𝐂'𝐞̀ 𝐮𝐧 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐦𝐨𝐝𝐨 𝐝𝐢 𝐫𝐞𝐥𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐫𝐬𝐢 𝐜𝐨𝐧 𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐥𝐭𝐫𝐢 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐫𝐚𝐩𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞𝐧𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐮𝐧 𝐦𝐚𝐥𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐞𝐝 𝐞̀ 𝐫𝐢𝐜𝐨𝐧𝐨𝐬𝐜𝐞𝐫𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐥𝐭𝐫𝐢 𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐨𝐧𝐨 ✔
𝐀 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐜𝐢𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐟𝐚𝐦𝐢𝐠𝐥𝐢𝐚 𝐢𝐧 𝐜𝐮𝐢 𝐬𝐢 𝐧𝐚𝐬𝐜𝐞 𝐞 𝐬𝐢 𝐜𝐫𝐞𝐬𝐜𝐞, 𝐢𝐥 𝐫𝐢𝐬𝐮𝐥𝐭𝐚𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐬𝐚𝐫𝐞𝐦𝐨 𝐝𝐚 𝐚𝐝𝐮𝐥𝐭𝐢 𝐞̀ 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐧𝐨𝐬𝐭𝐫𝐞 𝐦𝐚𝐧𝐢. 𝐒𝐜𝐞𝐠𝐥𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐝𝐮𝐫𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐥𝐚 𝐧𝐨𝐬𝐭𝐫𝐚 𝐚𝐝𝐨𝐥𝐞𝐬𝐜𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐜𝐡𝐢 𝐬𝐚𝐫𝐞𝐦𝐨 𝐝𝐚 𝐚𝐝𝐮𝐥𝐭𝐢, 𝐧𝐨𝐧 𝐝𝐨𝐩𝐨 𝐞 𝐥𝐨 𝐟𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐨𝐬𝐬𝐞𝐫𝐯𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐜𝐡𝐢 𝐜𝐢 𝐜𝐢𝐫𝐜𝐨𝐧𝐝𝐚.
𝐂𝐨𝐬𝐭𝐫𝐮𝐢𝐫𝐞 𝐫𝐞𝐥𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐢𝐧 𝐜𝐮𝐢 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐢 𝐝𝐞𝐯𝐞 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐮𝐧 𝐦𝐚𝐥𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐞 𝐜𝐫𝐞𝐚𝐫𝐞 𝐦𝐚𝐥𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 (anche a noi stessi, non solo come etica di rispetto degli altri) 𝐝𝐢𝐩𝐞𝐧𝐝𝐞 𝐝𝐚𝐥 𝐦𝐨𝐝𝐨 𝐢𝐧 𝐜𝐮𝐢 𝐬𝐚𝐩𝐩𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐧𝐨𝐢 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐢 𝐞 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐥𝐭𝐫𝐢;𝐥𝐞 𝐬𝐜𝐞𝐥𝐭𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐟𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚𝐦𝐨, 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐚 𝐧𝐨𝐬𝐭𝐫𝐚 𝐯𝐢𝐭𝐚, 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐨𝐧𝐨 affatto 𝐮𝐧 𝐦𝐚𝐥𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐥𝐭𝐫𝐢 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐥𝐞𝐝𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐚𝐥𝐜𝐮𝐧𝐨 - e non può essere intesa come lesione personale, o offesa, quella sofferenza egoistica che si può notare nei genitori e nella generalità delle persone immature, ottuse (a cui non interessa nemmeno ascoltare le ragioni altrui), che ci viene esternata, palesata, buttata in faccia anche con livore, quando non rispettiamo le loro aspettative, vivendo secondo le nostre aspettative - cioè ciò che i conservatori indicano, dandogli connotazione ghettizzante, dispregiativa e colpevolizzante, come 𝗱𝗲𝘃𝗶𝗮𝗻𝘇𝗮, riferendosi ad un giovane o un meno giovane come ad un individuo malato, che non sta percorrendo una fantomatica "via maestra", di cui gli ottusi si sentono promotori; un individuo che, in realtà, non è affatto malato, ma semplicemente non sente e non riscontra alcun beneficio per se stesso nel rispettare una moralità dominante, ma vuole vivere secondo Etica.
𝐕𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐢𝐧 𝐦𝐨𝐝𝐨 𝐞𝐭𝐢𝐜𝐨 𝐬𝐢𝐠𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚 𝐦𝐞𝐭𝐭𝐞𝐫𝐞 𝐚 𝐟𝐫𝐮𝐭𝐭𝐨 𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢𝐚 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐥𝐥𝐢𝐠𝐞𝐧𝐳𝐚, 𝐬𝐚𝐩𝐞𝐧𝐝𝐨 𝐛𝐞𝐧 𝐝𝐢𝐬𝐭𝐢𝐧𝐠𝐮𝐞𝐫𝐞 𝐥𝐨 𝐬𝐩𝐚𝐳𝐢𝐨 𝐜𝐨𝐦𝐮𝐧𝐞 𝐝𝐚 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐩𝐫𝐢𝐯𝐚𝐭𝐨 (𝐢𝐧 𝐜𝐮𝐢 𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐥𝐭𝐫𝐢 𝐡𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐢𝐥 𝐝𝐨𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐝𝐢 𝐧𝐨𝐧 𝐞𝐧𝐭𝐫𝐚𝐫𝐞, 𝐬𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐝𝐨𝐩𝐨 𝐮𝐧 𝐩𝐞𝐫𝐦𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐚𝐜𝐜𝐨𝐫𝐝𝐚𝐭𝐨, 𝐞 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐫𝐞 𝐢𝐧 𝐩𝐮𝐧𝐭𝐚 𝐝𝐢 𝐩𝐢𝐞𝐝𝐢) 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐨𝐛𝐛𝐞𝐝𝐢𝐫𝐞 - 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐥'𝐨𝐛𝐛𝐞𝐝𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐬𝐞𝐠𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐥𝐥𝐢𝐠𝐞𝐧𝐳𝐚; 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐨𝐛𝐛𝐞𝐝𝐢𝐫𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐯𝐮𝐨𝐥 𝐝𝐢𝐫𝐞 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐫𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞, 𝐦𝐚 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐥'𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐦𝐞𝐬𝐬𝐢 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐝𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞, 𝐬𝐮𝐛𝐨𝐫𝐝𝐢𝐧𝐚𝐭𝐚, 𝐝𝐢 𝐧𝐨𝐧 𝐜𝐚𝐩𝐢𝐫𝐞 𝐦𝐚𝐢 𝐧𝐞𝐦𝐦𝐞𝐧𝐨 𝐥'𝐮𝐭𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐨 𝐦𝐞𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐮𝐧𝐚 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐬𝐢𝐚𝐬𝐢 𝐧𝐨𝐫𝐦𝐚 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐚𝐥𝐞.
