Arrivo a casa. Mi spoglio di tutto ciò che non ho necessità di tenere addosso: chiavi, bracciali, maglietta, pantaloni, ma non la collana. Quella non me la levo mai.
Ho le scarpe piene di sabbia, come ogni sera di ritorno dal mare. L'orologio segna circa l'una e mezza, che d'estate diventa un orario accettabile per tornare a casa.
E poi mi piace star sul lungomare che verso mezzanotte si svuota e vedere la gente che se ne va, ed essere uno di quelli che rimangono a coglioneggiare in confidenza con il barista che ci sta a guardare per riposare gli occhi.
La musica diventa più lieve e le parole dette sono più nitide rispetto alla baraonda che c'è durante la serata piena. Nessuno che balla, nessuno che si eccita guardando gli altri ballare; solo poche persone che si fanno i fatti propri.
A me piace molto osservare le persone, non lo faccio con malizia, ma nascosto negli angoli bui della mia profonda timidezza guardo tutti e osservo pochi. Soprattutto le facce sconosciute, per cercare di immaginare la loro piccola storia. Se pensiamo che ognuno di noi si porta dietro una storia, non riusciamo a immaginare quanto davvero quelle storie pesino sulle persone.
Guardo una ragazza: ha i capelli neri, leggermente mossi quasi come delle onde; ha un corpo esile e un viso graziato a parte un apparecchio dentale che le rendeva le labbra leggermente spinte verso l'esterno. Gira con dei ragazzi che conosco e so che sono dei bravissimi ragazzi, gente che non cerca rogne. Spesso portava la gonna e le stava molto bene. Sembrava simpatica. Cerco di scorgerla in un momento di sorriso e la trovo. E anche il sorriso le sta bene addosso.