Roghudi. Parte 1. In notturna Arriviamo proprio durante il cambio turno, in quel breve lasso di tempo in cui il sole ha già fatto il suo dovere e il buio sta per conquistare tutto. Per fortuna siamo riusciti a scorgere il borgo dall’alto con le ultime luci del giorno, sulla serpentina che valica la montagna, una stradina di competenza dei ciuchi e del cimitero. Fisso il relitto di queste case nella penombra perché so che a breve dovrò affidarmi ad altri sensi. Difatti in breve è buio. Accendiamo le torce proprio mentre imbocchiamo la via principale che si addentra fra gli edifici. Non ci sono porte. Sbirciare negli anfratti è lecito perciò. Tetti sventrati per contemplare meglio le stelle, pavimenti fatiscenti per non rimanere coi piedi per terra, ho il presentimento che siano (stati) proprio dei sognatori questi qui. Ecco una sedia al centro di una stanza, un chiaro invito a prendere posto e sognare. Sarà per un’altra volta. Magari domani. Giungiamo in uno spiazzo. Ci mettiamo in cerchio. Il silenzio ed il buio. Scandito solo da una fontanella che non sa trattenersi. Una voce inizia a recitare dei versi in greco calabro. Non sono gli spiriti del villaggio abbandonato. È Noemi, la guida, che ci legge una poesia su Roghudi. Fino al 1971 questo borgo nel cuore dell’area grecanica contava circa 1700 anime. Poi una terribile alluvione rese questo posto inagibile. La popolazione fu costretta ad abbandonare le case e si disperse nelle zone limitrofe. Solo 17 anni dopo, a ben 40 km di distanza, si costruì Roghudi Nuovo. Un posto, a quanto pare, senz’anima, né identità. Roghudi in pratica non esiste più. È ora di proseguire. Ma intanto sta per sorgere la luna. Sbalza fuori dalle montagne in men che non si dica. Ed è quasi piena. Adesso su questi ruderi si posa una luce seducente, l’atmosfera è davvero cinematografica. È ora di proseguire. Ma intanto sta per sorgere la luna. Sbalza fuori dalle montagne in men che non si dica. Ed è quasi piena. Adesso su questi ruderi si posa una luce seducente, l’atmosfera è davvero cinematografica. Attratto da così tanta bellezza un po’ inquietante rimango indietro. È il classico incipit da film horror. Andrea, l’altra guida, mi aspetta e mi indica una targa: è la casa Leone Pangallo, l’ultimo abitante, morto pochi anni fa. Gli entriamo in casa. Vorrei proseguire il post scrivendo che all’improvviso crolla tutto e mentre sono in volo vengo salvato da Pangallo. Invece proseguo dicendo che Andrea mi mostra una chicca, una ricevuta del 27 settembre 1999, di 248.000 lire. Probabilmente per del bestiame. Scendiamo verso la fiumara Amendolea, una distesa di ghiaia secca ai piedi del borgo. Una lunga fila di torce prosegue ordinata in questo luogo disabitato da 50 anni. Penso. Non sono l’unico strambo ad essere qui questa sera. Arrivati sul posto, dopo una frugale cena, Noemi ci invita a “10 minuti in cui non voglio sentire volare una mosca”. Trovo uno spazio perfettamente ergonomico per la mia schiena fra i ciottoli e mi godo i fantasmi e questa luna al 97% della sue potenzialità. Prendo alla lettera il fatto di stare nel letto di un fiume assopendomi. È un sogno. Di una notte di mezza estate. Ma è ora di tornare. (presso Roghudi Vecchio) https://www.instagram.com/p/CDmb7bYKrtu/?igshid=1q7bczib2h2po