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Racconti D'Aveno 1x02: "I Tre Pi-NAH!!"
Vi siete persi la prima puntata? CLICCA QUI e corri a leggerla! Racconti D’Aveno 1x02:
I Tre Pi-NAH!!
“Ivano… Ivano! IVA’! Iva-NOH!” chiamò Carmelona.
“Dimma” le rispose Ivano.
La prima cosa che dovete sapere di Carmelona, è che lei ha un tic.
“Ti ricorde che giorne dè oggi?”
“Oh Madonne! Nun t’ho fatte er regale p’anniversarie!”
“Ma che si cretine?! Se semo sposate a ‘goste*-EH!” (A ‘goste = Agosto).
Al pronunciare la fine di alcune parole, Carmelona, faceva scattare la testa verso destra. Mentre ciò accadeva, ripeteva l’ultima vocale della parola (A ‘goste-EH!).
“Eh… Ehm… compleanne de Fabio?!” tirò ad indovinare Ivano.
“None”
“Eh… Ehm… ‘amo comprate, un anno fane, er frighe nove?”
“Ecchè se festeggie-EH?!” domandò Carmelona.
“E io noo sone!”
“Ivà! Mo te tire n’infradita, stamo a dicembra, è l’8 dicembra, secondo tene… che demo fane?”
La seconda cosa che dovete sapere è che a Carmelona piaceva usare le “infradite” tutti i giorni dell’anno, lei diceva che si sentiva più fresca.
“Oddio, nun t’ho comprate l’ove de Pasque!”
“Iva-NOH!” – disse inferocita Carmelona – “L’albero de Natalo, demo fane l’albero de Nata-LOH!”
“Vabbè nun me lo potevi dine prime?”
Carmelona si tolse le infradito.
“La vedi queste? Io t’ha tire ‘nfronta-AH! Numme fane incazzane”
“Scusami ‘mora, vado subbite a comprane l’abbeto”
“L’abbeto? Io nuo vojo l’abbeto!”
“E como lo fame l’albere?”
“Lo fame! Io vojo… vojo… vojo ‘npi-NAH!”
“’Npina? Dollo trove ‘npina?” chiese disperato Ivano.
“O me trove ‘npina, o chiede er divorzie-EH!” lo minacciò Carmelona.
“Vabbena, vabbena. Ce prove.”
Ivano uscì di casa nel disperato tentativo di trovare un pino per Carmelona.
Subito dopo, la vicina di casa di Carmelona e Ivano, suonò alla porta.
“Arive-EH!” disse Carmelona camminando verso la porta.
“Carmela, che mi hai chiamato-to-to-to-to-to…?” disse Pina.
Pina è una donna che viene dal nord Italia, e vive con sua sorella Ada. Si è trasferita a San Cesc’ammare non appena finì la sua carriera da giornalista, pensando di trovare un po’ di pace. Naturalmente non sapeva che questo posto la avrebbe stressata, a tal punto da provocargli un grande disturbo, il quale le faceva ripetere come se ci fosse l’eco, la fine delle sue frasi senza neanche rendersene conto. Quando ciò accadeva la sua faccia restava inespressiva, rimanendo bloccata in uno stato di trans.
“Pina-AH!”
“Eh?!”
“Te si rincajate*!” (*Rincajate = Nuovamente “inceppata”).
“Ma io non me ne accorgo nemmeno-eno-eno-eno-eno-eno…”
“PinA!” – urlò Carmelona – “Insomma, mi stavi dicende?”
“Ti chiedevo, se mi avessi chiamato! Stavi strillando, Pina di qua, Pina di là! Io stavo facendo l’albero con Ada”
“Ciao Carmelò! Chemma ricconte?” disse Ada già dentro casa di Carmelona, anche se nessuna si era accorta che era entrata poiché era molto bassa.
“Uh Maronne mie! M’hai fatte prende ‘nu corpe-EH!” sobbalzò Carmelona.
“Si, ho già messo l’acque sur foche, dove lo tieni il tè?” domandò Ada.
“Brave! C’haveve proprio voje den’tè! Comunqua le bustina staveno dentre la scatola del pandore deddù* anni fane!” rispose Carmelona (*Deddù = Di due).
“Io me ne voglio andare da questo posto. Pensavo di rilassarmi, e invece mi sono trovata in una gabbia di matti! E la prima sei te Carmela, o Carmelona, o come ti fai chiamare tu, che gridi ogni giorno ed ogni notte, non dormo più! Adesso io vado a fare l’albero, e andrò da sola, oh mia cara sorella, tanto non arrivi nemmeno a mettere il puntale-ale-ale-ale-ale-ale…” urlò stremata Pina.
“PinA!” la chiamò Ada.
“Ciao.” rispose pina sbattendo la porta.
“Io nunno* capite questa perché me guarda sempre malo, me tratta malo, me vole ma-LOH!” (*Nunno = Non ho).
“Comprendila, è tanto che nun vede n’ome!” Ada cercò di giustificare la sorella.
Le due si presero il tè e iniziarono un lungo discorso sui regali di Natale. Al termine di questo Ada tornò a casa.
Poco dopo Ivano rientrò a casa.
“’Mmora… ‘mmora ‘mmora ‘mmoraaa…” disse Ivano entrando.
“Cazzo vone?”
“Perché fai cosine?” chiese Ivano.
“Perché tu m’hai fatto incazzane, poi è venuta Pina e ha fatto l’arroganta, quindi… me rode er cula!”
