Ma gli sembrava che il suo corpo fosse come un sacco vuoto, sbattuto dal vento, lacero, sporco, buono solo da buttarsi fra i cenci.
Grazia Deledda, Canne al Vento, cap. XVI
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Ma gli sembrava che il suo corpo fosse come un sacco vuoto, sbattuto dal vento, lacero, sporco, buono solo da buttarsi fra i cenci.
Grazia Deledda, Canne al Vento, cap. XVI
Ma egli non riusciva ad allungare la mano per prenderla, pure desiderandolo con tutte le sue forze; si può prendere un raggio di luna?
Grazia Deledda, Il segreto dell'uomo solitario
Raccolti entro una capanna, seduti per terra a gambe in croce intorno a una damigiana verso cui si volgevano come a un idolo, i poeti improvvisavano ottave pro e contro la guerra di Libia: eran parecchi e si davano il turno, e intorno a loro si accalcavano uomini e ragazzi: di tanto in tanto qualcuno si curvava per prendere di terra un bicchiere di vino. “ Bibe, diauu!” “Salute!” “Che possiamo conoscerla cento anni di seguito, questa festa, sani e allegri.” “ Bibe , forca!” Il poeta Serafino Masala di Bultei, col profilo greco e vestito come un eroe di Omero, cantava: Su turcu non si cheret reduire, Anzis pro gherrare est animosu, S'arabu inferocidu est coraggiosu, Si parat prontu né cheret fuire...¹ I bicchieri passavano da una mano all'altra; qualche donna s'affacciava timidamente alla porta. E Gregorio Giordano di Dualchi, bel giovane rosso vestito come un trovatore, si lisciava i lunghi capelli con tutte e due le mani, se li tirava sul collo, e cantava quasi singhiozzando come una prèfica: Basta, non poto pius relatare, Discurro su chi poto insa memoria, Chi àppana in dogni passu sa vittoria. De poder tottu l'Africa acquistare; Tranquillos e sanos a torrare, Los assistansos Santos de sa Gloria, E cun bona memoria e vertude Torren a dom'issoro chin salude!² Applausi e risate risuonavano; tutti ridevano ma erano commossi. All'ombra della chiesa Efix invece sentiva altri gruppi di paesani parlare dell'America e degli emigranti. “L'America? Chi non l'assaggia non sa cosa è. La vedi da lontano e ti sembra un agnello da tosare: ci vai vicino e ti morsica come un cane.” “Sì, fratelli cari, io ci andai con la bisaccia a metà piena e credevo di riportarla colma; la riportai vuota!” Un Baroniese smilzo alto e nero come un arabo, invitò Efix a bere e gli raccontò episodi della guerra, di cui era reduce. “Sì”, diceva, guardandosi le mani, “ho strappato il ciuffo ad un Sirdusso , uno che adorava il diavolo. Io avevo fatto voto di prenderglielo, il ciuffo; di prenderlo intero, con la pelle e con tutto. E così lo presi, che possiate vedermi cieco, se mentisco! Lo portai al mio capitano, tenendolo come un grappolo; sgocciolava sangue nero come acini d'uva nera. Il capitano mi disse: bravo, Conzinu!” Efix ascoltava, con in mano una rosellina di macchia. Si fece il segno della croce con lo stelo del fiore, e disse: “Ti confesserai, Conzì! Hai ucciso un uomo!”. “Nella guerra non è peccato. È forse di nascosto? No.” Allora cominciarono a discutere, ed Efix guardava la rosellina come parlando a lei sola. “Ad uccidere tocca a Dio.” ¹ Il turco non vuole arrendersi, / Anzi per combattere è animoso, / L'arabo inferocito è coraggioso, / Si slancia pronto né vuole fuggire. ² Basta, non posso più raccontare, / Discorro, quel che posso a memoria; / Che abbiano (gl'Italiani) in ogni passo la vittoria, / Da poter tutta l'Africa conquistare; / Tranquilli e sani possano tornare, / Li assistano i Santi della Gloria, / E con buona memoria e virtù / Tornino a casa loro con salute!
Grazia Deledda, Canne al vento, [1ª ed.ne or.le 1913], Biblioteca Economica Newton, 1999; pp. 71-72
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