Ti odio
La cosa che più mi fa incazzare è che, quando ti penso, sorrido ancora come un ebete
Color Me Curious

@theartofmadeline
Not today Justin
Cookie Run:Kingdom Official!
I'd rather be in outer space 🛸
official daine visual archive
todays bird

tannertan36

gracie abrams

Origami Around
Lint Roller? I Barely Know Her
Xuebing Du

Kiana Khansmith

pixel skylines

No title available
Game of Thrones Daily
★
2025 on Tumblr: Trends That Defined the Year
h
The Bowery Presents

seen from United States

seen from Greece
seen from United States
seen from Russia
seen from Ecuador

seen from United States
seen from Russia
seen from United States
seen from Oman
seen from Bangladesh

seen from Armenia
seen from Uzbekistan
seen from Nepal
seen from Italy
seen from Netherlands

seen from United States

seen from United States
seen from United Arab Emirates
seen from Pakistan
seen from United States
@lecameliediamanda
Ti odio
La cosa che più mi fa incazzare è che, quando ti penso, sorrido ancora come un ebete
Vedo un sacco di blogghini banalissimi scritti da gente che non sa mettere insieme un periodo decente e non capisco perché vada così tanto di moda questo modo di scrivere senza punteggiatura dannazione non siete Joyce io dico non è che perché sapete coniugare due verbi allora siete degli scrittori vissuti ma tanto qui su questo portale la gente mette like anche se scrivete mi piace la frittata al gusto di big babol sinceramente non mi è ben chiaro
J
Chiama J, ansima, sta male, è sotto casa mia. Corro, appena posso. Salgo in macchina e mi trovo di fianco ad un uomo enorme, titanico, ridotto a una briciola, è tanto grande, ma sembra così piccolo... zitto, mi guarda con degli occhi di pietra, terrorizzati, guarda me e non vede nulla, neanche il vuoto, non vede proprio nulla. Quattro sole parole, tra un singhiozzo e l’altro: non diventare come me. E io che, proprio qualche giorno fa, pensavo di essere sulla giusta via per allontanarmi dal diventare la parte peggiore di me, mi sgretolo. Credo che sia inevitabile. Parte un affannoso discorso sul dolore, l’incoraggiamento a non diventare la maschera (le maschere) che porto, perché poi un giorno ne verrò divorata e mi polverizzerò. Le parole che escono dalla sua bocca sono così poetiche, ben legate, fluttuano nell’aria e compongono disegni incredibili. Mi sento male per aver pensato che la scena cui sto assistendo è fenomenale, magnifica nella sua tragedia, terribilmente affascinante. Sembra un fantastico monologo recitato magistralmente da un abile attore. Penso a quanto sia incredibile cosa la vita può fare: trasformare un momento di profondo dolore in pura bellezza e creatività. Sta male, affanna, ma è bellissimo. Non vede nulla davanti a sé, eppure non si accorge di vedere così tanto di più degli altri... questa persona che vuole farsi sempre più piccola sta diventando sempre più grande
Piccolo sfogo
Ci sono dei giorni in cui vorrei picchiarmi, se potessi. Ho tutto: una famiglia quasi decente, buoni amici, bellezza, simpatia, intelligenza, determinazione. Posso dire di essere pienamente soddisfatta della persona che sono. Eppure ci sono dei giorni in cui mi sento talmente male che vorrei morire. Vorrei graffiarmi, strapparmi la pelle, gridare ma senza farmi sentire, saltare in un burrone ad occhi chiusi, piangere. E sto male, malissimo, come se nulla avesse senso, come se tutto ciò che sto costruendo non valesse nulla. L’unica cosa che non ha senso è questo enorme dolore spiazzante. La logica mi dice di reagire e dunque reagisco. Mi alleno, mi sfogo, esco. Ma la voglia di farmi del male rimane e io non so più se riuscirò sempre a seguire la logica, la cui voce sta diventando sempre più flebile.