“Io sono andato in gira, ho cercato e cercato un pina, alla fine guarda… te n’ho presi tre!” – disse Ivano con enfasi – “Perché io te ame tante, perché nun vojo che vai dall’avvocate, perché sei l’amora della mia vita, perché senza di te nun sone nienta, perché io con tene mi senta un vero uome. Perché sei la cosa più bella, speciala, e grassa che c’hone!”
“Ma io mo’… che cazzo ce faccio co tre Pi-NAH?!”
“Che cazzo voi?!” gridò Pina dall’appartamento a fianco.
Racconti D'Aveno, la NUOVISSIMA fan fiction dal sapore "casereccio"! Se vi è piaciuta la prima puntata andate QUI per leggere le altre!
Racconti D'Aveno 1x01: "La Bieta"
Racconti D’Aveno
C'erano una volta nel lontano paese di San Cesc'ammare, una serie di abitanti che vivevano isolati dal mondo.
In “Racconti D’Aveno” vi racconteremo, piano piano, le loro vite, gli intrighi e le vicende quotidiane, di questi personaggi un po’ “particolari”.
1x01: La Bieta
In una mattina come tante in casa Marozzi, Giovanna stirava i panni del marito, quando improvvisamente il suo cellulare squillò.
“Como se use sto cazze de cosA! Io spigne er bottona ma nun se sentA” – disse Giovanna mentre cercava di rispondere – “Pronto? Pronto, Tibberio? Sei te?”
“Ao! Giovà me sentA? …me sentA?” rispose Tibberio.
“Sine, te sentA!”
“ProntE? T’ho dette Giovà che te deve comprà l’amplifE! Nun ce senta più come ‘na vorte.”
“Er sordo qua sei tene. Nun ce provane” – controbatté Giovanna – “Stai ar mercate Tibbè? Me chiami solo quanno stai la, mai ‘na vorta che me chiami pe dimme che me voi benA.” concluse Giovanna.
“Si che te vojo benA, stupida. Senti… la comprave la bieta?” domandò Tibberio.
“Sineee! Oh sai che me piasciua la bieta! Quante vorte t’ho deo dine?”
“Va bena, allora me manca er salamo, la bieta e er presciutto.”
“Se sentime dopa Tibbè, sbrighete che deo fa er brodA!”.
I due chiusero il cellulare, anche se Giovanna trovò qualche difficoltà nel farlo.
Intanto Tibberio si mise in fila al banco dei salumi. Poco dopo si accorse che accanto a lui, c’era Ivano, un suo carissimo amico di infanzia.
“Ivano!” gridò Tibberio.
“Oddio! Chidè?*” disse Ivano spaventato. (*Chidè? = Chi è?)
“Ivano so io! Tibberio!”
“Tibbè! Nun t’avevo viste, che te possino! Che stai a fane?”
“Deo comprane er salamo pemmi-moje, te?”
“Eh, Carmelona mi ha chiesto de comprane er panA. Naa sopportave più, me comanna a bacchette!”
“Coma te capische! Mi moja me chieda sempre de piaje ‘abbieta. Nun me ne parlane.”
“Ecco, alla mia je servirebbero 'npo’ de verdure, pesa ‘na piotte* e mezze.” – disse avvilito Ivano – “da quando ha create quer concorse ‘Miss Carmelona’ nun cià più tempe pemmè, sta sempre a organizzà nuove edizionA!” (*Piotte = Dal romanesco “piotta” ovvero cento.)
“Ciò sone*, co mi moje stanno sempre a parlane de ste nuove CarmelonA, dicheno che so forti, io sinceramente nuo* mai capite ste concorse de bellezze.” (*Ciò sone = Lo so. *Nuo = Non le ho.)
“Già, come se semo ridotti! Te ricordi quanne giocavameno nel giardine de mi nonne co li sassi? …e quanno passavano le donnA e se le spizzevamo*, e le sognevamo da dietro li cespuglia?” disse Ivano. (*Spizzevamo = Guardavamo.)
“E chi so scordE! E quanno se guardevameno sur televisora li firme de Anna MagnanA? Quant’era bone.” rispose Tibberio.
“Pace all’anime sue, così bellona.”
- “Serviamo il numerE, ventiquattre!” -
“Oh è er mie, se vedemio preste Ivà.”
“Ciao Tibbè, se sentimio.”
I due si salutarono, e Tibberio iniziò ad ordinare.
“So io er ventiquattre! Vorei due ette de salamo e une de presciutte. Grazia!”
Il salumiere diede a Tibberio la sua ordinazione, e andò a pagare.
“Salve, contanta o carte de credite?” disse la cassiera.
“Carte de credite.” rispose Tibberio.
La cassiera fece l’operazione e gli diede lo scontrino.
“Firmi quine.” disse la cassiera.
Tibberio firmò. Fece per andarsene ma la cassiera lo fermò e gli disse.
“Signore! Signore! Si è sbagliate, ha scritto Tibberio co due ‘b’, non co unE!”
Tibberio si avvicinò e chiarì la situazione.
“Signora, me scusi, ma i miei genitorA mi hanno registrate all’anagrefe cosìne: Tibberio, co du ‘b’, grazie comunquA! Arrivedercia.”
Tibberio arrivò fuori la porta di casa e suonò il campanello.
“Arive!” disse Giovanna sentendo suonare alla porta.
“Giovà, ecchete la spesE!”
“Grazia Tibbè…” – Giovanna rovistava nelle buste. – “…Ma l’hai prese ‘abbieta?”
“Oh Dio Giovà! Me so scordate!”
“Te possino caricatte!”
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