عدنية شبلي (Adania Shibli), La lingua rubata. Di letteratura, Palestina e silenzio. Una riflessione e un dialogo con Maria Nadotti, Foreword by Maria Nadotti, «Alfabeti», Edizioni Casagrande, Bellinzona, 2025
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عدنية شبلي (Adania Shibli), La lingua rubata. Di letteratura, Palestina e silenzio. Una riflessione e un dialogo con Maria Nadotti, Foreword by Maria Nadotti, «Alfabeti», Edizioni Casagrande, Bellinzona, 2025
I disagi provati e negati, in questo momento sono uno spartiacque. Prolungati oltre una certa soglia di tempo e intensità, cambiano le nostre vite, il nostro sentire, le nostre relazioni. È una questione fisiologica: una ferita leggera in un tempo breve può non lasciare segno o essere curata, una protratta nel tempo, invece, può lasciare tracce irreversibili. Cambiano, comunque, le relazioni. Qualcosa di incontrollabile e spesso non contrastabile in un dato momento (un virus e la sua gestione sanitaria e politica, per ora) arriva nelle nostre vite e trasforma il nostro sentire, la forma delle nostre paure, le sensazioni che abbiamo del tempo, degli altri, delle stagioni, del lavoro; cambia il senso profondo della vita che avevamo sedimentato quotidianamente, spesso con leggerezza, inconsapevolmente convinti di essere proprietari della nostra esistenza. Ora, dopo un anno e più di confusione, speranze, morti vere e uccisioni simboliche, il tasso di tristezza si diffonde.
Con un incerto tentativo di sorriso, malgrado tutto, cerchiamo di farci forza e di continuare come se in fondo tutto non fosse così grave. E rimaniamo incagliati tra la speranza di tornare alla casella di partenza con una bella iniezione vaccinale e tecnologica e quel non so che di incertezza che i nostri sensi registrano a contatto con un caldo “anomalo”, una pioggia che “non si era mai vista” e altre “amenità” naturali; o sociali, dato che in molti già oggi, forse noi stessi domani, non sappiamo se e come riusciremo a mantenerci economicamente, se potremo avere ancora una stanza tutta per noi.
Un modo sano di affrontare la realtà è affrontarla. Nominarla con parole adeguate, meditate e modificabili. Parole nette, ma flessibili, capaci di accettare l’evidenza, ma aperte al dubbio. Fare questo significa, soprattutto per noi adulti, dedicare tempo alla sosta.
Tempo presente: dormirci su
Enrico Parsi
Chandra Livia Candiani
Gianni Rodari, b. October 23, 1920 / 2025
Mariella Mehr, Ognuno incatenato alla sua ora, Edited and translated by Anna Ruchat, «Collezione di poesia» 424, Einaudi, Torino, 2014
Italo Calvino. Lettere a Chichita, 1962-1963, Edited by Giovanna Calvino, «Oscar Moderni. Blink», Mondadori, Milano, 2023
Molto tempo fa, avrò avuto sei o sette anni, eravamo in spiaggia, in uno dei numerosi stabilimenti balneari che si sono presi il litorale domizio, e che lo dominano senza soluzione di continuità, da Licola e Varcaturo fino al fiume Garigliano, al confine con il Lazio. Era un pomeriggio di brutto tempo, nubi scurissime e un forte vento annunciavano un temporale da lì a poco, nessuno di noi bambini doveva azzardarsi a entrare in acqua. Nessuno, nemmeno tra gli adulti ci avrebbe dovuto provare. Eppure ricordo molto bene la grande agitazione, le corse concitate verso la riva dei bagnini che richiamavano qualcuno, gli adulti che urlavano cose come “ma quello è pazzo”, “ma cosa fa”, “che qualcuno lo aiuti”. Fino a che un signore molto anziano esclamò: “Non vedete che quello è un nuotatore”. Si zittirono tutti. Guardai verso il mare che s’era fatto nero, onde giganti si alzavano prima d’infrangersi verso la riva, prima un braccio sollevato, poi l’altro, la testa che s’intravedeva appena. L’uomo nuotava, mi pareva, senza affanno, tagliando l’acqua in orizzontale rispetto alle onde, stava in mezzo, forse senza fatica, il nuotatore. Negli anni ho pensato spesso a quella figura – non ho mai saputo chi fosse e quando tornò a riva, se fu rimproverato o se si sentì male –, e corrisponde alla prima idea che mi sono fatto della libertà. Cosa spinge qualcuno a nuotare da solo contro ogni prudenza dentro un mare che non promette nulla di buono? Senso di sfida? Strafottenza? O più semplicemente, la risposta che non riuscì a darsi il bambino che ero allora: necessità.
Lo spazio del nuoto è lo spazio del respiro. Chi nuota, chi stende le braccia al largo come in una piscina è il respiro che cerca, sia che lo trattenga quando la testa va sotto, sia che lo prenda quando riemerge alla bracciata successiva. Il respiro che non è più quello che ci consente di campare, ma quello che tiene tutto in equilibrio, che rende lo sforzo sopportabile, giustificabile. Il respiro di chi nuota è più simile a quello che concede il poeta negli spazi, più brevi, tra un verso e l’altro, quando l’accelerazione è maggiore, più ampi, tra gruppi di strofe. Chi nuota sta costruendo una storia, sportiva per chi compete a ogni livello, solitaria ma non meno importante per chi si muove dentro il mare, verso l’orizzonte, cercando una somiglianza con un pesce; e mentre costruisce una storia, nel tentativo di liberarsi, se ne lascia alle spalle un’altra almeno per un po’. Qualcuno dice che il nuoto lo rilassa, qualcun altro racconta che nuotando si massacra per scaricare ogni tensione. Tutto ha a che fare con il respiro.
(così)
La cura dell’io è cura del noi.
L’uomo ha tre dimensioni