Per fortuna che si tratta solo di giorni.
Vorrei farmi del male, ma mi accendo una sigaretta, che poi è la stessa cosa.
Vita
Penso che se non avessero inventato la musica mi sarei già sparata un colpo di rivoltella
Un senso?
Sto cercando di trovare qualcosa una canzone un film un libro una frase che mi aiuti a esprimere ciò che sento ma non so nemmeno cosa sento quindi mi chiedo che senso abbia
Gnossiennes, No.1, Lent
Non sto per scrivere nulla di particolare, vorrei solo che ognuno di noi ascoltasse questo passo di Erik Satie appena sveglio, ogni giorno, mentre si alza, si sgranchisce, va a lavarsi i denti, mangiare eccetera; e la sera, prima di andare a dormire, quando il ciclo si inverte, e invece che andare dal letto al bagno alla cucina al freddo alla vita vera si torna sotto alle calde coperte, nell’unico posto veramente sicuro. Ascoltate questo pezzo e osservatevi in un vecchio film anni ‘50, uno di quelli in bianco e nero, come se il risveglio e la preparazione per il letto fossero la scena iniziale e la scena finale, è tutto così poetico, non riesco a descriverlo, prima mi sono emozionata; provateci davvero s piangere insieme a me.
Perché vogliamo essere tutti parte di qualche bel film
Alessandro
Sono sola e cammino per le strade del centro, è notte, l’unico suono è quello dei miei tacchi che sbattono sul pavimento, non c’è nessuno intorno a me, eppure mi sento terribilmente osservata, “meno male che sono vestita bene”, penso. Indosso un lungo vestito di seta, color blu notte, con delle sottili spalline che non faticano a sorreggere i miei piccoli seni; una lunga collana d’oro bianco, che ricorda molto il ciondolo di Arwen; stranamente non indosso cappelli. Qualcuno mi osserva, sento una miriade di occhi puntati verso di me, eppure non c’è nessuno. Mi volto. Il nulla. Quanto sono affascinanti, di notte, queste vie di Milano... continuo a camminare, alle mie orecchie sopraggiunge un suono, sono in ritardo, lo so, ma lo seguo: qualcuno, al secondo piano di una palazzina in via Zecca Vecchia, sta suonando qualcosa al pianoforte. Conosco questa melodia... ma che cos’è? Rimango, incantata, ad ascoltare. Nessuno mi guarda più, eccetto me. Sono più bella del solito. Il lago dei cigni di Čajkovskij. Dovrei prenderlo come un avvertimento, avverto il pericolo così come l’aveva avvertito Odette alla vista del principe, eppure ne sono così affascinata. Resto ad ascoltare. Fa capolino, in me, una delle mie emozioni preferite, era tanto che non la provavo, ed eccola lì: l’ansia da bellezza. La accolgo, felice, come una vecchia amica che non vedevo da tempo, e piango. Il pianista misterioso smette di suonare, e io devo andare, perché sono sempre più in ritardo. Arrivo, finalmente, scendo le scale in legno, busso, mi apre un uomo sulla cinquantina, con un bellissimo completo cucito su misura. Sorride, e, senza dire nulla, mi accompagna alla mia poltrona. Siamo in tre o quattro ad assistere a questo spettacolo. Non so nemmeno come io abbia rimediato il biglietto. Cosa ci faccio qui? L’ansia da bellezza si trasforma in paura. Le luci si spengono, sento dei passi, lenti ma decisi, in lontananza, farsi strada sul parquet del palco. È troppo lento, deve avere qualcosa in mano. Una sedia bordeaux, molto simile a quella che ha mia nonna in sala. A pochi passi da me,finalmente lo vedo: un ragazzo sulla trentina, indossa una maschera bianca, che non copre gli occhi e il naso, come quelle canoniche, ma la bocca. Mi chiedo