Ogni sabato mattina, puntuale, qualsiasi cosa accada, ho la settimanale lezione di equitazione.
Vado a cavallo da quando ho sei anni, l’approccio all’equitazione doveva avere il fine di “stai dritta con quelle spalle”. Il primo anno è stato poco proficuo: non stavo dritta con le spalle, avevo paura della mia stessa ombra, non ne cavavo un ragno dal buco, mi scordavo di stringere le spalle. Un disastro in groppa ad un cavallo.
Poi, un giorno, la luce. Trovo Red Star e lei trova me: cavalla maltrattata e problematica vs bambina magrissima e insicura. Tutte le premesse avrebbero dovuto portare al disastro, invece no, invece è stato un successo. Lei aveva scelto di fidarsi di me, io non potevo che ricambiare stringendo le gambe, tenendo le spalle aperte e cercando di darle il minor fastidio possibile in sella. Io, i miei nove anni e i miei trenta chili scarsi. Lunga e ossuta. Abbiamo vinto gare, mangiato le stesse carote, camminato fianco a fianco nel paddok.
Nel campo di gara guardavamo, entrambe, sempre avanti, nemmeno il tempo di superare un ostacolo ed eravamo già a quello successivo. Gamba esterna per non farla sbandare e mano leggera per non appesantire l’imboccatura. E si volava, un ostacolo dopo l’altro con lo sguardo fisso e deciso oltre. Perché, concettualmente, oltre e al di là, sono qualcosa di profondamente diverso. Oltre indica un superamento sì, ma un superamento che porta con se un importante valenza di altezza, senza che sia bastevole superare l’ostacolo.
Ora non ho più nove anni, Red Star non c’è più, si sono avvicendati altri cavalli, ho partecipato a diverse gare, alcune vinte, altre perse, altre non portate a termine perché precipitata rovinosamente.
E sabato, sellato il cavallo ed entrata nel campo di allenamento, ho provato a fare del mio meglio: stare ben sospesa, tenere le gambe strette e i gomiti vicini al busto, i pugni chiusi e sopratutto: guardare avanti. All’ostacolo pensa il cavallo, io devo pensare a portarlo al passaggio successivo.
Poi c’era una ragazzina, quella che potevo esser io quando non riuscivo a combinare niente di niente, in totale balia della sua cavalla, un’impasse che le impediva di fare qualsiasi cosa.
E, siccome nell’equitazione gli istruttori son tutto fuorché accomodanti, tuonava nel campo d’allenamento un monito:
“Devi fare quello che ti dico, non piangere: fare. Adesso ci sono io che ti dico cosa fare e come comportarti, quale redine tirare, come tirarla. Ti spiego passo dopo passo come superare l’ostacolo: devi essere nel centro, guardare l’orizzonte e non per terra, tenere la direzione fino in fondo e poi procedere di nuovo in pista. Qui non siamo sulla giostra e non intendo farvi fare giri di giostra. Nella vita troverai degli ostacoli: la scuola, l’università, il lavoro. Non ti capiterà più qualcuno che ti dica cosa devi fare, quale redine tirare, quando sollevarti e in che modo mantenere la direzione. Dovrai fare da sola. Quindi adesso smettila di piangere e inizia a fare. Perché con gli ostacoli solo una cosa bisogna fare: superarli.”
E niente, stavo per piangere io. Ché adesso altro non vorrei che passeggiare nel paddok in silenzio e una mano cui aggrapparmi per uscire da questa melma.