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Dark Essence Progress:
Time progression!
Barely to be seen a motion stirred the water, silence heavy in the air like a threat
Hordaland Dødskvad è forse uno dei miei cinque album black metal preferiti. Ha segnato un periodo di grande cambiamento perché è stato parte della colonna sonora del mio primo anno di università quando ancora gran parte della mia vita era rimasta ancorata nella mia regione natale, amicizie, feeling e tutto quanto. I Taake all’epoca erano sicuramente la mia band preferita e questo album ha rappresentato la quintessenza dei Taake. Dødskvad, subito dalla prima traccia, contiene tutta la summa dei Taake che Høst ha creato e che continuerà a replicare negli album successivi: riff taglienti, momenti black’n’roll, stop’n’go, riff dispari, melodie pazzesche e, soprattutto, le parti principali del brano con quella malinconia di fondo davvero unico. Høst ha sempre preso un po’ da Burzum un po’ dai Metallica e un po’ dai Satyricon creando un prodotto raro.
All’epoca, per quanto Tsjuder e Carpathian Forest erano gli act maggiori che condividevano i palchi principali coi Taake, le influenze più vicine dei nostri provenivano dai concittadini Gorgoroth e Enslaved. Høst è sempre stato un frontman incredibile sul palco mentre il sala di composizione è come se emergesse anche qualche altra personalità fatta davvero di sensibilità musicale e di grandissima attenzione compositiva: basta ascoltare come la chitarra si lega al pianoforte - sempre in "Dødskvad I" – o di come quel riff meraviglioso diventa un assolo sul finale.
La produzione è grezza al punto giusto e c’è sempre quell’attitudine DIY che si può sentire fra un brano e l’altro. "Dødskvad II" è uno dei brani più groove e progressive di tutto l’album e anche se i vari guest che compaiono in giro per le tracce danno l’impressione di salire su una specie di carrozzone nekro-black metal (ricordiamo che sono anche gli stessi anni dei due album di Nattefrost con decine di comparse che facevano capolino dentro la sala prove), l’abilità di Høst sta proprio nel dirigere tutti sapientemente, senza mai far sfociare il suo prodotto in pura caciara fine a sé stessa. Perché quando a 2:20 di "Dødskvad II" parte quel riff lì (che ricorda tanto "Nattestid I" e VII), siamo ben consci di trovarci fra le scure nebbie dei Taake. E la ripartenza groove che subito segue questo riff è stupenda e davvero fuori da ogni schema dell’epoca. Oggi lo fanno i Baroness o i Mastodon ma all’epoca in un disco black metal di questo genere non lo faceva nessuno.
Con "Dødskvad III" iniziamo ad entrare in nebbie diverse, dove bisogna muoversi lentamente, così come i riff principali, di matrice satyriconiana: lenti e lunghi. Il riff che parte al minuto 2:00 è uno dei tipici riff che sembrano stati inventati solo e unicamente nel mondo dei Taake perché solo nei brani dei Taake si sente che l’andamento del riff ad un certo punto cambia tonalità e prende un’altra piega. Non è sempre aperto, puro e semplice come in Burzum o Satyricon ma diventa poco più elaborato e atonale.
Poi il IV capitolo dell’album, uno dei brani più malinconici che i Taake abbiano mai composto pur senza rinunciare alla velocità, all’istinto e alla bestialità: se all’inizio i riff sembrano quasi happy, quello che accade dal minuto 1:30 è disarmante e sorprendente (con l’album successivo proveranno a creare evocazioni simili con "Motpol" ma non riuscendoci perfettamente).
"Dødskvad V" inizia con un riff brutale in 15/4 senza perdere efficienza per poi continuare come un’altra delle migliori tracce mai scritte: continua ad essere morbosa e monumentale per poi cambiare mood come un intermezzo cinematografico (sulla parte finale). Il sesto capitolo dell’album, strumentale, contiene forse i momenti più goliardici dell’album grazie al ritmo e ai riff da taverna. Colpo di coda con "Dødskvad VII" che inizia con un altro fra i migliori riff dei Taake, sporco ed epico, che taglia le urla di Taipan e i colpi di gola in stile Celtic Frost (un must della band). Hordaland Dødskvad è la malinconica colonna sonora di un paesaggio romantico ma fatto anche di amici e concerti; è stata la colonna sonora di un bellissimo viaggio in Norvegia nel 2005 per andare all’Hole in the Sky; è stato sempre presente in macchina e in cuffia ogniqualvolta beccavamo qualche membro storico della scena norvegese. È un album riflessivo ma anche cazzone, è un album che taglia e che fa ballare; è un disco spettacolare che contiene tante piccole contraddizioni che in realtà vanno a completare il complesso e conflittuale ritratto di tutti noi. L’ultimo capitolo del trittico dedicato a Bergen – in qualche modo al black metal di Bergen – si conclude uscendo di qualche anno dagli anni ’90 ma portando con sé tutti gli elementi di una stagione impeccabile e di una generazione di innovatori. Gorgoroth, Enslaved, Helheim, Immortal, Burzum, Ancient e Borknagar; tutti condensati e sintetizzati dal fratello minore Høst. Nattestid Bjorgvin Dødskvad: canti funebri sulla Bergen notturna.