come farò a capire ciò che dice. Guarda il pubblico, senza dire una parola. Si siede. Accavalla le gambe, e riesco ad avvertire come una smorfia, sotto quella maschera, di grande soddisfazione derivante da quel gesto. Gli piace essere guardato. Potrete dire che è ovvio, perché è un attore, è senz’altro un vanesio egocentrico, ma in lui vedo molto di più di questo, anche se non so esattamente cosa. È come Dorian Grey. Sa bene di essere un mostro, ma gli piace che gli altri non lo vedano e, al contrario, lo ammirino per ciò che non è. Non è egocentrismo, è un sapiente inganno.
Inizia, finalmente, a parlare; trovo subito bizzarro il fatto che, nonostante la maschera, si riescano a distinguere perfettamente le sue parole, la dizione perfetta, le pause ben calibrate. Parla di quanto sia difficile essere nati nell’epoca sbagliata, il discorso non è nemmeno così interessante, ma ha la Straordinaria capacità di rendere bella ogni parola. La sua voce mi fa venire i brividi, ho al contempo l’impulso di aggredirlo e quello di stendermi con lui su un pavimento di marmo e non fare nulla. Ho la vaga sensazione che stia vivendo un enorme dissidio, come se stesse litigando con se stesso - un po’ come faccio io da più o meno tutta la vita; sento che non riuscirò mai a capire chi sia veramente e la cosa mi eccita, e riecco quella famosa ansia da bellezza che sentivo prima. Ho paura, tanta paura, ho la sensazione che lo spettacolo sia stato fatto apposta per me, mi sembra quasi di conoscere questo meraviglioso attore e ho il sospetto che stia cercando di manipolarmi. Inizio a piangere, mi alzo in piedi, nel bel mezzo dello spettacolo, e corro via. Salgo le scale, mi ritrovo sola, nella notte, come prima, per le vie del centro, e mi accascio. Mi sento morire, rimango lì per un tempo indefinito. Ora mi chiedo se sia più giusto scappare dalla paura o inseguirla.
Ode on a Grecian Urn
Stanotte, sul ciglio del mio portone, ho trovato dei cocci sbiaditi di quello che un tempo era un bellissimo vaso variopinto. Ma stavolta non mi sono buttata a terra, non ho cercato di raccoglierli, né di incollarli insieme, ho semplicemente ascoltato, in silenzio, immobile, il rumore di quei cocci fra le mie dita, che a ogni parola si sgretolavano, sempre di più, tremanti come un uccellino dopo il temporale. E mi viene da chiedermi se quel vaso sia mai esistito o se non sia tutto, come al solito, frutto della mia immaginazione. In ogni caso, i cocci sono ancora lì, lì ho visti, ammucchiati, spauriti, ma carichi di un potente messaggio che non posso non ascoltare, non posso ignorarlo ancora; se ci doveva essere uno scopo, in ciò che ho visto stasera, deve essere questo. Non diventare come quei cocci. Non dimenticarti del vaso variopinto, non arrivare a chiederti se esso sia mai esistito, mostrati, per una volta. Ma a chi?
Vorrei poter essere io il magico restauratore, l’abile e labile pennello, ma non è ancora il mio momento, né il momento, per quel vaso, di essere riparato.
Prima salviamoci da noi stessi.
Ridatemi la spensieratezza
Ridatemi la spensieratezza, i giorni trascorsi sognando ad occhi aperti, l’eccitazione priva di paura. Ridatemi quei giorni in cui non avevo niente e quel niente non poteva andare perso. Rivoglio indietro le risate senza senso, le passioni momentanee. Cosa me ne faccio di tutta questa consapevolezza, di tutto ciò che ho ora, se non sono più in grado di sognare? Mi avete tolto la mia infinita capacità di creare, immaginare, vivere in un mondo diverso. Rivoglio quel velo davanti agli occhi che mi rendeva la vita più facile. Rivoglio la