Scene di disordini a Parigi dopo la vittoria della squadra di calcio Paris Saint-Germain in Champions League. La notte della storica vittoria del Paris Saint-Germain nella Champions League si è trasformata in un incubo per la capitale francese. I festeggiamenti si sono tramutati in scene di guerriglia urbana: due morti, centinaia di feriti, auto incendiate, negozi saccheggiati e violenze diffuse. La risposta dello Stato è stata immediata: centinaia di arresti, uso massiccio di polizia e retorica dell’emergenza. Ma cosa si nasconde dietro a questi episodi ricorrenti? Solo inciviltà e degrado? O forse una strategia più profonda, che riecheggia una delle tattiche più antiche del potere: il divide et impera? La tesi di Alexis Haupt: rivolte strumentalizzate dal potere Alla luce di questi eventi, alcuni intellettuali critici hanno proposto interpretazioni meno convenzionali riguardo alle cause e soprattutto agli effetti politici delle rivolte. In particolare, il filosofo Alexis Haupt ha avanzato una tesi provocatoria: secondo Haupt, le rivolte urbane rappresentano una sorta di “fortunata opportunità” per la classe dirigente, che sarebbe in grado di strumentalizzarle a proprio vantaggio. Egli sostiene che “les émeutes sont une aubaine pour la caste aux commandes”, ovvero che i tumulti offrono al “ceto al potere” vari benefici: deviare l’attenzione pubblica da altri problemi o scandali, giustificare misure repressive straordinarie e, in definitiva, accelerare la propria agenda politica. Questa agenda viene descritta da Haupt come un progetto di “déconstruction de la France”, una sorta di smantellamento dell’identità e della coesione nazionale, perseguito attraverso la strategia del divide et impera – dividi e comanda. In altre parole, fomentando o anche solo sfruttando le divisioni interne (per esempio tra gruppi etnici, tra periferie e centro, tra cittadini e forze dell’ordine), l’élite potrebbe consolidare il proprio potere: un popolo frammentato e impaurito è più facilmente governabile. Haupt sottolinea che “divide et impera non è una teoria del complotto, ma la semplice traduzione di ‘dividere per meglio regnare’”, richiamando così l’attenzione sulla natura storicamente concreta di tali tattiche di poteretwitter.com.Secondo questa linea di pensiero, dietro l’indignazione ufficiale per gli episodi di violenza si celerebbe quasi un retrogusto di convenienza politica. Ogni rivolta fornirebbe l’occasione perfetta per alimentare un clima di “emergenza perenne”, in cui l’opinione pubblica, spaventata dalle immagini di auto incendiate e saccheggi, finisce per accettare restrizioni delle libertà in nome della sicurezza. Proprio in Francia, negli ultimi anni, abbiamo visto esempi significativi di questo fenomeno: crisi e disordini vengono seguiti da un irrigidimento dell’apparato di sicurezza. Ad esempio, dopo le violente sommosse nelle banlieue francesi dell’estate 2023 (innescate dall’uccisione di un adolescente da parte della polizia), il presidente Macron ha evocato l’idea di limitare o oscurare i social network durante i periodi di disordini – un provvedimento senza precedenti in democrazia occidentale, che lo ha fatto accusare di autoritarismotheguardian.comtheguardian.com. Macron ha suggerito che “quando la situazione sfugge di mano, potremmo doverli regolamentare o spegnere”, riferendosi a piattaforme come TikTok e Snapchat usate dai giovani per coordinarsitheguardian.com. Molti osservatori hanno visto in queste parole la volontà di introdurre strumenti di censura e controllo tipici di regimi illiberali, sfruttando il panico suscitato dai riot per legittimarlitheguardian.com. Allo stesso modo, si è scoperto che dopo le proteste del 2023 alcune unità di polizia hanno utilizzato software di riconoscimento facciale in modo illegale per identificare i rivoltosi, pratica vietata dalla legge francese. Parallelamente il governo ha premuto per legalizzare forme di videosorveglianza algoritmica di massa, inizialmente presentate come misure temporanee per la sicurezza delle Olimpiadi 2024. Queste misure – droni di sorveglianza, telecamere intelligenti, banche dati biometriche – rientrano in un processo di normalizzazione di un controllo sociale tecnologico sempre più pervasivo.Haupt arriva persino a ipotizzare, in toni distopici, che dietro l’alibi del ripristino dell’ordine si stia instaurando gradualmente un sistema di sorveglianza totalizzante, con il ritorno di strumenti di controllo digitale già visti (come i QR code sanitari durante la pandemia) e l’introduzione di nuovi meccanismi come il “credito sociale” sul modello cinese. In un’immaginaria conversazione satirica, Haupt fa dire a un consigliere del re: “Non sono rivolte, Maestà, è un corridoio d’accesso al riconoscimento facciale, ai droni polizieschi, al ritorno dei QR code