Clizia,
ninfa adorata,
che ogni giorno
segui il tuo amato.
Che bella
la tua determinazione.
Lacrime amare
annaffiano le tue radici,
eppure
rimani
come un faro
ad illuminare
chi solo all’apparenza
emana luce.

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Clizia,
ninfa adorata,
che ogni giorno
segui il tuo amato.
Che bella
la tua determinazione.
Lacrime amare
annaffiano le tue radici,
eppure
rimani
come un faro
ad illuminare
chi solo all’apparenza
emana luce.
Il mondo si legge all’incontrario
(...) Nell’ultima carta si contempla il paladino legato a testa in giù come L’Appeso. E finalmente ecco il suo viso diventato sereno e luminoso, l’occhio limpido come neppure nell’esercizio delle sue ragioni passate. Cosa dice? Dice: Lasciatemi così. Ho fatto tutto il giro e ho capito. Il mondo si legge all’incontrario. Tutto e chiaro. (...)
- Italo Calvino, Il castello dei destini incrociati
“[...] Memoria non è peccato finché giova. Dopo è letargo di talpe, abiezione che funghisce su sé...”
Clizia, in Eugenio Montale, "Voce giunta con le folaghe" (”La Bufera”, pt V)
Sempre allungata
sulla chaise longue
della veranda
che dava sul giardino,
un libro in mano forse già da allora
vite di santi semisconosciuti
e poeti barocchi di scarsa reputazione
non era amore quello
era come oggi e sempre
venerazione.
Eugenio Montale, Clizia nel 34
Poi Montale scriveva a Clizia, lasciami questa illusione di essere ancora vivo per qualcuno. Mi riempie il paesaggio la grandiosa, teatrale dimostrazione che non sono vivo per nessuno - tu o voi, convergenti da diverse strade, non ascoltate e non avete niente da dirmi: per l’abbandono che avete deciso e non capisco, o la paura e la resa, o la forma inadatta del suono, la lingua inutile a intrecciare le particolari, inusitate parole che mi sono necessarie.
Comunque sia, ho qualcosa degli spettri: la circolarità di questo tempo, e poi una certa rabbia, un certo disgusto. Ho cominciato a considerare gli abbandoni, inflitti o inevitabili, offese personali. Mi irrita questa infelicità gonfia di rimproveri, come il maggiordomo di Oblomov. Ribadisco che non è mai stato abbastanza. Mancavano righe, pagine intere, chiavi cifrate; ci sono stati i saccheggi, il fuoco e le macchie d’inchiostro e poi la consapevolezza comune, monaci e barbari e tutti, che comunque non importava. C’è un punto già visibile raggiunto il quale smetterò di chiedermi se qualcuno è disposto ad ascoltare.
Eugenio Montale - La Bufera e Altro
Memoria non é peccato fin che giova. Dopo é letargo di talpe, abiezione che funghisce su di sé...
Eugenio Montale, Voce Giunta con le Folaghe.
Folta la nuvola bianca delle falene impazzite
turbina intorno agli scialbi fanali e sulle spallette,
stende a terra una coltre su cui scricchia
come su zucchero il piede; l’estate imminente sprigiona
ora il gelo notturno che capiva
nelle cave segrete della stagione morta,
negli orti che da Maiano scavalcano a questi renai.
Da poco sul corso è passato a volo un messo infernale
tra un alalà di scherani, un golfo mistico acceso
e pavesato di croci a uncino l’ha preso e inghiottito,
si sono chiuse le vetrine, povere
e inoffensive benché armate anch’esse
di cannoni e giocattoli di guerra,
ha sprangato il beccaio che infiorava
di bacche il muso dei capretti uccisi,
la sagra dei miti carnefici che ancora ignorano il sangue
s’è tramutata in un sozzo trescone d’ali schiantate,
di larve sulle golene, e l’acqua séguita a rodere
le sponde e più nessuno è incolpevole.
Tutto per nulla, dunque? – e le candele
romane, a San Giovanni, che sbiancavano lente
l’orizzonte, ed i pegni e i lunghi addii
forti come un battesimo nella lugubre attesa
dell’orda (ma una gemma rigò l’aria stillando
sui ghiacci e le riviere dei tuoi lidi
gli angeli di Tobia, i sette, la semina
dell’avvenire) e gli eliotropi nati
dalle tue mani – tutto arso e succhiato
da un polline che stride come il fuoco
e ha punte di sinibbio….
Oh la piagata
primavera è pur festa se raggela
in morte questa morte! Guarda ancora
in alto, Clizia, è la tua sorte, tu
che il non mutato amor mutata serbi,
fino a che il cieco sole che in te porti
si abbàcini nell’Altro e si distrugga
in Lui, per tutti. Forse le sirene, i rintocchi
che salutano i mostri nella sera
della loro tregenda, si confondono già
col suono che slegato dal cielo, scende, vince –
col respiro di un’alba che domani per tutti
si riaffacci, bianca ma senz’ali
di raccapriccio, ai greti arsi del sud…
Eugenio Montale, “Primavera Hitleriana” da La bufera e altro, 1940-1954