umana”. Perché poi tanto “babbo”, ossia fesso, si capisce che non è, piuttosto è una vittima come tanti degli eventi, dei tempi e dei luoghi che ha non disdegna un piacere visibilmente compiaciuto nel fare capire che ha capito. Vogliamo fargliene una colpa se, al momento di scegliere, tra una lupara e una chitarra, ha deciso di imbracciare la seconda? O se oggi invece invece d’assoldare killer per la mafia mette sotto contratto neomelodici dal look improbabile e dall’italiano fai-da-te? D’accordo, tutti fanno parte di un ingranaggio che sarebbe meglio non esistesse affatto. Ma partendo dai presupposti (”Prima bisogna conoscere i fatti, avrà avuto una ragione per fare una cosa del genere”) di Massimo Troisi di Ricomincio da Tre nelle vesti dell’avvocato del Diavolo di Giuda (“Quando non conosco la gente non mi piace giudicare”), Mira mi sembra veramente il male minore. E poi mi sembra l’unico a conservare intatto un certo spirito idealista secondo cui la musica può riuscire a migliorare la vita e le persone, anche se i suoi ideali non saranno mai utili a produrre la musica migliore in circolazione o a potersi permettere una Jacuzzi XL o un abbonamento a un qualsiasi Club del golf. Questa è la prova più difficile, subire il fascino di uno spartito e non quello di uno Stefano Bontate; e speriamo che se la cavi ora che l’hanno arrestato per via di certe telefonate agli amici degli amici: l’alternativa sarebbe un po’ triste per tutti, mi pare.
Berlusconi è solo un pretesto, una boutade, una trovata promozionale.
Il suo nome, storpiato in siciliano, evoca qualcosa di vago e di terribile: il colpo di grazia a un’Italia agonizzante, o più in generale a una certa idea d’umanità, o piuttosto al senso di fare cinema oggi o, ancora, al percorso radicale di Franco Maresco.
BELLUSCONE, una storia siciliana di Franco Maresco