e al credito sociale…”. Al di là dell’iperbole, il messaggio è chiaro: la “casta dominante” avrebbe tutto l’interesse a ingigantire la minaccia dei disordini per poi implementare politiche repressive e trasformazioni sociali che in tempi normali sarebbero inaccettabili. Distratti dalle molotov e dalle vetrine infrante, i cittadini finirebbero per non accorgersi che in nome della sicurezza stanno cedendo pezzi importanti della propria libertà e coesione. In sintesi, la tesi di Haupt vede nelle rivolte non tanto un pericolo per il potere costituito, quanto un utile catalizzatore che il potere stesso può sfruttare a proprio vantaggio: creare paura, dividere la popolazione, e avanzare un progetto politico elitario sotto la giustificazione dell’“emergenza nazionale”.Naturalmente, una simile interpretazione solleva interrogativi spinosi. Implica forse che le rivolte vengano deliberatamente provocate o lasciate esplodere dai governanti? Oppure, più realisticamente, che chi governa sia abile nell’usare a posteriori questi fenomeni spontanei per orientare l’opinione pubblica? La storia conosce esempi sia di istigazione occulta (come agenti infiltrati per delegittimare proteste pacifiche) sia di sfruttamento opportunistico di crisi reali per introdurre svolte politiche. Per capire meglio la plausibilità della strategia divide et impera in questo contesto, è utile ricordare come tale principio sia stato applicato in passato. Divide et impera: lezioni dalla storia (dall’India coloniale alla Siria mandataria) Il motto latino divide et impera – dividi e comanda – non è affatto un’astrazione cospirazionista, bensì una ben documentata pratica di governo adottata in varie epoche. Regimi autoritari e potenze coloniali l’hanno spesso impiegata per mantenere il controllo su popoli numerosi: consiste nel fomentare divisioni interne (etniche, religiose, sociali) tra i sudditi, così da impedire che essi si uniscano contro chi li domina. Un popolo diviso in fazioni contrapposte difficilmente organizzerà una resistenza efficace, e anzi chiederà protezione proprio a chi quelle fazioni le ha create o esacerbate.Un esempio classico è il dominio britannico in India. L’Impero Britannico, trovandosi a governare centinaia di milioni di persone di culture e fedi diverse, fece largo ricorso a politiche divisive per indebolire il nascente nazionalismo indiano. Gli storici sottolineano come gli inglesi abbiano alimentato le rivalità religiose tra hindu e musulmani, irrigidendo identità prima fluide e “comunitarizzando” la politica. Già nell’Ottocento i colonialisti accentuarono differenze settarie (per esempio attraverso censimenti che classificavano rigorosamente per comunità, o favorendo determinati gruppi nelle amministrazioni locali). Un momento emblematico fu la Partizione del Bengala del 1905, in cui l’India britannica fu riorganizzata in province su base confessionale, scatenando tensioni hindu-musulmane. Questa strategia arrivò all’apice nel 1947, quando al termine del dominio coloniale l’India venne brutalmente divisa in due stati, l’India a maggioranza hindu e il Pakistan a maggioranza musulmana. La divisione fu accompagnata da un bagno di sangue – massacri, esodi di massa, pulizie etniche – che alcuni autori descrivono come il culmine tragico del “divide and rule” britannicoaljazeera.com. “Divide et impera” fomentò antagonismi religiosi per facilitare il dominio imperiale e lasciò un’eredità lacerante: “prima di andarsene, i britannici si assicurarono che un’India unita non fosse possibile”, osserva lo scrittore indiano Shashi Tharoor, riferendosi proprio alla Partition del 1947. In sintesi, il Raj britannico deliberatamente seminò diffidenze settarie (creando ad esempio il Communal Award del 1932, che riservava seggi separati a varie comunità) per poter apparire come arbitro indispensabile tra le fazioni – un artificio di controllo ben riuscito a breve termine, ma dalle conseguenze catastrofiche sul tessuto del subcontinente.Un altro esempio illuminante è la politica francese in Medio Oriente dopo la Prima Guerra Mondiale. Ottenuto il mandato sulla Siria e sul Libano (ex territori dell’Impero Ottomano), la Francia adottò anch’essa una strategia di divide et impera per consolidare la propria presa. In Siria i francesi ritagliarono artificiosamente entità statali su base etnico-religiosa: crearono il “Grande Libano” a maggioranza cristiana separandolo dalla Siria, e all’interno della stessa Siria istituirono stati separati per alcune minoranze (lo Stato degli Alawiti sulla costa, lo Stato del Jabal Druso a sud) oltre alle sub-entità di Damasco e Aleppo. L’intento era chiaro: spezzare il nascente nazionalismo arabo siriano alimentando particolarismi locali e rivalità comunitarie. I francesi favorirono nelle posizioni chiave le minoranze