Adoro Tognazzi e impazzisco di fronte alle sue immense supercazzole. Ma vorrei avere la possibilità di ordinare svariate applicazioni di afasol per il mio Capo, quando supercazzola me e i miei colleghi.
È il principe delle parole vuote. Prese singolarmente hanno un significato, anche se per la gran parte si tratta di neologismi anglofoni il cui campo semantico va ancora definito. Le frasi per intero, però, non sembrano avere alcun senso compiuto. Restiamo imbambolati cercando di non dare a vedere di essere caduti vittima dell’ennesima supercazzola, che ha lo scopo di rigirare su di te qualunque problema per il quale avevi chiesto il suo intervento.
Perché Lui in questo è davvero un fuoriclasse. Non ha la benché minima idea di cosa va facendo, quindi maschera la sua totale inettitudine dietro elaborati discorsi privi di senso. Nella migliore delle ipotesi, esci dal suo ufficio con un marzulliano “fatti una domanda e datti una risposta”. La sua professionalità sembra essersi sviluppata e aver assunto le sembianze di una nuvola fumogena, una volta entrati in contatto con la quale ci si ritrova ancora più confusi di prima, spesso e sovente con un bagaglio di domande esistenziali che solo la vita in ufficio con un capo del genere può generare.
E dire che quando l’ho conosciuto il suo cavallo di battaglia era l’organizzazione. Per più di qualche momento ci siamo fatti abbagliare: finalmente le svariate attività potevano trovare un’ordine, una collocazione logica o cronologica. La matassa ingarbugliata delle nostre to-do-list si era dispiegata e fatta armonica cavalcando Gantt e progress settimanali. Ci sono voluti due mesi prima di poterci rendere conto di essere sprofondati tutti nel ventre di un organismo multicellulare chiamato “burocrazia” di cui ognuno di noi fa ormai inesorabilmente parte e dal quale non può staccarsi senza andare incontro alla propria necrosi professionale.
Come l’azienda sopravviva a individui come Lui e intere funzioni aziendali possano vivere un’esistenza di attesa mi è ancora del tutto sconosciuto. L’unica possibilità è che, non producendo noi effettivamente niente di concreto, l’azienda possa permettersi di ignorare questo cancro almeno fino a quando non comincerà la metastasi. L’idea però di passare la gran parte delle mie giornate a non fare fondamentalmente nulla all’insegna della sopravvivenza, mi fa sentire parte di una fauna da scrivania che mi porta ogni giorno di più a disprezzare quello che faccio-non-faccio.
Fortuna che una volta timbrato il cartellino l’incantesimo si spezza. Ma siamo tutti cenerentoli e tra poche ore ci ritroveremo in marcia come tanti zombie per entrare nel grembo caldo e assopente dell’organismo burocratico che teniamo in vita.