Creatività: la professione digitale
Ciao a tutti! Oggi vi voglio parlare di un mondo che probabilmente conoscete già, quello dei nuovi lavori sul web, che proprio in questi anni sta vivendo un’importante crescita. Nonostante ciò, il pensiero pubblico non annovera ancora gli “imprenditori digitali” tra quelle che si possono chiamare “professioni”.
Prendiamo un esempio tanto semplice quanto efficace: una figlia presenta il suo fidanzato influencer (in senso ampio, ndr) alla propria famiglia. Stimiamo la probabilità che la famiglia dica: “Ah, che bell'hobby! Ma che fa di lavoro?”. Dipende ovviamente dalle persone con cui abbiamo a che fare, però, mediamente, la probabilità che il pensiero dei familiari sia sconcertato sarà piuttosto alta. Il motivo che sta a monte di situazioni e ragionamenti simili è connesso ai profondi cambiamenti di significato che il digitale ha introdotto nel concetto di professione e di lavoro.
Agli inizi del Novecento i lavoratori venivano idealmente divisi in due categorie: i “colletti bianchi” e i “colletti blu”. I primi erano coloro che amministravano i ruoli più importanti, che avevano il lusso di poter lavorare seduti ad una scrivania in un ufficio, indossando una camicia nivea, da cui l’appellativo di colletti bianchi. Tra i secondi, invece, si inserivano tutti i lavoratori che svolgevano i mestieri primari e fisicamente gravosi come il contadino o l’operaio, dalla cui tuta indaco deriva l’epiteto di colletti blu.
Oggi il ventaglio delle professioni si è ampliato notevolmente, per cui possiamo tuttora discernere le categorie propriamente definite dei colletti bianchi e blu, consapevoli però di tutte le tonalità di turchese che separano i due estremi. Una di queste sfumature è per l’appunto l’influencer che risulta, a mio avviso, considerabile in toto una professione del XXI secolo. Innanzitutto: di cosa si occupa? Il suo obiettivo principale è quello di ottenere un pubblico, su più social media possibili, da “influenzare” e quasi orientare, concentrando su di sé l’interesse delle aziende. In altre parole, immaginiamo l’influencer come un enorme cartellone pubblicitario sul quale le aziende possono affiggere i propri annunci. La differenza è fatta dai contenuti: l’influencer pubblica sui social contenuti (foto, video, blog post…) che interessano ad uno specifico target di persone, ad esempio gli amanti dei viaggi avventurosi in luoghi ostili. Successivamente le aziende decidono di collaborare con il creatore di contenuti e ottenere un cosiddetto “product placement”, ovvero la sponsorizzazione di un contenuto. Esemplificando: nel caso dei viaggi, un’azienda di tour operator sarà interessata a collaborare con l’influencer per pubblicizzarsi.
Il lavoro dell'influencer. Foto presa da: Flickr. Foto originale: "smartphone: landscape mode". Autore: Marco Verch
L’idea che mi sono fatto è che la popolarità dell’influencer sia dovuta al fatto che egli abbia trovato il modo giusto di comunicare attraverso il digitale. Infatti, i contenuti che più influenzano il pubblico sono brevi video spontanei e di quotidianità. Questa è la chiave: i social hanno offerto un nuovo modo di vedere i vip (anche gli influencer), ovvero il lato più umano e meno televisivo. Questo ha consentito di collocare le persone famose sullo stesso piano della gente comune, mostrando che anche chi è sulla bocca di tutti ha una routine da persona comune. La bravura dell’influencer nel comunicare e nel “vendere” la propria immagine, nonché stile di vita, determina quante persone riconoscono lui una fiducia tale da lasciarsi, appunto, influenzare. Ciò decreta il loro successo come imprenditori del web.
In conclusione, spesso abbiamo una concezione di lavoro troppo Novecentesca e unilaterale, e soliamo rifugiarci dietro ad un semplice “in Italia non c’è più lavoro”. Soprattutto in un’epoca come quella del 2020, abbiamo la possibilità di capire che oggi “lavoro” significa anche creatività e intraprendenza, doti necessarie per creare una professione anche partendo da un semplice smartphone.
Matteo Guidetti













