Ricordo quando, il giorno della vigilia di Natale, ti affacciavi alla finestra sperando di svegliarti, la mattina successiva, e vedere le strade completamente innevate e le macchine e i bambini che giocavano e le mamme che parlavano e…
Amavi le atmosfere ovattate, ti piaceva pensare di vivere all’interno di una palla di vetro, una di quelle che, scuotendole, si animano subito in una danza senza senso, imprevedibile.
Le poche volte che è successo, hai notato con piacere che i bambini preferivano giocare con la neve piuttosto che con i loro nuovi giocattoli: il Natale, con la neve, perdeva il suo significato primario -quello del consumismo- e ne eri felice, perché acquistavi una certa fiducia nel genere umano.
Ricordo quando hai detto alla mamma di non credere in dio.. che faccia tosta, diamine! Avevi vissuto poco più di un lustro, eppure eri già convinta che dio non esistesse. Eri una forza della natura. Avevi vissuto poco più di un lustro, e avevi già perso la tua fiducia nel mondo.
Ricordo che non vedevi l’ora che arrivasse l’estate, per poter finalmente andare in montagna. Amavi quel posto nel modo in cui lo amo io ora: per te era un rifugio. Camminavi per ore, nel bosco, sentendoti così al sicuro... Ti fermavi, ogni tanto, a mangiare dei lamponi o delle more selvatiche, o a raccogliere qualche legno per poi affilarlo con il coltellino svizzero. Non lo facevi per difenderti, no, sapevi bene che non ti sarebbe mai successo niente sotto la protezione dei tuoi amici alberi; lo facevi per essere il più vicino possibile al tuo stato di natura -massì, citiamo Hobbes e Locke per far vedere di essere colte! Beh, con quella specie di lancia di legno ti sentivi ancora più libera, quasi una bambina dell’era preistorica... così indipendente, così selvaggia... Era un sogno. Passavi ore, su quelle montagne. Facevi sempre la stessa strada, ma, ogni volta, notavi qualche nuovo particolare che te la faceva amare ancora di più. Assaporavi quella solitudine e quella libertà come se fossero i beni più preziosi. E lo erano, cavolo se lo erano.
Il tuo posto preferito era una radura sconfinata in cui ti imbattevi dopo mezzoretta di cammino, al centro del quale c’era una casetta in pietra. Volevi entrare a tutti i costi, ma quell’enorme lucchetto te lo impediva. Così, attraverso la grande serratura, così rudimentale, sbirciavi con sospetto, aspettandoti di trovare degli scheletri... Scheletri di gente che voleva scappare da qualcosa, tanto impaurita da chiudersi dentro... E invece c’erano solo ragnatele e vecchie divise da militare. Nonostante conoscessi a memoria ciò che c’era dentro quella casa, ogni volta sbirciavi, sperando di trovare qualcosa di nuovo, qualcosa di diverso... Probabilmente saresti fiera di me, se solo sapessi che, anche ora che ho 20 anni, faccio la stessa identica cosa.
Ricordo quando litigavi con tuo fratello. Non potevi difenderti, quindi, quando cominciava a picchiarti, non potevi far altro che andare da mamma e papà a lamentarti. Ti sentivi una codarda, ma preferivi mettere lui nei guai e far sì che lo punissero piuttosto che farti picchiare totalmente a caso. Legittimo. Che poi lui dopo ti picchiava lo stesso, ma questo è un altro discorso. Ti odiava ogni volta di più, non capiva che non avevi scelta, non capiva che avreste potuto essere grandi amici. E nonostante tutto ciò, tu continuavi a volergli bene e ad ammirarlo. Era così forte... tu, invece, eri fragile. Volevi solo che ti insegnasse qualcosa, invece ti ha solo temprato all'ingiustizia picchiandoti totalmente a caso. Che ora, ripensandoci, non è nemmeno una cosa da poco; peccato che non lo facesse con un intento didattico.
Ricordo i tuoi incubi; ricordo la tua fissazione per gli alieni; ricordo il tuo amore per Monet, per Hemingway, per le poesie di Leopardi; ricordo la tua paura di invecchiare; ricordo la tua paura di crescere. Ricordo che volevi diventare giornalista. Volevi girare il mondo e scrivere articoli su realtà così diverse dalla tua... Scrivere era la tua passione, e non sono riuscita a realizzare il tuo sogno. Do la colpa alla situazione di merda in cui si trova l’Italia, quando l’unica responsabile sono io. Se avessi un minimo di palle e un pochino di razionalità in meno, sicuramente me ne sarei fregata dell’impossibilità di trovare un lavoro e avrei fatto ciò che amo. Ti ho delusa, lo so. Ogni tanto ti vedo, lì, in piedi di fronte a me, mentre mi guardi con quegli occhioni brillanti, pieni di idee e voglia di fare: cerchi di prendere la mia mano, così sfuggevole, aiutarmi ad alzarmi e ad andare avanti, a fare ciò per cui credo di essere nata, a fregarmene di tutto il resto e a scappare. Purtroppo non ho la forza di scappare, ho solo il buon senso di nascondermi dal mondo, una volta ogni tanto, quando ho un attimo di tempo.
Qualche settimana fa ho riletto le storie che scrivevi. A parte un’abuso di virgole e punteggiatura -so bene quanto ti sentivi potente nel mettere pause dove non servivano-, scrivevi davvero bene. Una fantasia, forse, senza pari. Vorrei averne conservata un po’.
Ricordo, infine, una scena esilarante. All’asilo, quando Marco, un bambino che era innamorato di te, ti ha presa per mano e presentata a sua mamma come “la mia fidanzata”, tu, come al solito senza peli sulla lingua, hai detto questa frase: “Ma non è vero, io non mi sposerò mai.”. Tralasciando che, poi, Marco si è messo a piangere e tu te ne sei altamente fregata, sei stata grande, se c’è una cosa che non è mai cambiata di te, è proprio questa tua aberrazione nei confronti del matrimonio. Sei sempre stata convinta che l’amore fosse una bufala, hai sempre desiderato di essere indipendente, forte, da sola. Eri uno spirito libero. E, devo dire, sono davvero contenta di comunicarti che, almeno in questo, non sei cambiata. Ho avuto un momento di cedimento, ma ne sono uscita a testa alta. Con molta fatica, ma a testa alta. Saresti orgogliosa di me.
E ora, piccola Marta, ti saluto. Se potessi mandarti per davvero questa lettera, ti vorrei dire una cosa: non smettere mai di essere libera. Continua per la tua strada, cocciuta come un mulo, fregatene degli altri e soprattutto smetti di cercare l’approvazione di tuo fratello. Scrivi, scrivi come se non ci fosse un domani. Lasciati andare, divertiti.
P.S.: noterai, con piacere, che abuso ancora delle virgole.