Anche se gli Helheim non si sono mai fermati nella loro carriera, possiamo tranquillamente dividerla in tre parti, le quali (come ormai da convenzione) seguono il cambiare della grafica del logo della band. Se con Yersinia Pestis e con The journey and Experiences of Death il loro sound si era fatto decisamente più brutale, con il disco del 2011, Heiðindómr Ok Mótgangr, assistiamo ad un cambio stilistico che è ancora in fase di assemblaggio ma che ha diverse buone novità. Se alcune composizioni sono ancora assimilabili, per analogia, alla progressione dei cugini Enslaved (soprattutto al loro Monumension), finalmente assistiamo a quella parabola che riporterà gli Helheim nel regno dei morti che connota il loro monicker. Non più velocità iper-estreme e violenza pura di fondo ma ogni brano ripesca le tradizioni vichinghe combattive ma anche atmosferiche, complice anche il ritorno in toto alla propria lingua-madre. Certo, in brani come "Dualitet og Ulver" (con una comparsa dell’amico Høst dei Taake) in parte piange il cuore sentire ottime composizioni ancora penalizzate dal suono freddo e digitale della batteria. I brani sono ancora oltremodo lunghi e talvolta l’ascolto si perde per strada nella durate di quasi un’ora complessiva di album, che decide di rinunciare a qualsiasi uso di synth o tastiere per focalizzarsi invece sulla versatilità del resto della strumentazione. Il trittico "Viten og mot" risponde a queste peculiarità dove – per fortuna - il lato progressive e a volte semi-acustico dà respiro ai brani ma non fino in fondo: troppi assoli che non portano da nessuna parte, troppa smania di voler coniugare a tutti i costi un lato prog e un lato metal ancora troppo extreme e freddo. Certo l’altalenarsi quasi sempre presente fra voce pulita, narrata e urlata giova alla freschezza dell’ascolto, così come la presenza di elementi estranei (come il corno) ma all’interno del panorama folk aumenta la versatilità del disco. Peccato che siamo ancora in momento davvero di passaggio, dove le chitarre sono troppo vicine a Mardraum o ai due album precedenti ancora troppo intrisi di black/death. Ma a dir la verità i nostri vichinghi dimenticati di Bergen inizieranno davvero a dare il meglio col successivo raunijaR. Non resta che temporeggiare e prendere questo album per quello che è, come testimone di un periodo storico nebuloso e vagamente sfortunato per quasi tutto il black metal norvegese.
Gli Helheim sono forse la black metal band norvegese più rimasta in ombra, considerando che il debut è del 1995 e che hanno sfornato 11 album. La loro carriera non è però stata semplice; i primi due album, di culto, non godevano di buona distrubuzione e già da Blod & Ild i nostri si sono buttate su influenze death, su un black metal più brutale, digitale e via via sempre più dissonante. Questo lungo e poco fortunato processo metamorfico li ha praticamente spostati completamente dal folk, dal viking e da un certo tipo di epica. Il riscatto della band avviene circa al terzo cambio di logo, nel 2011 con Heiðindómr ok mótgang, anche se questo album è ancora molto incerto; è un disco progressive black metal, un po’ come fecero gli Enslaved con Mardraum e Monumension.
Il vero passo in avanti verso la riappropriazione di certi temi e sonorità avviene nel 2015 con raunijaR. Chitarre acurtiche, cori norreni, corni, tamburi. Tutto il tribalismo e lo sciamanesimo che ci si aspetta da una band che da questo momento in poi diventerà forse la migliore per quanto riguarda l’unione fra black metal e sonorità scandinave. Dopo l’intro, che ci cala perfettamente all’interno di una baia (vik) norvegese con canti e preparazioni, gli Helheim partono per la guerra con il brano raunjiaR. Black metal corposo, melodico, dai lunghi riff (un po’ in stile the Shadowthrone). Synth, urla e corni, portano il climax piano piano sempre in modalità crescente. Le successive due tracce, "Åsgards Fall III e IV continuano un concept iniziato nel 2010 quando le sonorità della battaglia in oggetto erano molto più violente e belligeranti. Ora, a livello evocativo siamo alla caduta degli dèi; impossibile non pensare ad Hammerheart e a Twilight of the Gods: i cori accompagnano le lente chitarre nella narrazione di una guerra persa sulla terra ma vinta per entrare nel Valhalla. Le chitarre sono limpide, precise, e quando i brani prendono tonalità più oscure, si può quasi ascoltare l’eco dei Gorgoroth e dei Taake (nella seconda parte della propria vita gli Helheim si sono sempre più legati alla band di Høst). In questi due capitoli, perfettamente legati l’uno all’altro si sente come una band folk-viking possa diventare progressiva senza abbracciare il lato psichedelico che invece hanno preferito i cugini Enslaved. Anche la lunga conclusiva "Ord", con i continui duetti fra chitarre in ovedrive + chitarre acustiche e urla + cori descrivono un mondo del passato davvero affascinante. Gli Helheim si scoprono gli unici narratori autorevoli di una storia lontana che vede da sempre ondate di guerrieri andati e venuti, ai quali bisogna tessere lodi e dedicare storie.
Listen/purchase: Verdande by Vestindien