Non ho ancora parlato di come è stata affrontata la scuola dopo il terremoto del 2012. Ammetto di non pensarci molto, in effetti. La scuola è la mia vita e la mia routine, mi è sempre sembrato un argomento normale, senza nulla in particolare da dire, quindi da non trattare. Invece bisogna. In una situazione drammatica come quella post-sisma, la scuola è sempre stata il mio punto di riferimento.
Subito dopo la prima scossa, quella maledetta, della notte del 20 maggio, l'unico pensiero che avevo era rivolto alla verifica di letteratura inglese. Con tutto il trambusto, non avevo avuto il tempo né la voglia di studiare ed ero preoccupatissima per la verifica. Ero convinta che il giorno dopo ci fosse scuola e che la prof ci avrebbe fatto fare la verifica nonostante tutto. Invece alle quattro del pomeriggio, sul sito dell'istituto si informava che le lezioni del giorno dopo erano sospese. Piccola gioia in un mare di dolore.
Giorno dopo giorno, le lezioni continuavano ad essere sospese, finché alla fine della settimana venne annunciata la fine anticipata dell'anno scolastico. Immensa gioia per non dover recuperare le ultime verifiche e interrogazioni dell'anno! Però è stato un duro colpo non aver potuto salutare le compagne di classe, come si fa l'ultimo giorno. Noi ci eravamo semplicemente salutate quel sabato mattina, sapendo che ci saremmo riviste il lunedì dopo con la verifica…
Con la scossa del 29 tutto cambiò. Quello è stato il giorno più brutto della mia vita. Me lo sogno ancora oggi. Lì mi sono resa conto che tutto era andato, niente si sarebbe salvato, che io non sarei stata più la stessa. Terrore, terrore puro. Io non auguro a nessuno di vivere un'esperienza del genere, nemmeno al mio peggior nemico.
C'è chi ha perso molto più di me. Però una parte di me è morta quel giorno.
La mia scuola, il mio bellissimo liceo. Quel bellissimo ex-monastero attaccato alla chiesa di S. Francesco in Piazza Garibaldi, che per quattro anni era stato la mia casa. Andare lì tutte le mattina ad imparare. Le aule grandi e luminose. Le campane che suonavano ogni mezz'ora, con tanto di concerto a mezzogiorno. Il sabato il brusio del mercato sotto le finestre delle aule. Il chiostro con al centro il pozzo, dove noi passavamo le ricreazioni in primavera o in inverno, se nevicava.
Distrutto.
Anche la scuola se n'era andata. C'erano molti dubbi per il settembre successivo. Soprattutto per quelli del mio anno, che a giugno 2013 avrebbero avuto la Maturità. Tutti gli istituti hanno fatto una grande lavoro per permettere a noi ragazzi di riprendere la scuola. Con tutti gli istituti scolastici crollati, tranne le medie, gestire elementari, medie e due superiori non è stato facile. Eravamo troppi ragazzi e poco lo spazio. Si dovevano costruire nuove strutture, ma la burocrazia è lenta, si sa. A settembre nessuna di essere era pronta. Però l'anno scolastico doveva incominciare.
In poco tempo costruirono queste tende e sotto, a giorni alterni, le classi facevano una o due ore di lezione. A noi maturandi è andata meglio: per poter iniziare in tempo il lavoro per l'esame, la scuola media ci ospitò per un mese e mezzo nelle sue aule al pomeriggio, dopo che i cinni avevano finito le loro sei ore belle belle. Fortunati. Ogni giorno eravamo lì per tre ore. L'orario variava di settimana in settimana. Era un piccolo inizio di stabilità, in un momento in cui la stabilità mancava. Per recuperare delle ore, si tennero anche molte conferenze in quel periodo. Erano lezioni fasulle, in cui non spiegavano niente, ma servivano per tenerci impegnati con la testa e non pensare alle macerie. Una piccola illusione di quotidianità.
A novembre le nuove “scuole” erano pronte. Dico “scuole”, perché erano le peggio cose mai viste: container. Le nuove scuole erano (e sono tutt'ora, perché alcune sedi non sono ancora pronte) container. Lì sì che potemmo riprendere l'orario normale. E con esso, la routine dimenticata. Sei ore di lezione alla mattina, al pomeriggio compiti e studio. Senza neanche accorgermene, avevo ripreso un'abitudine. Un po’ della paura che mi portavo appresso da maggio se ne era andata. Adesso potevo pensare di nuovo alla mia vita e al mio futuro.
Nonostante tutto, la quinta liceo è stato l'anno migliore. Avevamo tutti un'estate drammatica alle spalle, ma vedersi tutti i giorni, ascoltare i prof e temere la Maturità ci hanno aiutato a riprendere il controllo di noi stessi. In questo senso la scuola mi ha davvero aiutata.
Il mio vecchio liceo è ancora inagibile. Fa sempre un male boia al cuore passarci davanti e vederlo transennato e impalcato, impossibilitati ad avvicinarsi. Allora, per placare un po’ il dolore e la nostalgia, mi appoggio al cancello, che era l'entrata del parcheggio, e osservo da lì la porta da cui entravo ogni mattina e le finestre della mia vecchia aula. Ripenso ai bei momenti che ho trascorso lì e anche a quelli brutti. Intanto aspetto che l'edificio venga rimesso a posto, così da poterci ritornare e salutare come si deve quel vecchio pozzo.