INTERVISTA A GIORGIA NARDIN - “All dressed up with nowhere to go”
a cura di Elisa Biscotto
intervista effettuata il 26/10/2013 presso Opificio Telecom Italia (RM)
Il 26 ottobre scorso, nell’ambito di DNA (il Focus di Romaeuropa Festival dedicato alla giovane danza d’autore) Giorgia Nardin ha presentato in anteprima nazionale “All dressed up with nowhere to go”, la sua prima opera coreografica per più danzatori. In quell’occasione Elisa Biscotto ha intervistato per DNAscritture la giovane coreografa veneta, che nel suo primo approccio esterno alla regia ha cercato, innanzitutto, di interrogarsi sulla ricerca di un metodo e di una pratica coreografica che potessero aprire dei canali di accesso attraverso il movimento. “All dressed up with nowhere to go” è un lavoro sull’esposizione; un’esposizione reale che si verifica sotto gli occhi di un pubblico sottoposto allo stesso grado di difficoltà che la Nardin ha scelto per sé stessa e per i suoi danzatori; un’esposizione che avviene all’insegna del tempo della durata, dove l’elemento dell’equilibrio obbliga l’interprete a rimanere ancorato a una situazione presente, a focalizzarsi sul suo stato, sulla sua presenza, sul come il suo sentire possa andare a influenzare le forme che gli sono state date; un’esposizione che conserva tutto quel senso di vulnerabilità, di fragilità umana, di sottomissione a giudizio che troviamo nell’arte di Hieronymus Bosch che ha costituito il primo impulso creativo per il concepimento di questo lavoro coreografico.
E.B.: La costruzione All dressed up with nowhere to go ha alternato una prima fase in cui era prevista la tua presenza all’interno del lavoro a un secondo momento dove, invece, hai preferito rimanere al di fuori della scena. Perché hai preso la decisione di uscire dalla coreografia? E in che modo si è concretizzata, allora, l’immissione del tuo sguardo esterno nel disegno coreografico?
G.N. : Sono partita dall’idea di stare nel lavoro, quindi sarebbe stato un trio, ma presto mi sono accorta di percepire la mia presenza all’interno della coreografia come qualcosa di non necessario; sentivo la forza che avevano Marco D’Agostin e Amy Bell nell’essere interpreti, e allora ho voluto provare a fare questo atto di uscita per capire se potevo io dal di fuori dare a loro delle indicazioni, delle direttive che poi potessero successivamente sviluppare in maniera individuale. E’ come se li avessi nutriti da un altro punto, perché quando mi trovavo dentro - quando c’ero anche io nel lavoro - avvertivo delle frizioni, delle cose che non mi tornavano: sentivo proprio dei disequilibri .
E.B. : Il primo spunto per il concepimento di All dressed up with nowhere to go risale all’estate del 2012, quando a Palazzo Grimani hai avuto modo di osservare dal vivo il polittico di Hieronymus Bosch Visioni dell’aldilà. In che modo entra nel tuo ultimo lavoro quell’immaginario grottesco e intensamente drammatico?
G.N. : Devo dire che all’inizio lavoravamo molto su questa idea della mostruosità, sull’assumere degli atteggiamenti grotteschi rifacendoci a quel tipo linguaggio e di immaginario che vedevamo nella pittura di Bosch. Quello che è rimasto per me dei suoi dipinti - il lavoro ha preso poi un’altra piega, soprattutto dal momento in cui io sono uscita - è un elemento di fragilità, un elemento di esposizione che è dato proprio dal loro stato: lavoriamo molto su questo. Devo dire che di pari passo alla visione del polittico c’è stato il lavoro con Yasmeen Godder, e questo ha segnato secondo me un inizio molto preciso rispetto al lavoro sulla presenza, sullo stato, sul come stare nel corpo con una precisione di intenzione diversa. Il lavoro più formale di immagine su Bosch, allora, è andato a perdersi per lasciare il posto a questo elemento di fragilità che io comunque vedo nei corpi che lui dipinge.
E.B. : Attraverso un movimento puramente fisico, allora, vuoi indagare quella che è, invece, una condizione psichica più profonda. In che cosa consiste di preciso lo stato emotivo a cui fai riferimento in All dressed up with nowhere to go ?
G.N. : Io dico oggi che per me questo è un lavoro sull’ esposizione e su ciò che essa comporta come intensità emotiva, come stato, come presenza. Lavoriamo principalmente su questo, cerchiamo di trovare delle formule per rendere tale stato nel presente, cioè per presentare come reali le domande che poniamo senza renderle semplicemente un veicolo; e quindi questo mi porta a dire che sì, in quel momento l’esposizione è qualcosa di reale, di presente e può essere che sia difficile, e non sta sempre a noi decidere…Ecco come va!
E.B. : E quindi la perdita di equilibrio per te cosa rappresenta?
G.N. : Non è che rappresenta qualcosa, ho lavorato sulla possibilità che questo avvenga e su come gestirlo in quel momento, su quanto loro (Marco D’Agostin e Amy Bell, ndr) riescano a rimanere dentro sé stessi e attraversare questo momento di difficoltà o meno o di abbandonarsi. E qui rispondo fino a un certo punto….
E.B. : Se questa eventuale perdita di equilibrio dovesse realmente verificarsi, come verrebbe trattata allora? Andrebbe nascosta oppure dovrebbe essere vissuta fino in fondo?
La perdita di equilibrio avviene perché sono degli esseri umani , e quindi il limite fisico è anche interessante. Nel momento in cui accade è come se si aprisse per un attimo una porta e che poi subito richiudiamo, ma non facciamo certo finta che non si sia aperta!