desolazione intorno a me, quella desolazione che mi permetteva di crearmi il mio mondo senza soffrire, senza star mai male. E’ questo il prezzo, quindi, il prezzo della vita reale. Star bene, star male, che differenza fa quando non c’è più quell’illusione che ti rende libero. Che differenza fa quando cresci, quando cominci a capire che il tuo mondo non esiste, e che oltre quel velo difficilmente troverai qualcosa di veramente bello. Bisognerebbe lasciarla andare, quella spensieratezza o inseguirla, partire, volare via, andarsene... Sto ancora cercando di capire se il gioco vale la candela. La maggior parte delle emozioni che provi quando il velo cade è bella. E’ bello dare, ricevere, darsi. Ma quando perdi ciò che ami è terribile. E’ una pugnalata allo stomaco. Ne vale la pena? Mi sto sforzando di capirlo. Ho promesso a me stessa di non avere più paura del dolore. E non voglio più averne. Basta.
A volte ritornano
Quando pensi che tutto il mondo ti stia crollando addosso, aggrappati a quell'unico appiglio che ritieni saldo, non cadere nel vortice, ci sei già stata, sai come funziona. Non temere la solitudine, abbracciala. Non rinnegare ciò che è stato, non bruciarti gli ultimi momenti felici, non mollare, passerà. Ricordati che l'amore non deve abbandonare la tua vita, ricordati che c'è sempre una soluzione, fai di tutto per assicurarti la felicità il prima possibile. Non cadere nelle vecchie abitudini, abitudini che creavano nella tua mente un denso fumo che occultava la verità. Vai avanti, senza tirare avanti, guarda al futuro ma non senza sfogliare le pagine già lette con un amaro sorriso. Sei forte, puoi farcela, puoi uscire da qualsiasi cosa. Ma non smettere mai di amare. Hai finalmente capito che è quello, l'amore, il segreto per essere sereni. Non calpestarlo, non chiuderlo nel cassetto delle emozioni dimenticate. Aspetta, quello lo sai fare bene. Aspetta paziente ma non passiva, e tutto andrà come deve. Stai tranquilla, dormi, anche quando i vecchi mostri tornano a farti visita.
Emptiness
Io li vedo i vostri occhi vuoti. Siete solo dei poveri fantocci, burattini mossi da nessuno, inutili e sporchi pupazzi con dei bottoni al posto degli occhi. Vi guardate in giro spaesati: non sapete dove andare, così scappate da ogni cosa, senza avere il tempo di assaporarne la bellezza. Sono inorridita dalla vostra superficialità, disgustata dalla vostra paura di vivere, stufa della vostra presunzione. Credete di avere il mondo in pugno, ma in quel pugno non avete altro che quello stesso vuoto che appartiene ai vostri occhi. Continuate, continuate pure a calpestare fiori, bruciare opportunità, gettare nel cesso minuti preziosi. Un giorno vi guarderete alle spalle e vi renderete conto che non avete concluso nulla, che non avete vissuto davvero. E allora sarà troppo tardi, e io vi vedrò tremare dalla paura e rifare lo stesso errore che avete fatto in passato, giusto perché non avete più tempo e dovete fare più esperienze possibile, così che da dare uno squallido senso alla vostra inutile vita. Riempire ogni secondo con esperienze vuote non vuol dire vivere. Guardatevi allo specchio, e abbiate il coraggio di dire a voi stessi "sto vivendo".
Lettera a Daniel 2 - Ubriaca - 23/03/16
