"Then tell me, Maria, why I see her dancing there? Why her smoldering eyes still scorch my soul?"
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"Then tell me, Maria, why I see her dancing there? Why her smoldering eyes still scorch my soul?"
Leccarti, gustare ogni tuo sapore, nutrirmi del tuo nettare dal più denso e lubrificante a quello più liquido e copioso.
Sentire con la lingua le labbra gonfie della vulva fino al dolce pertugio anale.
Baciare, leccare, sentendoti pulsare ed aprire, violare i tuoi più intimi accessi con la lingua spingendola fino in fondo .
Accarezzare con la punta della lingua il gonfiore clitorideo.
Sentirti muovere, tremare e urlare.
Godere del piacere che riesco a donarti, nutrendomi di te dei tuoi orgasmi mandando in estasi il mio olfatto e il mio gusto.
Questo sei nutrimento per ognuno dei miei sensi.
✍️📏👊🏻⛓️💥🍀
I ladri di centimetri
Ci sono persone che non ti rubano il tempo. Non ti rubano il denaro. Non ti rubano nemmeno la serenità. Rubano qualcosa di molto più piccolo. E per questo molto più prezioso.
I centimetri.
Non quelli che separano una porta da una finestra o una città da un’altra. I centimetri invisibili. Quelli che misurano il coraggio necessario per alzarsi dal letto quando la vita pesa troppo. Quelli che separano una ferita dalla guarigione. Quelli che ti permettono di sorridere dopo una delusione. Li portiamo addosso senza saperlo. Come un mantello cucito sotto la pelle.
La mattina in cui accadde ne possedevo abbastanza per affrontare il mondo. Camminavo tra le strade della città mentre il sole scivolava sulle facciate dei palazzi come miele caldo. Nell’aria galleggiava l’odore del pane appena sfornato. Una finestra aperta lasciava uscire le note stonate di un pianoforte. Da qualche parte qualcuno stava annaffiando delle piante.
Tutto sembrava appartenere a una di quelle giornate che non chiedono nulla e regalano molto. Avevo raccolto piccoli tesori. Una parola gentile. Una risata inattesa. Un ricordo felice comparso all’improvviso. Li custodivo dentro di me come sassolini luminosi trovati lungo un sentiero.
Poi arrivò quella persona.
Non fece nulla di memorabile. Nessun gesto teatrale. Nessuna cattiveria evidente. Solo poche parole. Parole così normali che chiunque altro le avrebbe dimenticate un minuto dopo.
Ma certe persone hanno il talento involontario dei cercatori d’acqua. Trovano la crepa. Sempre. Anche quando è nascosta sotto metri di terra.
Sentii qualcosa muoversi dentro di me. Come il rumore quasi impercettibile di un bicchiere che si incrina. Una linea sottile. Un difetto minuscolo. Eppure irreversibile.
Continuai la giornata. Sorrisi. Risposi. Finsi persino di stare bene. Ma ormai conoscevo quel fenomeno. Lo sentivo avanzare. Le parole ricevute diventavano più grandi del necessario. Si gonfiavano. Occupavano stanze. Corridoi. Interi piani della mente. E più cercavo di scacciarle, più trovavano posto.
La sera tornai a casa con la sensazione di essere diventata più piccola. Di pochi centimetri appena. Ma abbastanza da accorgermene. Appoggiai le chiavi sul tavolo. Mi sedetti nel silenzio. E fu allora che successe qualcosa di strano. Per la prima volta non provai a difendermi. Non cercai spiegazioni. Non cercai giustificazioni. Non cercai nemmeno di convincermi che andasse tutto bene.
Restai semplicemente lì. Ad ascoltare. E nel silenzio sentii un rumore. Un ticchettio. Leggerissimo. Quasi invisibile.
Tic. Tic. Tic.
Guardai dentro di me come si guarda in una stanza buia. E li vidi. Centinaia. Forse migliaia. Piccoli frammenti luminosi. Minuscoli. Vivi. Stavano risalendo dalle profondità. Da ogni dolore attraversato. Da ogni delusione sopportata. Da ogni lacrima versata in segreto. Da ogni volta in cui avevo pensato di non farcela e invece ero andata avanti.
Erano centimetri. Centimetri nuovi.
Compresi allora qualcosa che nessuno mi aveva mai detto. Avevo passato la vita credendo che la forza fosse una riserva. Un serbatoio da proteggere. Una quantità limitata da conservare. Mi sbagliavo. La forza non è acqua. È sorgente. Più viene attinta, più cerca una strada per emergere. E il finale della storia non fu che la persona che mi aveva ferito perse importanza.
No.
Fu molto più sorprendente. Mi accorsi che non mi aveva rubato nulla. Nemmeno un centimetro. Aveva soltanto acceso una luce in una stanza che evitavo da anni. Una stanza piena di ferite guarite male e battaglie dimenticate. Entrandoci, avevo trovato qualcosa che non sapevo di possedere. Non una debolezza. Un patrimonio. Perché ogni dolore superato aveva lasciato un deposito. Ogni caduta aveva aggiunto un mattone. Ogni cicatrice custodiva una riserva di forza che non avevo mai contato.
