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intercettura
«Un’intercettazione distorta mi è costata ventun anni di galera. È giustizia questa?» - L’inferno giudiziario di Angelo Massaro, di Giulia Merlo
In dialetto pugliese, morto si dice “muerto”, un oggetto ingombrante invece si dice “muerso”. Il giorno in cui è stato intercettato erano le 8.30 del mattino, Angelo Massaro stava portando da un paese all’altro un mezzo meccanico attaccato a un carrello dietro la macchina e discuteva al telefono con la moglie. Lei era innervosita, perchè lo stava aspettando per portare il figlio all’asilo, lui le spiegava che sarebbe arrivato il prima possibile, ma che era rallentato da quel “muerso” che stava trasportando. Per gli inquirenti che indagavano sulla scomparsa di un amico di famiglia di Massaro e avevano messo i telefoni sotto controllo, però, il carico trasportato era un cadavere. Ci incontriamo fuori dall’auditorium di Modena, dove Massaro è stato invitato a raccontare la sua storia nell’ambito del Festiva della giustizia penale, e pochi minuti prima di cominciare lui è un poco agitato: in sala ci sono ottocento posti e non ha mai parlato davanti a una platea così vasta. Al centro c’è la sua storia: imputato e condannato ingiustamente per sequestro di persona, occultamento di cadavere e omicidio con l’aggravante della premeditazione. Tre gradi di giudizio, macinati alla velocità record di tre anni: «Sono stato condannato a 24 anni in primo grado, confermati in appello e Cassazione. Contro di me non c’erano nè il corpo del reato, nè l’arma del delitto, nemmeno il movente. Solo un’intercettazione trascritta male». Un’intercettazione trascritta male e le parole di un pentito, nell’ultima fase del processo: «Ha riportato fatti che non poteva conoscere se non avendo letto gli atti processuali e ha detto che “pensava” che il colpevole fossi io. Poi, questo collaboratore è stato smentito in altri processi e dichiarato inattendibile. Io, però, ero già in carcere».
Dal 15 maggio 1996, data del suo arresto, Angelo Massaro è stato detenuto in sette carceri e le elenca velocemente: «Taranto, Lecce, Foggia. Poi Rossano Calabro, Carinola, Melfi e infine Catanzaro», dove si è svolto anche il processo di revisione.
Sette carceri in ventun anni, senza mai un permesso premio. Massaro, dopo l’elenco delle città, spiega con semplicità la ragione di tanto peregrinare: «Non accettavo la pena, quindi venivo considerato un detenuto polemico e contestatario». Per questo, non ha mai avuto un permesso premio: «In alcuni istituti mi hanno chiesto di fare la cosiddetta “revisione critica di passato deviante”, in pratica di ammettere la mia responsabilità, ancorandola alla concessione di permessi premiali». Massaro, però, non ha mai cambiato versione dei fatti, anche a costo di non uscire mai di cella e di peregrinare per tutti gli istituti del sud Italia come detenuto problematico. In quei lunghi anni, è diventato un testimone delle condizioni delle carceri italiane: «Una volta ho sentito un ministro dire che il nostro ordinamento penitenziario è il migliore d’Europa, peccato che sia applicato per meno del 30%». In tre istituti l’acqua corrente nelle docce e nelle celle era solo fredda tutto l’anno, lo stato delle strutture «da terzo mondo». La cosa peggiore, però, è stata il distacco dalla famiglia. L’ordinamento penitenziario prevede che questo non avvenga, ma Angelo racconta che il detenuto per prima cosa viene allontanato di fatto dai suoi affetti: «Per nove anni non ho mai visto la mia famiglia. Non potevano venirmi a trovare per problemi economici e l’unico contatto era un colloquio telefonico alla settimana, per 10 minuti. Immagini 10 minuti ogni sette giorni: 180 minuti per ogni figlio, 120 minuti con mia madre e 120 con mia moglie. Questo, secondo il ministero della Giustizia, significa mantenere gli affetti familiari» . La vita in carcere è durissima: «Vivevo col tormento di essere innocente e di essere dove non dovevo. Più chiedevo il rispetto dei miei diritti anche carcerari, più ero considerato un detenuto problematico. Per questo venivo inserito tra gli “indesiderati” e spostato di carcere in carcere». Nel raccontarlo, Massaro sorride con amarezza: «Chi chiede diritti in carcere non piace, il detenuto modello è quello che mangia, dorme e non dà fastidio». Ma dentro ha mai trovato la solidarietà di qualcuno, il conforto di un’amicizia? «Umanità l’ho trovata in qualche agente della polizia penitenziaria. Ho raccontato loro la mia storia e non volevano crederci». Tra gli altri detenuti, invece, nulla. «In carcere impari che non puoi confidarti con nessuno. In 21 anni, non ho mai detto ad anima viva la ragione della mia condanna». La ragione sta in una delle prime regole che si imparano: «In carcere, per avere un beneficio, sono tutti pronti a vendersi anche la madre. Dal primo momento ho iniziato a lavorare per la revisione del processo e si immagini: parlavo con qualcuno e poi questo andava a raccontare che “Massaro mi ha detto che...”