Ciao. Ho bevuto un po’ e ovviamente il mio pensiero va a te. Ho appena letto una lettera che non ricordavo di averti scritto. Figurati, non so nemmeno a quando risalga. È da davvero poco che mi hai lasciata, ma già mi manchi da morire. Mi sembra che le ore, che prima non mi bastavano tanto erano brevi, siano come secoli… È orribile. Ma non importa. So che starò bene, prima o poi. Però ora mi manchi, mi manchi tantissimo, sopratutto perché sono convinta che ciò che è successo sia una burla, uno sbaglio, qualcosa che si può sistemare, qualcosa che sarà presto sistemato. Ho paura, tanta paura, ho paura per te e ho paura per me, perché sento che c'era qualcosa di vero e solido tra noi, ma tu l'hai distrutto senza se e senza ma. E hai distrutto me. La Me di adesso, almeno. So che fra un po’ rinascerò, come al solito, è starò meglio. Lo so. Ma la felicità che mi davi tu non l'avrò più indietro. E questo è un dato di fatto. Io prego, davvero ti giuro che prego, non so quale divinità che tu possa tornare tra le mie braccia, che tu possa tornare da me, e non solo perché io ti amo con tutta me stessa, ma anche e soprattutto perché per te vale lo stesso. Solo Federico mi guardava come mi guardi tu, e questo vorrà pur dire qualcosa. Ti sei allontanato perché hai voluto farlo, non perché non provavi più nulla. Me ne sarei accorta. Ma è inutile che io insista, è inutile che ci pensi: è andata così e farti cambiare idea è impossibile, ti conosco. E questa è la cosa più dolorosa. Io ti amo e devo imparare a non amarti, so che sarà dura ma ce la devo fare per me, per vivere serenamente. Vorrei che Andrea non fosse mai morto, vorrei che le tue insicurezze non esistessero. Per me non esistevano. Tu eri e sei il mio Superman, la mia roccia, il mio pilastro. E ora andrò avanti, si, ma zoppicando. Che palle che sia andata così. Proprio non riesco ad accettarlo. Non riesco ad odiarti nemmeno nel profondo, nonostante io sappia che sia tutta colpa della tua immaturità. E dovrei odiarti, dovrei arrabbiarmi, ma non ci riesco. Io non voglio che tutto finisca, ma soprattutto non voglio che tu, speciale come sei, ti butti via. La prima cosa è la tua felicità, e finché non sarò convinta al 100% che tu possa essere pienamente felice e soddisfatto senza di me non ti lascerò mai andare. È un dato di fatto. Mi dispiace, ma è così. Non riesco a dirti addio, quindi ciao.
Ti amo
Marta
Drama night
Un cupo spettacolo di marionette senza vita che danzano spasmodicamente su un palco in legno, posto al centro di un vecchio anfiteatro ormai dimenticato. Spettatori che osservano il macchinoso movimento degli strani pupazzi. Nessuno che si chieda chi sia l'artefice di tutto ciò. Nessuno che si renda conto di essere egli stesso parte integrante di questa drammatica recita.
Insomnia
-Mio fratello russa- Una nuvola nera serpeggia nel mio ventre. Ansia. Angoscia. Terrore. Tutto ciò di cui ho avuto paura negli anni passati sta tornando a vivere nelle mie notti. -Mio fratello russa- Ed è a voi che mi rivolgo. A voi, notti passate. Notti ricche di sorprese. Notti senza fine ma troppo brevi per non essere rimpiante. Notti piene di mistero, di bellezza. Notti fonte di ispirazione. È a voi che rivolgo il mio disperato appello, è a voi che urlo disperata, come un bambino che ha perso il suo giocattolo preferito. Dove siete finite? Perché non mi cullate più con le vostre calde sinfonie? -Mio fratello russa più forte- Ora sento freddo, sento solo un grande freddo. E un'immensa paura. Sì, paura, paura di non poter più rivivere quelle notti insonni a sognare ad occhi aperti, a vivere, a pensare. Ritornate da me, spiriti danzanti che popolano le notti di chi sa sognare. Aiutatemi a tenere gli occhi aperti, aiutatemi a contemplare la vostra bellezza. Ora, i miei occhi, sono aperti e vuoti, aperti e spenti, aperti e stanchi. Stanchi di tutta questa paura, stanchi di tutti questi fantasmi, queste ombre troppo nitide per essere definite tali. Voglio tornare ad ammirare il mio pensiero, non voglio più temerlo. Spiriti danzanti, tornate da me. -Mio fratello non russa più.-
