Del lunedì e l’uso opportuno delle parole
Due cose mi piacciono: le persone e le parole. Delle prime, in particolare, quelle usate non senza una certa sapienza, delle seconde quelle dal suono tondo ed evocativo di cui non s’ha bisogno di cercare il significato.
Mi piacciono, sopra ogni cosa, le persone che sanno usare le parole. Mi piace chi ha sostituito gli anglicismi con i francesismi. Mi piace la volgarità che a volte è necessaria, mi piacciono le pause che significano “sto scegliendo esattamente cosa dire”.
Le persone che usano le parole a dovere sono intrise di dubbi, ma son le stesse che è un piacere prendere per mano: hanno quella presa delicata e contemporaneamente solida e quando abbracciano scompigliano i capelli.
Una vita d’inferno, un sacco di sogni e una rotta costantemente mal tracciata costellata di bivi imboccati dalla parte sbagliata.
Ché i bivi imboccati dalla parte sbagliata sono la mia specialità. Come all’esame di maturità quando il prof di filosofia mi chiese di attribuire ad Hegel o a Kant una qualche citazione. Hegel, dissi, con una certa boria ad ostentare sicurezza. Era Kant con il suo stracazzo di cielo stellato.
Perché ho la superba capacità di ricordare tutto, ma tutto tutto: i nomi, le persone, i dettagli, com’ero vestita il 24 luglio del duemilasei e di sbagliare drammaticamente di fronte a due possibilità. E di quella volta che mi hai sorriso in quel modo e il maglione blu che indossavi quando mi hai levato la sigaretta dalle dita per baciarmi. Ché ci sono priorità.
Il problema è stato aver letto troppo presto Pirandello e non averlo dimenticato mai. Il problema è stata l’asimmetria informativa che mi porto appresso: sta aggrappata, non dice una parola.
E’ tutta una questione di coraggio, di prendere di petto le ipotesi e decidere di affrontare la verità. Il coraggio mi ha sempre raggiunta al terzo vodka tonic e nella stragrande maggioranza dei casi la colonna sonora era Maledetta Primavera. Poi non ci si chieda perché questa vita vada in direzione promiscua quando i ricordi sono accompagnati da Loretta Goggi.
Mi piace pensare che all’improvviso arrivino i momenti adatti alle cose. Quello per il primo tatuaggio, poi il secondo il terzo, fino al nono. Quello per il casale in maremma, quello di prendere una decisione. Non è amore per il procrastinare, è come quella volta che avevo terribilmente bisogno di un abito da cocktail, nero, non corto e non lungo, che fosse un pò sexy senza urlare meretrice ad alta voce. E sono andata in tutti i negozi possibili, su e giù per il quadrilatero della moda e ad ispezionare meticolosamente il cheap che magari un petit robe noir che stia a modino lo si trova. E niente, niente di niente. Così mi prendo una robetta di backup giusto per star tranquilla e far passare l’ansia, atavica, del cosa mi metto. E’ finita che sono uscita un sabato pomeriggio, senza nessuna velleità se non comprare un nuovo quaderno con la carta spessa il giusto e lui era lì: lungo il giusto, di pizzo nero scollato fino a metà schiena e con le maniche lunghe. Non urlava meretrice ma sussurrava un’eleganza dimenticata fatta di bisbigli, capelli raccolti confidenze sottovoce.
La vita dovrebbe essere così. Almeno ogni tanto.

















