Dev’essere stato messo proprio con le spalle al muro Joe Biden, perché la prima funzione che ti toglie la demenza è proprio l’autocritica, la reale valutazione di ciò che sei e di cosa sei capace.
I segni di demenza in Biden erano conclamati: incespicamenti, cadute, amnesie, la deambulazione rigida come se avesse inghiottito un manico di scopa e degli obnubilamenti mentali, difficile credere che i suoi più stretti collaboratori non se ne siano accorti.
Ma allora perché l’hanno ricandidato alle primarie e perché in generale nel 2020 a 78 anni (il presidente più anziano a ricoprre questa carica) lo candidarono per contrastare Trump? Non c’era qualcuno più giovane nel partito e anche più “fresco” perché Biden in questi quattro anni è sembrato un’anatra laccata e nient’altro.
Se volevi davvero allontanare il pericolo del populismo e la deriva nazistoide che Trump rappresenta c’era bisogno di un candidato nuovo e, appunto più “fresco”, uno che fosse portatore di idee nuove e che sapesse conservare quanto di buono, almeno a livello ideale, rappresenta la democrazia americana.
Ora, a fatica, tirano furi dal cilindro Kamala Harris; non so negli USA quanto sia nota e quanto sia emerso il suo operato, nel resto del mondo è stata una figura silente e acquiscente, anche quando Biden ha mantenuto il cosiddetto Titolo 42, voluto da Trump, per favorire la deportazione forzata degli immigrati e per rimpatriare i minori non accompagnati, proprio lei che in campagna elettorale si era battuta per salvaguardare i diritti delle minoranze e di chi chiede asilo.
Questa candidatura è tutta da costruire e il tempo stringe: potrebbe essere la carta vincente se i demo se la sanno giocare bene, ma potrebbe anche essere la fine della potenza americana e del mondo così come lo conosciamo se Trump dovesse riconquistare il potere.