Così sorrisi. Non alla persona. Non alla giornata.
A me stessa.
Perché finalmente avevo capito il segreto. I ladri di centimetri non esistono. Esistono solo inconsapevoli esploratori che, tentando di ridurci, finiscono per mostrarci territori di noi che non avevamo ancora scoperto.
E da quel giorno, ogni volta che qualcuno cerca di farmi sentire più piccola, io misuro la mia altezza interiore.
E puntualmente accade la stessa cosa.
Scopro di essere cresciuta.
Sei la figlia “arrabbiata”.
Sì, certo che lo sono. Perché ho passato tutta la mia infanzia a camminare in punta di piedi intorno agli umori di persone che avrebbero dovuto proteggermi. Perché ho imparato a leggere l’umore della stanza prima ancora di imparare a leggere i libri. Perché ho ingoiato le mie parole per non scatenare le loro. Perché il silenzio era più sicuro che chiedere ciò di cui avevo bisogno. Perché ho subito il loro caos come se fosse compito mio sistemarlo. E oggi la mia rabbia non è il problema: è la prova che ho finalmente smesso di farmi piccola
♠️_Ciò che conosciamo di noi è solamente una parte, e forse piccolissima, di ciò che siamo a nostra insaputa.
Buongiorno 🖤🌹
©️Licaonia Lupe
“Nulla è più forte di una piccola speranza tenace.”
Matt Haig, Parole di conforto.
Sono cresciuta in una famiglia in cui il ritorno a casa non era una festa. Non c’era la gioia di rivedersi, non c’era quel gesto semplice ma fondamentale che ti fa sentire attesa. Ricordo mio padre rientrare la sera senza salutare, e mia madre che spesso non mostrava felicità nel vedermi. In quella casa ho imparato presto a non aspettarmi calore, a non sentirmi davvero accolta. La depressione di mio padre ha contribuito a creare distanza e silenzio, ma per me, da figlia, quello che restava era un senso costante di freddezza e di separazione emotiva. Non abbiamo mai costruito una vera confidenza. Non c’è mai stato uno spazio in cui fare domande, parlare delle cose importanti, di quelle che fanno crescere. Tutto ciò che riguardava il corpo, il sesso, l’amore, la vita “da grandi” è rimasto fuori dalla nostra relazione. Così ho dovuto imparare da sola, senza una guida e senza amici fidati, senza parole condivise, spesso senza nemmeno sapere quali domande fare.
Da adolescente mi sentivo sola nel cercare di capire. Prima di internet, le informazioni erano frammentarie, confuse. Cercavo definizioni su un’enciclopedia, sentivo parole come “fare l’amore” o “fare sesso” pronunciate dagli altri ragazzi, ma per me restavano vuote, astratte. Non capivo cosa significassero davvero, né dal punto di vista fisico né da quello emotivo. Questa mancanza mi ha resa ingenua nelle relazioni, non perché fossi incapace, ma perché nessuno mi aveva accompagnata a capire. La mia prima esperienza sessuale è avvenuta dentro questa ignoranza forzata. Non sapevo come funzionasse un rapporto, non sapevo cosa fosse l’eiaculazione, non sapevo come si rimanesse incinta. Avevo paura, ma non avevo le parole per spiegarla. Nemmeno al mio partner sono riuscita a dire quanto fossi inesperta. Anche lui, come tante figure prima di lui, non è stato accogliente e non è stato rispettoso verso il mio corpo. Quando ho cercato aiuto, chiamando il consultorio, speravo almeno lì di trovare comprensione. Invece mi sono sentita giudicata, ridicolizzata per il mio non sapere. Proprio nel momento in cui ero più vulnerabile, mi è stata restituita vergogna invece che cura. Quell’episodio ha inciso profondamente in me perché ha confermato una convinzione che già portavo dentro: che non sapere è colpa mia, che fare domande è imbarazzante, che la mia confusione è qualcosa di cui vergognarsi e da nascondere. Oggi capisco che non c’era nulla di sbagliato in me. Non ero stupida, non ero in ritardo, non ero ridicola. Ero sola. Privata di un’educazione affettiva e sessuale, lasciata a crescere senza spiegazioni, e poi giudicata per le conseguenze di quella mancanza di conoscenze.
La vergogna che mi sono portata dietro non mi appartiene davvero: è il risultato di silenzi, freddezze e risposte sbagliate ricevute nei momenti in cui avrei avuto più bisogno di essere accolta ed ascoltata. Questo riconoscimento, oggi, è un passo di rispetto verso me stessa. È un modo per restituire dignità a quella ragazza che cercava solo di capire e di proteggersi, senza gli strumenti necessari. E forse è anche l’inizio di un modo nuovo di guardarmi: non più come qualcuno a cui è mancato qualcosa, ma come qualcuno che ha fatto del suo meglio, da sola, in un contesto che non sapeva prendersi cura della piccola, innocente lei.
La piccola grande famiglia dei British #42