L'ignorante parla a vanvera. L'intelligente parla poco. 'O fesso parla sempre.
Totò (Antonio de Curtis)
seen from Netherlands

seen from United States
seen from China
seen from United States
seen from United Kingdom

seen from United States

seen from France
seen from United States
seen from United States
seen from United States

seen from Greece
seen from United States
seen from United States

seen from Australia
seen from United States
seen from United States
seen from United States

seen from France
seen from China
seen from Bangladesh
L'ignorante parla a vanvera. L'intelligente parla poco. 'O fesso parla sempre.
Totò (Antonio de Curtis)
Torna a Sorrento (Canzone Napolitana) de Ernesto y G. De Curtis, interpr...
Antonio La Trippa e Saru Santacroce
Da "Totò e i re di Roma", film del 1951 diretto da Mario Moniceli e Steno.
....Recitare, vede, per me è come una droga. Meglio: un ossigeno. E se lei tenta di intervistarmi su questo, non ne ricava risposta. Per esempio, se mi chiede: come fa a esser tanto snodabile? Io le rispondo: non lo so. Non sono mai stato ginnasta, l’ unico sport che ho praticato è stato il ciclismo: quand’ero ragazzo. Ciclismo!… Andavo in bicicletta. Se lei mi chiede: come fa a far le capriole, ad arrampicarsi sui muri come una mosca? Io le rispondo non so: dicono che dipenda dai muscoli allungati, quindi flessibili. Ma cosa voglia dire, boh! Se lei mi chiede: come fa a inventare quelle espressioni buffe, quelle smorfie? Io le rispondo non lo so... ORIANA FALLACI INTERVISTA IL PRINCIPE DE CURTIS (L’Europeo, 1963) Fonte gericononcade.wordpress.com
C’era una volta un re.. ricordo che da piccolo così inziavano tutte le fiabe.. ma questa non è una fiaba come tutte le altre.. é una fiaba vissuta realmente.. è la fiaba di Antonio de Curtis.. o forse meglio.."Totò" C’era una volta non un burattino di legno, ma un principe in carne ed ossa che non viveva in un un mondo fiabesco popolato di gnomi, fate e orchi.. ma in un mondo popolato di registi, attori, artisti che lavoravano, gioivano e soffrivano come tutti noi.. Questo principe a differenza degli altri principi, aveva un dono che pochi hanno: sapeva farsi amare da tutti.. Piccoli e grandi, uomini e donne, poveri e ricchi, istruiti ed ignoranti, operai e impiegati.. tutti lo amavano.. Egli non nacque in un castello come i principi delle fiabe, ma nella povera casa di una povera famiglia di un povero quartiere di una povera città del Sud; ma, a dispetto delle sue povere origini, divenne, pensate un pò, un ricco uomo di una ricca famiglia di un ricco quartiere di una ricca città del Centro.. E, quando per il suo lavoro si spostava da una città all’altra, non cavalcava un bianco destriero, come accade nelle fiabe, ma guidava una lussuosa Rolls Royce con la quale si recava al lavoro; e di notte (ma solo di tanto in tanto) andava nel quartieri malfamati della sua città ad infilare sotto le porte dei poveri cristi un biglietto da diecimila lire che potesse alleviare, almeno per un pò, la miseria che li tormentava e che anche lui aveva provato quando era bambino.. Questo è ciò che dice la leggenda.. La stessa leggenda vuole, inoltre, che questo principe, aveva ricevuto dagli dei che lo avevano creato un grande dono: quello di far diventare oro tutto ciò che toccava.. Il suo oro però, non era il prezioso metallo che luccica nelle vetrine delle oreficerie.. ma era qualcosa di ancora più prezioso: si chiamava sorriso.. Dovunque egli andasse, tutto intorno a lui si trasformava in sorriso, in gioia, in felicità; al punto che la gente, nel vederlo passare, diceva: “Ecco il principe del sorriso”; ma la realtà, come si sa, è sempre tanto diversa rispetto a ciò che appare, e così il principe, che sembrava l’uomo più felice del mondo, era in realtà uno degli uomini più malinconici e tristi che si potessero immaginare. Gli dei, infatti, volendo creare un uomo speciale, gli avevano dato un dono prezioso: quello della sensibilità. Essi, però, non avevano considerato che proprio questo dono sarebbe stato causa della grande malinconia per la creatura che essi avevano messi al mondo.. Quando se ne accorsero era già troppo tardi.. Tra le frasi famose pronunciate da Totò quella che racchiude in sè forse il suo pensiero è sicuramente “Siamo uomini o caporali?” Forse una frase poco comprensibile ma