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Centri commerciali, il grido di “Domenica no grazie”: “Abbiamo il diritto di goderci i nostri cari”
Milano, 12 Gennaio – Aperture domenicali dei centri commerciali: un tema che fa ancora discutere. Soprattutto per i dipendenti e i titolari degli esercizi che, dal decreto del Governo Monti che ha deregolamentato le aperture festive, sono costretti a veri e propri tour de force, che ne hanno pesantemente condizionato la qualità di vita. Quando non si può parlare di un vero e proprio incubo ad occhi aperti.
Come sempre chi è più penalizzato è chi magari non ha neppure un contratto serio, ma si trova per le mani un co.co.co mascherato da lavoro dipendente e non ha quindi diritto ne a ferie ne a permessi per malattia. Si tratta, in questi casi, di lavorare molto spesso sette giorni su sette, senza sosta e quindi senza avere la minima possibilità di stare con i propri cari o di coltivare anche un qualunque rapporto di amicizia o sentimentale.
Così spontaneamente negli ultimi due anni sono nati i comitati che chiedono di fermare questa pratica e che hanno subito registrato migliaia di adesioni sia nel mondo reale che sui social network, dove sono state aperte delle sezioni parallele. “Libera la domenica” e “Domenica no grazie” sono solo i due principali tra i tanti comitati che hanno preso vita raccogliendo il grido di dolore di tante persone che chiedono semplicemente di avere la possibilità di tornare ad una vita normale.
“Noi siamo un gruppo di lavoratori del settore commercio – spiegano ad esempio i responsabili di ‘Domenica no grazie’ – dipendenti e titolari, che vivono sulla loro pelle i tanti disagi che la liberalizzazione del decreto Monti ha portato. Siamo nati nel 2012 prima come ‘Domenica no grazie Emilia Romagna’, poi uniti ad altri gruppi di altre regioni abbiamo creato il gruppo nazionale. Come gruppo nazionale siamo ormai 10mila persone, mentre sui gruppi online raggiungiamo le 20mila unità, ma il disagio e’ molto piu’ diffuso di quanto internet possa testimoniare”
Le richieste sono tutt’altro che esose. “Chiediamo una regolamentazione – spiegano ancora – delle domeniche ridotte a 12 aperture annue e la salvaguardia delle festivita’ civili e religiose. In momenti di forte crisi non e’ giustificata una apertura no stop durante tutto l’anno. Tra l’altro la liberalizzazione non ha portato le auspicate assunzioni, anzi, il tessuto del medio e piccolo commercio e’ in fortissima sofferenza”.
Tanto che, iniziano a pensare i protagonisti della protesta, sembra addirittura che queste aperture abbiano il compito di anestetizzare un’Italia in forte sofferenza con una dose di shopping festivo. “La protesta dei forconi – continuano i responsabili del comitato – è un segno inequivocabile del malessere che pervade il popolo italiano. Non bisogna pero’ pensare di riempire e sedare questa fase indirizzando allo shopping domenicale come toccasana per tutti i problemi”.
Problemi che vanno di pari passo con la crisi degli storici esercizi commerciali nei centri urbani e che per loro hanno una causa ben precisa: “Il capitalismo senza controllo che sta spazzando via l’etica, la dignita’ sul lavoro, e la coesione sociale che i nostri nonni e padri avevano sviluppato dopo la seconda guerra mondiale. Non e’ che le aziende approfittano di questo momento per sfruttare la situazione ancora di piu’? Pensiamo che sara’ tragico se non si porrà rimedio a queste situazioni, a partire dalla crisi del commercio di quartiere: i piccoli e medi negozi chiudono, la Grande distribuzione organizzata riempie gli spazi lasciati liberi. A cosa puo’ portare tutto ciò?”. Un quesito certamente legittimo ma a cui vorremmo non dover mai rispondere.