Il futuro è solo un vuoto indifferente che non interessa nessuno, mentre il passato è pieno di vita e il suo volto ci irrita, ci provoca, ci offende, e così lo vogliamo distruggere o ridipingere.
Milan Kundera, Il libro del riso e dell'oblio
Bestemmie tutto il giorno
Sveglia alle 7. Ho dormito forse 3 o 4 ore. Beh dai, meglio del solito. Mi alzo, ho fame. Mangio, ho ancora fame. Non posso mangiare altro perché sono a dieta. Cazzo, ho mal di testa. Provo a lavarmi la faccia: non passa. Ancora: non passa. The verde: non passa. Ultima spiaggia, moment: non passa. Non importa, vado in università. Esco, temperatura 27 gradi. Salgo in macchina con mia madre. Traffico. Parla, parla, radio che parla, parla, parla, radio che parla. Parlano tutti e a me esplode il cervello. Frase di routine prima che io scenda dall'auto per prendere la metro: "Ah già che a te piace il silenzio, scusa, ti ho dato fastidio?". Vai tra. Tutto bene. Scendo in metro, tempo d'attesa 5 minuti. Senza condizionatore. Spero che la metro sia quella nuova e soprattutto rinfrescata, e che ci sia poca gente. Inutile dire che è arrivato, in ritardo, il solito treno puzzolente e che, a causa dell'attrito con le rotaie, fischia. Sì, fischia. Non tipo ciuf ciuf, eh. Tipo i Nazgul quando volano beati per le terre di Mordor. Il mal di testa aumenta. Scorgo un mio compagno di corso, è simpatico ma il mio cervello è sotto balia di un mostro divoratore, quindi decido di evitarlo. Cammino piano per non raggiungerlo e non essere obbligata a salutarlo. Arrivo in classe, in ritardo. Ventilatori spenti. Caldo. Un solo posto libero, proprio nell'angolino che tutti snobbano perché fa diventare strabici. Divento strabica. Il mal di testa aumenta. Una buona notizia: questa è l'ultima lezione di analisi. Mi sembra troppo strano che accada qualcosa di così bello. Vado alla macchinetta del caffè, ma non funziona. Il mal di testa aumenta. Torno a casa, dove finalmente posso riposarmi un attimo. Mi sdraio. La donna delle pulizie accende l'aspirapolvere. Il mal di testa aumenta. Vado dai nonni, mangio. Cercano di trattenermi in ogni modo, ma io voglio solo dormire. Si chiedono perché io mangi così poco, è perché io voglio solo dormire nonna lo giuro. "No no ti te me la cuntet minga a mì ehhh". M nonna davvero, ho sonno, voglio dormire non mangiare. Riesco a sfuggire al nonno fuori di testa che vuole mandarmi a compragli qualcosa. Il mal di testa aumenta. Torno a casa, che è finalmente vuota, prendo un moment per far passare il mal di testa. Dormo una mezz'ora,studio un po',dormo un'ora. Sveglia alle 16:55. Mi alzo: stranamente non mi viene da svenire. Finalmente posso andare in palestra. Prendo le chiavi della bici, scendo nel box, noto che mio fratello ha spostato la mia catena sulla sua bici. No problem, penso, basta spostarla. E invece no, perché le chiavi del lucchetto sono sparite. Salgo in casa, scrivo a mio fratello dove ha messo le chiavi. Non risponde. Mi viene in mente che potrei averne una copia. La trovo, scendo in box, infilo la ch...ah no, non si infila. La chiave è sbagliata. Esasperata decido di andare a piedi. A metà strada mio fratello mi scrive che ha separato le chiavi "perché gli andava di farlo". Sono in sala, vai a prenderle. Torno indietro. Trovo le chiavi. Mi interrogo sul senso della scelta di mio fratello. Mi interrogo sul perché io non l'abbia ancora ucciso. Sono le 17:50, vediamo se finalmente riesco ad andare in palestra.