Cartoline da Nomadica / giorno 4
La quarta giornata di Nomadica a Capo d'Orlando è stata l'occasione per assistere alla versione di 139 minuti di I Talk Otherwise di Cristian Cappucci: un viaggio lungo il Danubio attraverso 7 nazioni realizzato nell'arco di almeno 7 anni di vita. Cappucci, con la compagna e produttrice dell'intero film, Vanessa Zanini, ha spinto quella che normalmente sarebbe un'idea da realizzarsi in un arco di tempo assai più contenuto in qualcosa di prossimo al colossal, sovrapponendo vita e cinema in un intreccio dannatamente interessante ed estremo. Ogni minuto del film trasuda lo sforzo realizzativo, senti proprio dalle immagini che scorrono sullo schermo la fatica che è costata realizzarle. I Talk Otherwise concretizza un utopico approccio al linguaggio cinematografico che forse è cinema fino a un certo punto, è infatti probabilmente maggiore la prossimità con i linguaggi della video arte e della crossmedialità perché l'accumulo di attrazioni, di lavorazioni, di musica e sonoro e tutti quelli elementi in esso presenti eccedono la forma cinematografica, saturandola, soverchiandola, mostrandosi indubbiamente ostico per una parte di pubblico poco avvezzo alla multistratificazione. Per il cinefilo I Talk Otherwise può apparire un film complesso da digerire: il suo continuo movimento, la velocità forsennata delle giustapposizioni di elementi e storie e soggetti eterogenei, può apparire disturbante nella sua forma eccessiva. Ma in quelli che potrebbero apparire limiti sta il fascino di un film complesso come quello fatto da Cappucci, è proprio questa stratificazione, questo evidente lavoro perfezionistico su ogni aspetto della postproduzione a impressionare nella sua titanica e visionaria tenacia. Sono certo, anche perché ne abbiamo parlato, che Giuseppe Spina per Nomadica a Capo d'Orlando abbia pensato al film di Cappucci avendo ben in testa la propria esperienza con il film del 2008, firmato Malastrada Film, Même Pére Même Mére – Un film de voyage. In entrambi i casi ci troviamo di fronte a un viaggio iniziatico sulle tracce di fantasmi (il comunismo nel film di Cappucci, il militare e politico del Burkina Faso Thomas Sankara nel film Malastrada) e in entrambi i casi le opere si strutturano su di un accumulo di frammenti. Molte sono le differenze tra i due film ma medesimo è l'approccio a un comune linguaggio che provi a costruirsi per associazioni libere e sull'accumulo di immagini. La tenacia realizzativa di Cappucci, la sua ostinata perseveranza nel perseguire l'obiettivo di raccontare le trasformazioni politiche, sociali e antropologiche rintracciate percorrendo il Danubio da Ovest verso Est danno corpo a un'opera colossal difficilmente replicabile, unica nella sua singolarissima forma multi-strato. Il cinema è sempre ossessione, anche quando la forma e il linguaggio nascondono con più discrezione l'ostinazione del suo realizzatore, ma sempre con il cinema ci troviamo di fronte a un ossessivo percorso creativo che fagocita la vita stessa. La magnifica ossessione può anche essere terribile perché porta ogni giorno domande sul senso della propria tensione e pure a fare i conti sul senso di inutilità delle proprie azioni. Ma questo non vale solo per il cinema. Non posso fare a meno di appuntare e condividere le lacrime che, discrete, hanno solcato il volto di Cristian Cappucci alla fine della proiezione; è bello e altrettanto commovente vedere in un regista l'emozione per il proprio lavoro, perché nell'effimera durata della sua visione scorrono davanti ai suoi occhi tutti gli affanni e le paure e le complicazioni e le gioie che hanno reso possibile il miracolo di un film concluso. Solamente chi ha fatto un film, o chi ha visto un film farsi, può comprendere cosa significhi lo sforzo al quale si è sottoposti nell'arco di tempo che dall'idea porta alla forma compiuta. I Talk Otherwise è un'opera unica, figlia unica, irripetibile nella sua fiammeggiante bramosia.
Il discorso altro di Nomadica, la ricerca di un cinema altro da quello corrente, con il film di Cappucci chiarisce che le strade percorribili dall'indipendenza cinematografica sono molto più ampie e articolate di quanto ci si potrebbe immaginare. Il discorso altro di Nomadica contiene al suo interno anche un cinema in apparenza distante da approcci tutti poetici, low cost e low-fi dell'immagine, ma contempla pure la lavorazione esasperata delle singole sequenze, il meticoloso lavoro postproduttivo sul materiale girato, la stratificazione sonora e musicale del testo filmico. Sono molte le forme dell'indipendenza, non esiste un canone in grado di descriverla e contenerla ma esiste un approccio comune, un'ostinazione comune, un'ossessione comune che racconta molto dell'esigenza dell'uomo di impugnare una macchina da presa e raccontarci qualcosa del mondo in cui viviamo.
ag