tradizionalmente marginalizzate (come gli Alawiti, i Druzi, i cristiani) a scapito della maggioranza arabo-sunnita, in modo da crearsi gruppi “clienti” leali e tenere divisa la società. Ad esempio, reclutarono sproporzionatamente alawiti e altri non-sunniti nelle forze coloniali (le Troupes Spéciales), assicurandosi che l’esercito – strumento fondamentale di controllo – non rispecchiasse la composizione della popolazione generale. Questo sistematico divide et impera ha piantato i semi delle tensioni settarie che avrebbero afflitto la regione per decenni: gli storici riconoscono che la politica coloniale francese “seminò i denti del drago” da cui sarebbero germogliati i conflitti settari e l’autoritarismo nella Siria post-indipendenza. In altre parole, le divisioni confezionate ad arte dai francesi (tra settori religiosi, tra città e campagne, tra regioni) hanno alimentato diffidenze reciproche così radicate che, anche dopo la fine del mandato, il paese stentò a trovare una stabilità democratica, aprendo la strada a colpi di stato militari e alla presa di potere di un regime minoritario (quello alawita di Assad) intenzionato a scongiurare con ogni mezzo il ricomporsi di un fronte popolare unito.Questi casi storici illustrano bene il principio: creare o acuire divisioni interne per mantenere il controllo dall’alto. Un impero coloniale non è paragonabile a uno Stato democratico contemporaneo, ma il metodo può presentare analogie inquietanti. Se torniamo alla Francia odierna, l’ipotesi di Haupt è appunto che i governanti – pur non essendo ovviamente “colonizzatori esterni” – applichino una forma di divide et impera per governare una società percorsa da fratture sociali. Tensioni etniche, conflitti tra periferie marginalizzate e stato centrale, spaccature politiche (per esempio tra “gilet gialli” e resto del paese) – tutte queste faglie possono essere volontariamente esasperate o strumentalizzate per distogliere l’attenzione dalle responsabilità di chi comanda. Ad esempio, invece di vedere nelle rivolte di banlieue un sintomo di problemi strutturali (disoccupazione, esclusione, razzismo istituzionale), il discorso pubblico incoraggiato dal potere le riduce a problema di ordine pubblico causato da “feccia” delinquenziale da reprimere. Si genera così un doppio dividendo: da un lato la società si polarizza (cittadini “perbene” invocano la mano dura contro i “rioters” delle periferie, perdendo di vista possibili comuni rivendicazioni sociali), dall’altro lo Stato può espandere il proprio arsenale repressivo col plauso di molti. La paura e la rabbia canalizzata verso un capro espiatorio interno (il giovane banlieusard immigrato, il tifoso ultrà violento, etc.) diventano strumenti di gestione politica. In questa luce, le rivolte post-vittoria calcistica a Parigi – per quanto autenticamente distruttive e condannabili – potrebbero anche funzionare come diversivo: distogliere il dibattito dalle difficoltà politiche del governo (ad es. crisi economiche, scandali o proteste contro riforme impopolari) e spostarlo sul terreno a esso più congeniale della “legge e ordine”. ➡ Continua alla pagina 2 Calcio e potere: lo sport come strumento di manipolazione e distrazione Questa analisi non sarebbe completa senza riflettere sul ruolo del calcio e dello sport di massa nell’ambito descritto. Non è un caso che molti regimi autoritari e governi abbiano spesso investito energia e risorse nel controllo e nella promozione degli eventi sportivi: lo sport può unire le masse, ma proprio per questo può anche essere usato per controllarle. “Pane e circo” (panem et circenses) dicevano gli antichi Romani, alludendo al fatto che sfamare e intrattenere il popolo serviva a distrarlo dalla vita politica. Nella società moderna, il calcio è forse l’arena di intrattenimento collettivo più potente in assoluto, una sorta di rito secolare che coinvolge emozionalmente milioni di persone. È quindi naturale interrogarsi: il calcio viene deliberatamente usato dal potere come “oppio dei popoli”, come diversivo per canalizzare passioni e frustrazioni lontano dalle questioni sociali e politiche?Il calcio, in particolare, è stato a più riprese definito “il vero oppio dei popoli” nel XX secolo, parafrasando la celebre massima di Marx sulla religioneareaonline.ch. In Italia, intellettuali come Pier Paolo Pasolini ed Eco stesso discussero del fenomeno calcistico di massa con sguardo critico. Si dice ironicamente che “gli italiani non fanno le rivoluzioni perché hanno 22 milioni di commissari tecnici della nazionale”: invece di ribellarsi, preferiscono accalorarsi per le formazioni della squadra. Umberto Eco nel saggio “Apocalittici e integrati” (1964) analizzò proprio questo atteggiamento: gli “apocalittici” vedevano in ogni prodotto di cultura di massa (dai fumetti al calcio) una forma