Ogni persona è una persona unica, e visivamente indipendente nella forma: nessuno di noi rappresenta una estensione fisica o metafisica degli altri; nessuno di noi ha il dovere di vivere secondo le ragioni degli altri; ogni persona ha diritto ad auto-determinarsi, a decidere in modo svincolato dalle aspettative familiari la strada che vuole intraprendere; ogni persona ha diritto di vivere secondo le propensioni positive e le aspettative positive che la riguardano; gli altri, familiari o meno, cari o meno, amati o meno, non hanno nemmeno il diritto di sentirsi delusi quando ci allontaniamo dalle loro aspettative per la nostra vita, perché è una violenza psicologica: "O fai come dico io (genitore, compagno, amico, educatore....), o mi rattristi (o rendi triste una divinità inesistente)" è un ricatto morale - e il miglior modo per rovinare la vita altrui; di rappresentare per gli altri qualcosa di solo deprimente e opprimente (niente di sano ed educativo).
𝗤𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗰𝗶 𝗿𝗲𝗹𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗰𝗼𝗻 𝗴𝗹𝗶 𝗮𝗹𝘁𝗿𝗶, 𝗹𝗲 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗲 𝗲𝘀𝗽𝗲𝗿𝗶𝗲𝗻𝘇𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗳𝗮𝗻𝗻𝗼 𝘁𝗲𝘀𝘁𝗼, 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝗴𝗹𝗶 𝗮𝗹𝘁𝗿𝗶 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗺𝗮𝗶 𝗻𝗼𝗶; 𝗻𝗼𝗻 𝗽𝗼𝘀𝘀𝗶𝗮𝗺𝗼 𝘃𝗶𝘃𝗲𝗿𝗲 𝗻𝗲𝗹𝗹'𝗶𝗱𝗲𝗮 𝗱𝗶 𝗳𝗮𝗿𝗲 𝗼 𝗻𝗼𝗻 𝗳𝗮𝗿𝗲 𝗮𝗴𝗹𝗶 𝗮𝗹𝘁𝗿𝗶 𝗰𝗶𝗼̀ 𝗰𝗵𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗳𝗮𝗿𝗲𝗺𝗺𝗼 𝗮 𝗻𝗼𝗶 𝘀𝘁𝗲𝘀𝘀𝗶, 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝗴𝗹𝗶 𝗮𝗹𝘁𝗿𝗶 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗻𝗼𝗶 𝗲 𝗴𝗹𝗶 𝗮𝗹𝘁𝗿𝗶 𝘃𝗶𝘃𝗼𝗻𝗼, 𝘀𝗲𝗻𝘁𝗼𝗻𝗼, 𝗲 𝗿𝗲𝗮𝗴𝗶𝘀𝗰𝗼𝗻𝗼 𝗶𝗻 𝗺𝗼𝗱𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝘃𝗮𝗻𝗻𝗼 𝗼𝘀𝘀𝗲𝗿𝘃𝗮𝘁𝗶 𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗱𝗮𝘁𝗶 𝗽𝗲𝗿 𝘀𝗰𝗼𝗻𝘁𝗮𝘁𝗶.
Questo è ciò che uno specialista offre, con una visione statistica e macroscopica degli individui a chi ha difficoltà a capire chi è; ma questo è anche ciò che direbbe una persona risolta, equilibrata, che non ha interesse a opprimere nessuno coi suoi "comandamenti", perché ha maturato una personalità stabile, e una indipendenza tale, da non sentire in alcun modo che gli usi, gli stili di vita privati altrui, diversi dai suoi, possano mettere a repentaglio le sue sicurezze o addirittura la sua identità.
Chi si sente in pericolo quando i costumi sociali si evolvono in meglio (riconoscendo sempre più diritti e servizi utili a rendere efficaci nella pratica quei diritti umani) è soltanto chi non sa chi è - cioè chi non ha ancora chiaro che la sua identità è slegata dagli altri, e che niente e nessuno può togliercela (a parte la morte, in quando momento in cui scompariamo del tutto, corpo compreso).
C'è un solo modo di relazionarsi con gli altri senza rappresentare un malessere ed è riconoscere che gli altri esistono, ma non sono noi e non saranno mai noi; anche quando esiste una linea genetica che rende parenti (nel caso dei figli), l'altro, una volta uscito dal tuo corpo, non ha il dovere alcuno di diventare un tuo clone, la tua fotocopia, il tuo io di riserva, perché non lo è.












