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[Enthrone.]
Vivissimi sono i miei ricordi a proposito di questo album, di come è entrato nei miei dischi favoriti di quel momento, e di come è stato un apripista ai frangenti ancora più estremi del black metal. I Dimmu Borgir sono continuamente un tema scottante; si sono discostati dalla concezione classica di black metal nel momento in cui sono entrati a gamba tesa in un modo clownesco, circense, molto più vicino all’immaginario cinematografico di Rob Zombie piuttosto che ai vecchi fasti folk medievali degli album precedenti. Sinfonie a non finire, cori, l’Orchestra Nazionale di Oslo e effetti spettacolari quasi da blockbuster hanno sempre di più arricchito il songwriting the Dimmu Borgir che ormai non si sa più neanche se continuino ad usare le chitarre e che tipo di riff facciano.
“Mourning Palace” è un pezzo che è entrato per forza nell’immaginario collettivo di qualunque metallaro e anche se trovate un trentenne-trentacinquenne che si ostina ancora ad indossare le maglie dei Twisted Sisters, Megadeth o Metallica (magari non quelle comprate da H&M), lo avrà sicuramente ha ascoltato più volte, lo conoscerà sommariamente, se ne ricorderà perfino se gli fa schifo.
Certo, esistevano già i Cradle of Filth con Dusk... and her Embrace, ma Enthrone Darkness Triumphant rappresentava qualcosa di altrettanto oscuro, di meno gotico ma con un’identità ben precisa pur mancando di contenuti facilmente riconducibili ad un mondo letterario o cinematografico. Entrambe le band vivevano in un meraviglioso limbo dove le tastiere erano entrate a far parte in maniera integrante delle composizioni e, anzi, stavano ricoprendo gli stessi ruoli delle chitarre.
“Mourning Palace” lo sentii la prima volta nella compilation della Nuclear Blast che aveva il mio amico Fede nel ’99. Era giugno, si era conclusa da poco la terza media, Napster non esisteva e stavamo cercando in maniera forsennata il file digitale di quel brano. Passarono poche settimane prima di comprarlo da Musica Musica in quel di Via Oberdan, Perugia. Dal primo momento in cui schiacciai play il mondo cambiò ancora una volta. Era già cambiato con Marilyn Manson, era ancora cambiato con The Number of the Beast. “Mourning Palace” fu il cemento armato che colò nelle fondamenta già scavate. Per continuare la parafrasi, posso dire che “Cruelty and the Beast” è stato il collante del basamento di quella che poi sarebbe diventata una vera e propria torre.
L’effetto sorpresa di Spellbound (by the Devil), che non è mai stato uno dei miei pezzi preferiti, è incredibile alla fine, col pianoforte; e la sensazione continua con “In Death’s Embrace”, il secondo brano che mi rapì all’interno di questo album. Il piano e l’assolo quasi tecnico emanavano assieme quella malinconica teatralità che ancora è cristallizzata in quel tempo. Ammetto di continuare ad amare il suono della vecchia Korg di Stian Årstad e quando si trovavano i video ufficiali (sempre dentro qualche versione enhanced o all’interno di qualche CD allegato alle riviste del settore) si poteva vedere la band in azione live.
Per la prima volta, tutti quei loschi figuri in corpsepaint e borchie, che erano diventati i miei demoni custodi e modelli di imitazione, erano usciti dalle pose statiche delle foto all’interno dei libretti. Con i Dimmu Borgir vedevamo i primi live a Wacken, Dynamo ma soprattutto l’immortale VHS del concerto a Colonia con gli In Flames, Dissection e Cradle of Filth. Queste leggende ora si muovevano e suonavano; era la prova visiva dell’esistenza corporea di quello che fino a quel momento era rimasto su carta.
Tastiere e chitarre si fondono insieme pur rimanendo ben distinti; ancora d’effetto il primo vero riff di “Tormentor of Christian Souls”, che si rifà ai Marduk; la cadenza di “Entrance” ricorda Stormblåst. I pazzeschi riff finali di “Relinquishmento of Spirit and Flesh” e di “Master of Disharmony” sfornavano una band che pestava tantissimo; venne fuori con loro anche la capacità di inserire assoli di chitarra melodici e organici in un mondo che aveva solo dissonanze alla Mayhem, alla “Kathaarian Life Code”. Gli assoli della suadente “A Succubus in Rapture” sono stati i primi che imparai, ascoltandoli centinaia di volte durante questi continui rapimenti sonori.
Estrema aggressività e aggraziata melodia perfino in “Prudence’s Fall” che anticipa i barocchismi di Spiritual Black Dimension; i blast-beat di Tjodalv non sono mai stati così furiosi e la passata morigerata malinconia, ancora attraente come un vecchio rudere aveva lasciato spazio ad un malefico e scintillante palazzo; dimora delle forze del male, più suadenti e violente che mai.
lofi hip hop beats to enthrone to
Japan Will Enthrone a New Emperor. His Wife Won’t Be Allowed to Watch. The new empress, Masako, will be barred from attending the ascension ceremony on Wednesday of her husband, Naruhito — another illustration of the diminished status of women in Japan’s imperial family.
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Enthroned
" Lord as I praise You, may Your kingly power invade my space. In Jesus Name, Amen"