di corruzione delle menti e di controllo sociale, mentre gli “integrati” lo accettavano come parte della modernità. Eco stesso, pur riconoscendo la dignità degli studi sulla cultura popolare, mise in guardia dall’élitismo di certi intellettuali che disprezzavano automaticamente ciò che piace alle masse. Riferendosi implicitamente anche al tifo sportivo, Eco invitava a comprendere i bisogni simbolici e sociali soddisfatti da questi fenomeni, non liquidandoli solo come alienazione. Ad esempio, la passione calcistica risponde anche a un “bisogno di comunità” – quel senso di appartenenza collettiva che individui altrimenti isolati nella società moderna trovano unendosi dietro a una squadra. Il rito domenicale dello stadio può essere letto non solo come manipolazione dall’alto, ma anche come auto-organizzazione di un’identità, sebbene limitata all’ambito sportivo. Eco e altri sociologi culturali (come De Certeau o Stuart Hall) sottolineerebbero che il pubblico non è un semplice recipiente passivo di ideologia: anche nel tifo vi possono essere appropriazioni attive, significati creati dal basso, e perfino sprazzi di contestazione (si pensi alle curve che inneggiano contro politici o padroni del club). Questa visione più sfumata ci ricorda che la realtà è complessa: lo sport è al tempo stesso integrazione e diversione, un campo dove il potere esercita influenza ma anche dove i subalterni talvolta negoziano il senso delle proprie passioni.Detto ciò, resta incontestabile che lo sport spettacolo sia stato spesso usato strumentalmente dal potere politico. Governanti di ogni colore hanno capito il vantaggio di cavalcare le vittorie sportive per guadagnare consenso ed euforia patriottica: panem et circenses, appunto. E quando la situazione interna è tesa, nulla di meglio di un grande evento sportivo per compattare il “noi” nazionale contro qualche “loro” (fosse l’altra squadra o i presunti denigratori esteri). Non stupisce allora che anche nelle democrazie moderne, quando possibile, i leader politicizzino i successi sportivi. In Francia, ad esempio, ogni exploit della nazionale (dai Mondiali vinti nel 1998 e 2018 alle coppe europee dei club) è stato prontamente celebrato dall’Eliseo come simbolo di unità nazionale ritrovata, talvolta facendo passare in secondo piano polemiche politiche in corso.Allo stesso tempo, la violenza legata allo sport – come quella vista a Parigi – è un fenomeno che i governi usano per introdurre misure di controllo. Nel Regno Unito degli anni ’80, i ripetuti incidenti causati dagli hooligan calcistici inglesi fornirono ai governi Thatcher prima e Major poi l’occasione per militarizzare gli stadi e schedare i tifosi (con biglietti nominali, telecamere a circuito chiuso, leggi speciali anti-hooligan) trasformando il calcio inglese in un affare iper-sorvegliato. Sociologi come Eric Dunning e Patrick Murphy studiarono a fondo il fenomeno hooligan e notarono come la sua amplificazione mediatica fosse funzionale a dipingere certi ceti giovanili come “nemici pubblici”, giustificando strette repressive che poi spesso si estesero anche oltre il calcio. Ogni sommossa allo stadio forniva titoli scandalistici e creava consenso verso polizia e governo nella “lotta ai teppisti”. In Italia, tragedie come quella dell’Heysel (1985) o gli scontri del 2007-2008 portarono a decreti d’urgenza sul modello inglese (tessera del tifoso, partite a porte chiuse, arresti preventivi), misure che solo pochi anni prima sarebbero parse draconiane ma che, sull’onda emotiva degli eventi, vennero accettate dall’opinione pubblica. Ciò riflette una dinamica tipica: la paura della violenza fa sì che i cittadini concedano volontariamente più potere di controllo alle autorità.Tirando le fila di queste riflessioni teoriche, appare plausibile quanto segue: il calcio e gli altri sport di massa possono fungere da potenti strumenti di distrazione e divisione. Da un lato assorbono attenzioni ed energie delle persone in un alveo non politico (o pseudo-politico, nel senso identitario sportivo), dall’altro innescano fenomeni (tifo estremo, violenza ultras, rivalità tra città o gruppi etnici nelle squadre) che i governi possono usare a proprio vantaggio. Il calcio, in sé, non è “buono” o “cattivo”: è un campo sociale, un linguaggio popolare che può essere riempito di significati vari. Il potere costituito tende però a incoraggiare quegli aspetti dello sport che favoriscono la coesione acritica attorno a simboli innocui (la bandiera durante i Mondiali, il campanilismo locale) e a reprimere invece quelli potenzialmente pericolosi (quando ad esempio gruppi di tifosi saldano legami comunitari che sfuggono al controllo statale, o quando la frustrazione sociale filtra negli stadi in forma di contestazione).
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