. Poi valla a smontare un’altra accusa. No, dovevo tenermi tutto dentro». Per arrivare alla revisione, sono serviti vent’anni: in carcere, Massaro ha iniziato a studiare giurisprudenza e si è scritto da solo l’istanza di revisione. L’ha mandata a molti avvocati, fino a quando non ne ha trovato uno che gli ha creduto e ha accettato di combattere con lui. Reperire la documentazione, però, è stato difficile e l’avvocato ha dovuto svolgere indagini difensive per ascoltare tutti i testimoni in grado di smontare l’accusa. «In pratica, abbiamo fatto la ricostruzione che avrebbero dovuto fare, nell’immediatezza dei fatti, gli inquirenti». In un certo senso, lo studio lo ha salvato: «Mi ha salvato la testa, insieme alla meditazione e allo yoga. Ma più importante di tutti è stata la mia famiglia». Che però, senza i permessi premio, riusciva a vedere e sentire pochissimo. Massaro interrompe il racconto e ci pensa: «Un permesso l’ho ricevuto, nell’ultimo anno di carcere. Fu il magistrato di Catanzaro a dirmi di presentare la domanda anche se io mi rifiutavo di fare ammissione di colpa. Ricevetti il permesso dopo sette mesi ed era già in corso il processo di revisione, poi seppi che il magistrato me lo aveva concesso dopo aver letto la mia sentenza di condanna, che lui stesso definì “illogica”».
Ora, Angelo Massaro è un uomo libero: è tornato a casa sua, in provincia di Taranto, e si sta faticosamente ricostruendo una vita, «perchè il passato in carcere genera sempre pregiudizi, anche se ho sconta- to una condanna da innocente». Contemporaneamente, sta portando avanti il giudizio per il risarcimento per ingiusta detenzione, ma si tratta di un percorso lungo e Angelo apre le braccia, «nulla potrà comunque ripagarmi di quello che ho perso». Quando è entrato in carcere, i suoi figli avevano due anni e pochi giorni, ora sono due ragazzi quasi adulti e quando parla di loro si commuove, come è successo sul palco del Festival: «La madre li ha cresciuti bene, con senso dello Stato, nonostante quello che è successo a me». Un senso dello stato che lo stesso Massaro ha conservato, anche se la sua è una di quelle storie che legittimano a mettere in discussione il meccanismo giudiziario italiano: «Il senso della giustizia me lo ha fatto ritrovare il procuratore generale che ha chiesto la mia assoluzione in sede di revisione. Gli ho stretto la mano e lui mi ha detto che stava solo facendo il suo dovere». Nessun odio, nessuna vendetta nei confronti di chi ha deciso di rubargli ventun anni di vita: «Sbagliare è umano e quel che è successo a me non può cambiare», liquida in poche parole il discorso ma, quando gli si chiede cosa vorrebbe sentirsi dire da quegli stessi giudici, risponde «una conferenza stampa, in cui dicono che si impegneranno a fare indagini con criterio, in futuro. Si ricordino che dietro un detenuto innocente ci sono mogli, figli e genitori».
Quando è finalmente uscito dal carcere di Catanzaro due anni fa, la prima cosa che ha fatto è stato andare al mare e buttarsi tra le onde, anche se era dicembre.
«Così ho ricominciato a vivere» .
da Il Dubbio di stamani 18 giugno 2019
coincidenze
ieri ricorreva il quarantennale dell’omicidio dell’avvocato giorgio ambrosoli, ucciso da un sicario al soldo del banchiere michele sindona, dopo essersi occupato per un certo tempo della liquidazione della banca dello stesso sindona. su radio radicale ho sentito che lo si commemorava in senato con due interventi di fine seduta e un minuto di silenzio.
due giorni prima, martedì sera a radio carcere, sempre su radio radicale, riccardo arena intervistava, quale vittima di un pesante errore giudiziario, l’avvocato milanese giuseppe melzi, “che, fra le altre cose, è stato uno dei difensori storici delle vittime della criminalità bancaria consumata dalla banca di sindona e dal banco ambrosiano“: queste le parole introduttive di arena.
