C’è questa parola suggestiva che colpisce l’immaginazione: scienziati sociali militanti che si mettono a fare la ricerca alla pari con coloro che prima erano solo oggetto d’intervista e basta; una volta finita l’intervista, l’intervistato rimaneva lì e non ne sapeva più nulla.[…] La conricerca non si basava affatto sulla qualificazione professionale, sulle competenze del mestiere; coinvolgeva operai (e impiegati e tecnici e operatori) in un lavoro sistematico di ricerca su tutto l’arco della loro sopravvivenza e conflittualità e lotta, alla pari con intellettuali e ricercatori “esterni” a quel dato ambito lavorativo, dove però un poco ci si “radicava”, anche se talora si trattava di un lavorare esterno al luogo di occupazione, a cominciare dal loro lavorare auto-riproduttivo. Dunque già si anticipava una concezione del lavorare diverso dall’artefare, e tantopiù dal produrre manuale, tangibile. Questo rapporto e scambio era reciprocamente anche formativo. Poneva esplicitamente ipotesi politiche sulla lotta legate alla teoria, messa così alla prova, in maniera che quel conoscere mobilitativo trasformava l’operaio anche in un peculiare militante (non solo ideologico…) e faceva crescere il militante e talora la lotta verso l’alto, finchè lui stesso pure operava con con-ricercatore tirandosi dietro altri, come noi d’altronde ci tiravamo dietro giovani apprendisti. Poi i militanti conricercatori si collegavano fra loro (magari in una redazione di fogli di fabbrica o operai, anche preesistenti) in una certa rete, allora faccia a faccia e col telefono.
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