con le sue stesse parole proviamo a capire il suo pensiero.. “Questa frase, nata durante la mia giovinezza, mi è sempre servita… per misurare la statura morale degli uomini e per classificare l’umanità in due grandi categorie: gli uomini e i caporali.. Quella degli uomini è la maggioranza, quella dei caporali, per fortuna, è la minoranza. Gli uomini sono quelli che sono costretti a lavorare come bestie per tutta la vita, nell’ombra di un’esistenza misera. I caporali sfruttano, offendono, maltrattano, sono esseri invasati dalla loro bramosia di guadagno. Li troviamo sempre a galla, sempre al posto di comando, spesso senza avere l’autorità, l’abilità e l’intelligenza per farlo, ma con la sola bravura delle loro facce di bronzo, pronti a vessare l’uomo qualunque”. Attraverso questa sua riflessione ci ha voluto spiegare il sistema di valori e di norme che regolano le relazioni e i comportamenti umani.. sostanzialmente fondato su una falsa ed equivoca applicazione delle regole che dovrebbero governare le relazioni interpersonali, spesso basate sulla prevaricazione e sulla violenza gratuita che in molti casi pone l’uomo un gradino inferiore a quello delle stesse bestie “Più conosco gli uomini più amo le bestie”. Questa riflessione mostra, inoltre, quanto Totò fosse sensibile alla problematica del potere e quanto stigmatizzasse il cattivo uso che se ne fa in ogni tempo, luogo e regime. “A qualunque ceto essi (i caporali) appartengano, di qualunque nazione essi siano… hanno tutti la stessa faccia, le stesse espressioni, gli stessi modi. Pensano tutti alla stessa maniera.” (Film “Siamo uomini o caporali?”). “Se un pover’uomo sbaglia, e può capitare a tutti, perbacco, c’è sempre un caporale che ne approfitta. Maledetti caporali!” (Film “Parli come badi”). Nella sua lotta contro il potere, metaforicamente identificato con la figura del caporale, Totò stigmatizza non il potere inteso come mezzo d’ordine e di legalità, ma come strumento di ingiustizia, utilizzato da alcune categorie sociali e dallo stesso Stato contro chi avrebbe diritto a maggiore rispetto, protezione e sostegno.. L’essenza del potere, secondo Antonio de Curtis, coincide con l’essenza stessa della vera democrazia che è collaborazione e integrazione tra le classi e non egemonia di una classe sull’altra.. È in quest’ottica che vanno lette alcune sue battute come: “Democrazia vuol dire che ognuno può dire e può fare tutte le fesserie che vuole” oppure “Sai quanto gliene frega al popolo della politica!” o ancora “Siccome sono democratico, comando io!” Battute attraverso le quali la logica è resa volutamente incongruente allo scopo di imprimere ad esse un effetto comico che non ci sarebbe stato se esse fossero state dette con un linguaggio “normale”. Del resto l’incongruenza, e cioè la mancanza di consequenzialità tra ciò che si dice e ciò che si vuole intendere, fu una delle caratteristiche fondamentali della comicità di Totò.. ed è proprio in tale ottica che bisogna leggere molte delle sue battute quali, ad esempio: “Parli come badi!”, “Ogni limite ha una pazienza!”, “Ho un capello per diavolo!”, ecc. In diverse sequenze dei suoi film è possibile ravvisare una sorta d’impegno politico-sociale che il grande attore napoletano portò avanti attraverso i suoi frequenti ruoli di povero cristo, sempre costretto a vivere di espedienti e di piccoli imbrogli.. La capacità che aveva l’attore di calarsi in questo tipo di personaggio dimostra che la sua comicità non fu sempre un’espressione artistica fine a se stessa, ma fu anche una sorta di mezzo di cui egli si servì per denunciare le ingiustizie e le sofferenze di chi vive nell’indigenza e nel bisogno.. La scenetta tratta dal film “La banda degli onesti”, può essere considerata una sorta di “lezione” che Totò impartisce ad un suo amico (il benpensante Peppino) per convincerlo a diventare suo socio in “affari”. Nella scenetta i due personaggi discutono in piedi e vicino al bancone di un bar. Davanti a loro due tazze di caffè senza zucchero e dietro al bancone il barista che, vedendo Totò attingere troppo zucchero dal contenitore, interviene con fermezza per levarglielo davanti. In tale scenetta, il comico napoletano, raggiungendo e superando l’assurdo, riesce ad essere al tempo stesso un disinteressato maestro di politica economica ed un furbo