Aykut Aydoğdu
“Avevo “l’aria di cavarmela alla grande”. E magari era anche vero, non saprei. Di sicuro non urlavo di dolore né prendevo a pugni le finestre, né facevo alcuna delle cose che uno che si sentiva come me avrebbe potuto fare. Eppure, a volte, senza preavviso, il dolore m’investiva a ondate, lasciandomi boccheggiante; e quando la marea si ritirava, restavo a fissare un relitto coperto di salsedine, illuminato da una luce così chiara, triste e vuota, che mi pareva impossibile che al mondo fosse mai esistito qualcosa di diverso dalla morte.”
Il cardellino, Donna Tartt
Alla deriva
La mole mastodontica del dolore. Il lamento indomabile e selvaggio. La tempesta. Il tumulto dell’acqua. Il pericolo. Il grido del timoniere. L’incontrollabile che sfugge a qualsiasi controllo. L’assenza di coesione. I frammenti sparsi ovunque. La ricerca dell’unità delle parti. Il fondo oscuro del mare insondabile. Il coraggio tenace di un marinaio. La speranza di raggiungere Itaca.
- «Benvenuta a bordo», disse il dolore.
Le notti, lo confesso, sono scandite sempre dallo stesso ritmo e sono consacrate alla paura e alla confusione, che si intrufolano in tutti i miei pensieri. Le sensazioni sembrano ridestarsi automaticamente al calar della sera. Ritrovo lo stesso stato emotivo. Quello che evito di mostrare di giorno, fa la sua comparsa puntualmente di notte, sfuggendo al mio controllo, quando non riesco più a nascondere l’indomabilità del dolore sotto la maschera e mi dibatto come in un inferno.
Sono in mare aperto, in preda ad un terribile spavento. La burrasca continua ad imperversare con il massimo furore. Le onde si accumulano. Provo a galleggiare senza direzione ma mi ritrovo di nuovo in balia di onde possenti, con le vele scosse da un vento crudele e folle. Ondeggio avanti e indietro, come una nave. Le parole vagano dentro, i pensieri fluttuano e l’ansia dilaga. Scendo nel profondo senza fondo, nell'abisso. Finisco sommersa. Com'è facile essere all'oscuro, lasciarsi invadere dalle tenebre. Non conosco tutte le insidie dei fondali ma so bene che nel buio non si cela niente di buono.
- «Qual era la rotta del tuo viaggio, prima che il dolore si impossessasse del timone?»
Nella roccaforte della mia mente, penso che ormai la rotta non conta: non c’è più un timone né un timoniere. Le onde hanno modificato la traiettoria che mi ero prefissata. La nave si è rotta. Sono stata trascinata a terra dalla corrente, sbattuta a riva dalla furia delle onde. Sono sola e abbattuta. Sono un relitto depositato dalla risacca, un piccolo e fragile vascello coricato sul fianco. Gli elementi frantumati si sono allontanati dalla loro sede. È tutta naufragato nella profondità della mia anima, nell'oscuro oceano del mio mondo interiore. Sono disorientata e mi faccio cogliere dall'apprensione.
- «Sei riemersa, sei sopravvissuta al naufragio. Il mare è quieto dopo la tempesta. Vedi, il vento è a favore ora. È tempo per te di lasciare questa terra, rimetterti in mare e imbarcarti di nuovo su una nave speranzosa verso nuove terre, verso nuove possibilità.»
«Non ho più una nave», dico con fermezza.
- «Puoi sempre nuotare. Non ti serve una nave per farlo, conta sulla forza delle tue braccia, ti sosterranno tra le onde, saranno loro la tua nave ora.»
«Verso dove devo nuotare?», chiedo con crescente incertezza.
- «Qual è la tua rotta, qual è la tua Itaca?»
«Il porto in cui voglio rifugiarmi è il centro di me stessa», rispondo decisa.
- «Allora, devi immergerti sempre più in profondità, senza sprofondare nel buio. Devi sondare il fondo del tuo abisso, il fondo oscuro del tuo essere, il mistero delle tue onde e non temere i flutti. È quella la via per risalire sulla tua nave e scoprire nuovi mondi “nell'oceano del divenire”.»
Sono attraversata da dubbi opprimenti. Intorno a me, solo acqua, nient’altro che acqua in una distesa interminabile, mare e poi oceano. Nuoto incerta. Il vento continua a sconvolgermi e a increspare la superficie. Le onde continuano ad avanzare, a estendersi, a trasformarsi e io continuo a fluttuare caoticamente. Faccio fatica a isolare un’onda dalle successive, non so come sarà la prossima. Sono in balia del loro movimento costante, della loro imprevedibilità, dei loro cambiamenti di direzione, quasi mi volessero obbligare alla deriva di nuovo. La notte distende le sue tenebre. Le onde sono ingigantite dal mio cuore. La salvezza deriva dall'attraversare l’abisso e comprenderlo. Il mio, sembra insondabile. Immergo nuovamente la testa. La visibilità è ridotta: non riesco a vedere niente di familiare. Nulla intorno a me sembra riconoscibile.
Fluttuo incerta nel mare che sembra così vasto rispetto a me. Cerco un porto sicuro, cerco una riva in cui approdare, qualcosa a cui ormeggiarmi, un lido ospitale. In realtà, cerco solo di ritornare a casa, dopo la mia prolungata assenza. Il cuore è tenace, accende i desideri, mi spinge in avanti, mi invita a non smettere di nuotare. Una voce interna mi risveglia, mi scuote. Mi faccio coraggio e mi rianimo.
«Quanto devo nuotare ancora per raggiungere la costa di casa?, chiedo piena di speranza.
- «L’orizzonte è libero. Non aver fretta di arrivare, continua a nuotare ma stavolta fallo sulla cresta delle tue onde.»
“Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
né nell'irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.
Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti - finalmente e con che gioia -
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fine, anche profumi
penetranti d’ogni sorta; più profumi inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.
Sempre devi avere in mente Itaca -
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull'isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos'altro ti aspetti?
E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.”
Itaca, Konstantinos Kavafis

















