Il 12 marzo 1938 la Wehrmacht, con il sostegno delle SS e di unità di polizia, in folti ranghi di circa 65.000 uomini armati, oltrepassò il confine con l’Austria invadendola senza sparare un colpo.
Il cancelliere ausztriacoSchuschnigg era stato costretto a dimettersi dalle minacce telefoniche di Göring e ad abbandonare l’idea di sottoporre al referendum popolare la questione dell’indipendenza dell’Austria dalla Germania; nel suo ultimo discorso, prima di cedere il potere chiese alle truppe austriache di evitare ogni resistenza, per non spargere sangue tedesco.
Il 15 marzo le squadracce della SA (Sturmableilung o truppe d’assalto, le quali pur avendo le camicie brune erano il corrispettivo della “camicie nere” fasciste), si presentarono a casa di Sigmund Freud al n° 19 di Berggasse allo scopo di razziare razziare i reperti d’antiquariato e le opere d’arte di cui Freud era collezionista.
Martha, la moglie di Freud li affrontò con determinazione e riuscì a cacciarli, con la promessa però che sarebbero tornati, dando loro tutto il contenuto della cassaforte che avevano in casa, per un valore di 6000 scellini.
La situazione per gli ebrei in tutta l’Austria divenne subito drammatica, si precipitarono a Vienna i due allievi più influenti di Freud, la principessa Marie Bonaparte da Parigi e Ernst Jones da Londra, per convincere i Freud a partire immediatamente.
Nonostante Freud non amasse molto Vienna, così almeno scriveva soprattutto in gioventù, non voleva lasciarla perché quelle erano (come disse Berlusconi) le “sue radici”.
Dal momento che l’argomento del rischio della propria vita ad un Freud ottantaduenne e gravemente malato non faceva alcun effetto, gli fecero notare che era a rischio anche la vita dei suoi cari, ma anche questo argomento pur ammorbidendolo un po’ non fu decisivo, pensava potessero partire i giovani, i suoi figli e i suoi nipoti, mentre lui, la moglie Martha settantaseienne e la cognata Minna settantaduenne sarebbero stati solo di peso in esilio e il viaggio sarebbe stato un disagio per loro.
Freud si sentiva come un capitano che non voleva abbandonare la sua nave che stava affondando, la nave non era Vienna, né l’Austria, era la Psicoanalisi che li era nata e li dimorava la sua memoria storica.
Jones comprese tutto ciò, che il suo maestro voleva stare sul ponte di comando fino all’ultimo, e che doveva trovare un argomento che scalfisse questo orgoglio e la sensazione di fuggire precipitosamente di fronte alla barbarie, e gli raccontò un aneddoto.
Il secondo ufficiale del Titanic, Charles Lightoller, dopo il contatto della sua nave con l’iceberg nelle fredde acque dell’oceano Atlantico, in seguito ad un’esplosione nelle caldaie fu scaraventato in mare.
Alla commissione inglese che cercò di accertare come si era svolta la catastrofe, che gli chiedeva come mai aveva abbandonato la nave, Lightoller rispose che non era stato lui ad abbandonare la nave, ma la nave ad abbandonare lui.
Con questo sorriso amaro in bocca, Sigmund Freud si convinse definitivamente a lasciare l’Austria per l’Inghilterra.