opportunista. È un maestro quando spiega a Peppino il perverso meccanismo dello sfruttamento di classe, è un opportunista quando, confidando nella distrazione (o tolleranza?) del barista, si appropria di più zucchero di quanto gliene sia necessario per dolcificare il suo caffè. L’assurdo consiste nel fatto che Totò, pur consapevole di essere un opportunista, riconosce al barista (cioè al detentore dello zucchero e quindi del “capitale”) il diritto di difendere i propri interessi da profittatori come lui. In questo film ed in questa scena la disonestà viene implicitamente indicata come una conseguenza dell’ingiustizia patita da chi vive nell’indigenza e nel bisogno. In un’altra scenetta del film “Miseria e nobiltà” (quella della famosa lettera che Totò scrive per conto di un suo cliente) l’attore napoletano pronuncia queste parole: “Bravo! Bravo! Viva l’ignoranza! Tutti così dovrebbero essere… E se ha dei figliuoli, non li mandi a scuola… per carità! …Li faccia vivere nell’ignoranza…”. Parole che, nella loro apparente comicità, denunciano la condizione di chi non ha consapevolezza del fatto che la propria ignoranza costituisce un aspetto della propria debolezza. È difficile non leggere tra le righe di questa battuta una severa critica che Totò rivolge non a coloro che sono ignoranti ma a coloro che mantengono nell’ignoranza chi, invece, avrebbe diritto ad essere istruito. Del resto Antonio de Curtis non mancò, in molti altri momenti della sua vita artistica, di lanciare messaggi critici verso la classe politica del suo tempo che sarà spazzata via pochi anni dopo dai giudici del pool di “Mani pulite”. Significative ed emblematiche sono considerate, a riguardo, alcune sue battute come: “Ho paura, quello è un deputato!”, oppure “A proposito di politica, ci sarebbe qualche cosarellina da mangiare?”, o anche “Do ut des, ossia tu dai tre voti a me che io do un appalto a te”. Queste frasi e molti suoi sketch (tra i più noti quello del vagone ferroviario), dimostrano quanto Antonio de Curtis non perdesse occasione per mettere alla berlina la categoria dei politici nei confronti dei quali non manifestò mai una grande simpatia e stima. Infine vorrei ricordare una delle sue poesie.. "A' livella" Poesia che, aldilà dell’incanto dei suoi versi e delle emozioni che essa suscita, può essere ritenuta una vera e propria pagina di sociologia, in virtù della tematica che affronta e del messaggio che trasmette. “A livella” è una poesia che fa parlare i morti ma che è diretta fondamentalmente alla mente e al cuore dei vivi. Il suo messaggio non ha bisogno di tante parole per essere esplicitato: la morte è l’unica vera realtà esistente; essa trascende la vita ed ogni cosa terrena. Attraverso la morte si annulla qualunque differenza; e gli uomini possono, finalmente, raggiungere la vera uguaglianza; quell’uguaglianza che essi devono sforzarsi di instaurare su questa terra quando sono ancora vivi... Questa è la favola del principe del sorriso Totò.. spero non avervi annoiato.. un ultima cosa.. queste sono le parole che un suo grande amico l'attore Nino Taranto gli dedico durante il funerale.. «Amico mio questo non è un monologo, ma un dialogo perché sono certo che mi senti e mi rispondi. La tua voce è nel mio cuore, nel cuore di questa Napoli che è venuta a salutarti, a dirti grazie perchè l’hai onorata. Perchè non l’hai dimenticata mai, perchè sei riuscito dal palcoscenico della tua vita a scrollarle di dosso quella cappa di malinconia che l’avvolge. Tu amico hai fatto sorridere la tua città, sei stato grande, le hai dato la gioia, la felicità, l’allegria di un’ora, di un giorno, tutte cose di cui Napoli ha tanto bisogno. I tuoi napoletani, il tuo pubblico è qui. Ha voluto che il suo Totò facesse a Napoli l’ultimo “esaurito” della sua carriera e tu, tu maestro del buonumore, questa volta ci stai facendo piangere tutti. Addio Toto’, addio amico mio. Napoli, questa tua Napoli affranta dal dolore vuole farti sapere che sei stato uno dei suoi figli migliori e non ti scorderà mai. Addio amico mio, addio Totò».
Antonio De Curtis alias Toto, il genio della risata rivive su RaiStoria Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfiro-genito Gagliardi de Curtis di Bisanzio. Era questo il vero nome di quello che in breve conosciamo come Antonio de Curtis, in arte Totò.