al di là della bizzarra coincidenza, la storia di melzi è ancor più bizzarra anzichenò, ed è narrata nei dettagli da lui stesso nella puntata del 9 luglio 2019 di radio carcere, reperibile ad esempio qui
in breve, riprendendo le parole di arena, “melzi è stato accusato di gravi reati come l'impiego di denaro di provenienza illecita con l' aggravante della mafiosità; [...] per circa tre mesi è stato detenuto nel carcere di San Vittore di Milano, poi per quasi un anno è stato gli arresti domiciliari e, [...] per tre anni e due mesi, è stato anche sospeso dall'attività professionale. dopo un'odissea giudiziaria durata ben quindici anni alla fine è stato assolto”.
dopodiché comincia l’intervista che rievoca le bizzarrie più bizzarre, per esempio: la carcerazione preventiva comminata con motivazione pretestuosa anzichenò; l’impossibilità materiale per l’indagato di visionare gli atti prima dell’interrogatorio di garanzia; l’utilizzo spregiudicato di intercettazioni telefoniche ingiustificate; la ripetizione da capo di una seconda indagine richiesta da altra procura cui il fascicolo viene deferito, dopo un certo tempo, per competenza territoriale; la mancata comunicazione della conclusione (con assoluzione) del processo al diretto interessato e/o alla difesa; per non parlare del trattamento riservato all’indagato dai mezzi di comunicazione, ecc. ecc. ma una chicca, da tutta la puntata che dura circa mezz’ora, la riporto anche qui. nel corso di uno degli interrogatori del pubblico ministero, l’indagato - durante una pausa e in momentanea assenza dei suoi difensori - si sente dire: “avvocato, lei non ha ancora capito che se non mi dice [...] tutto quello che sa io butto via la chiave” arena allora interviene: “io ricordo ai nostri ascoltatori che il codice di procedura penale prevede che il pubblico ministero raccolga elementi probatori utili sia a sostenere l'accusa in giudizio sia a favore dell'indagato” e melzi riprende: “e in effetti, quando i difensori tornarono nella stanza del giudice, io dissi “giudice, metta a verbale quello che mi ha appena detto” e lui mi disse “avvocato, ma lei non ha capito che io l’ho fatto in sua difesa”“ da radio carcere, radio radicale 9 luglio 2019
Associazione Nazionale Vittime Errori Giudiziari
Dopo l’assoluzione per non aver commesso il fatto parla la vittima del clamoroso scambio di persona: «Un inferno»
Detenuto 12 mesi e condannato a 12 anni. 10 anni per venire assolto.
Errori giudiziari: Roma la città con più detenzioni ingiuste, seguita da Catanzaro e Napoli
#errorigiudiziari: più di mille persone all'anno in Italia finiscono in #carcere ingiustamente. #Roma e #Napoli in cima alla classifica per le #ingiuste detenzioni.
In Italia ogni anno sono migliaia le persone che finiscono in carcere o agli arresti domiciliari senza colpa. Nel 2017 sono circa 1013 i casi segnalati. Un dramma, quello degli errori giudiziari, di cui si parla troppo poco, considerando che negli ultimi 25 anni in Italia parliamo di 26mila “vittime della giustizia”.
E se l’idea di pensare a degli innocenti in carcere non ci sconvolge abbastanza,
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La malagiustizia che sta annientando il Paese. Colpa dei giudici ma pure degli avvocati proni ai PM.
La malagiustizia che sta annientando il Paese. Colpa dei giudici ma pure degli avvocati proni ai PM.
Dal 2003 ad oggi sono state intentate più di 8.000 richieste di risarcimento per ingiusta carcerazione.
2. 500 sono state accolte.
Un numero esorbitante che deve far riflettere anche i manettari più accaniti.
Il problema diventa ancor più spropositato pensando a una legge che non ammette un proporzionato risarcimento poiché fissa il tetto massimo a 516 mila euro.
E, oltre all’errore giudiziario e…
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Abusi su minori, pediatra Alberto Flores d’Arcais si suicida da innocente
Venne accusato di abusi su minori, pediatra Alberto Flores d’Arcais si suicida da innocente
Il Pediatra Alberto Flores d’Arcais
Era stato arrestato nel mese di luglio 2015 con l’accusa di aver abusato sessualmente di minori. Ma lui, Alberto Flores d’Arcais, 61 anni, primario del reparto pediatrico all’ospedale di Legnano (Milano), si era sempre professato innocente dall’infamante accusa.
L’uomo, ormai un “mostro” agli occhi dell’opinione pubblica, non ce l’ha fatta a reggere il peso…
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