RECENSIONE: Bon Iver - 22, A Million (Jagjaguwar, 2016)
Ci sono dischi e dischi. Dischi che portano con sé quell’immediata certezza del loro essere un capolavoro, dischi incompresi che vengono sottovalutati e solo dopo che la loro risonanza si insinua col tempo nella musica degli altri ci si rende conto del loro valore. Questo ultimo caso è ciò che è successo con 22, A Million, terzo album dei Bon Iver, progetto creato da Justin Vernon, uno dei musicisti moderni più visionari. Se da un lato i critici l’hanno subito accolto con giudizi estremamente positivi, lo stesso non è successo tra il pubblico che si è diviso dopo l’ascolto di un album così diverso dal folk spoglio e struggente del debutto For Emma, Forever Ago e dai viaggi terreni e solennemente corali dell’omonimo sophomore, eppure fastidiosamente coerente al suo testamento artistico, pur nella sua estraneità a qualsiasi cosa da lui mai realizzata prima.
A scrivere questa recensione c’è qualcuno che non si è sottratto allo scetticismo iniziale, all’inganno di suoni che sembrano scorie inutilizzabili, fossilizzatesi sulla crosta di un pianeta inospitale. Il primo giudizio è stato quello di un album pretenzioso ed ottuso, ma dopo mesi di respingimenti dovuti alla sua natura criptica, capita che nella vita succedano cose che ti cambiano, eventi che squarciano domande immense e dubbi inconfessabili, creando un buco che vorresti ricucire, ma che più lo tocchi più si sfilaccia, finendo per allargarsi sfuggendo al tuo controllo. Prima di essere inghiottita io stessa, è capitato un replay illuminante di 22, A Million che ha cristallizzato le cose, lasciandomi il tempo di cicatrizzare le perdite e le decisioni prese ed accettare il fatto che ci sono risposte incomunicabili o forse non ci sono proprio, un ignoto enigmatico e permanente con cui convivere. Cogliere dei frammenti di questo capolavoro bellissimo ed ambizioso lo ha reso per me un rifugio per ritrovare la serenità e crescere.
In primo luogo bisogna partire dal fatto che 22, A Million è un progetto da scoprire incessantemente ed impossibile da capire nella sua completezza. Niente è convenzionale o casuale, a partire dai titoli delle canzoni, dalla copertina e dai riferimenti religiosi obliqui, tutti immersi in un’estetica precisa fatta di codici matematici e simbologie Tao - un concetto che ha come base la coesistenza degli opposti, la tensione tra la finitezza terrena e la dimensione spirituale - dissezionati, decostruiti ed immortalati nella loro totalità in un unico fotogramma come in un quadro cubista, attraverso tecniche di produzione innovative che convergono sensazioni crescenti di sentimenti fratturati ed intercalando campionamenti finemente rifiniti. Vernon ha creato qualcosa di speciale e curato in ogni dettaglio, qualcosa che, se guardiamo bene, non ha rinnegato il vecchio stile electro-folk, ma allo stesso tempo ha esaminato esperimenti musicali innovativi.
22, A Million è un viaggio verso la comprensione di se stessi come se fosse una religione, una collezione di tormenti e salvezze nel contesto di momenti sacri e ricordi intensi, segni ai quali si può affibbiare un significato o ignorare come coincidenze. Bon Iver si è trasferito da un’altra parte, in un posto non concreto ed è riuscito ad afferrare qualcosa di così sfuggente ed immateriale come lo spirito, una presenza universale eppure così incomprensibile. Anche se secondo l’artista il suo è un tragitto non concluso, una meta non raggiunta, ci è arrivato davvero vicino, dall’esile e minuscola prospettiva di un mortale qualunque, cogliendo degli impulsi che descrivono un pò tutta la complessa esistenza umana, spesso senza riuscire a parlarne con cognizione di causa e perdendone il controllo.
La numerologia è una parte importantissima della simbologia e del motif dell’album. Il 2 rappresenta Vernon, la persona, ripetuto due volte perché indica la sua identità legata dal dualismo: la consapevolezza di sé e la consapevolezza di sé in relazione col resto del mondo. Il milione è il resto del mondo: il milione di persone che non conosceremo mai, l’infinito e lo sconfinato, tutto ciò al di fuori di noi stessi che ci rende chi siamo. Questo altro lato del suo dualismo è ciò che lo completa e ciò che egli cerca.
Appresa questa nozione, l’album si apre con 22 (OVER S∞∞N) che indica la partenza da Vernon e si conclude con 00000 Million - il titolo diventa completo se letto considerando il numero del brano, ovvero il decimo, quindi diventa 10 00000 - che completa il viaggio verso l’infinito. “There isn't ceiling in our garden / And then I draw an ear on you / So I can speak into the silence” canta Vernon nella prima traccia evocando i giardini biblici dell’Eden e quindi, un tempo in cui l’umanità viveva senza conflitti, un’utopia rovinata dall’imperfezione dell’uomo stesso col peccato. Con questa semplice strofa egli crea infinite interpretazioni, una di queste può essere la perdita di contatto con Dio ed il volerne a tutti i costi creare uno a cui parlare per non ascoltare più l’insopportabile silenzio della solitudine, oppure, dell’incapacità moderna nel comunicare tra di noi che porta ad una disperazione tale da voler disegnare letteralmente un orecchio su chi non riesce a sentirci. “What a river don't know is to climb out and heed a line / To slow among roses or stay behind” canta, invece, nell’ultima traccia, indicando che un fiume, ovvero l’uomo nel corso della sua vita, non è a conoscenza delle forze che lo guidano, ma segue il suo percorso senza sapere ciò che lo aspetta, senza avere accesso alle ragioni profonde delle sue azioni. E’ un’accettazione bellissima della natura della nostra esistenza, la consapevolezza di sé in relazione all’infinito che Vernon stava cercando, una conclusione che abbraccia la mancanza del sapere.
Questi sono solo due dei tantissimi esempi del magnetico uso della parola all’interno dell’album, un altro importantissimo aspetto da considerare che lo rende irripetibile a confronto di qualsiasi altro testo musicale, una parola comunicativa ma non proprio, a volte è un muro ed a volte è una porta, radicata nell’intellettualismo astruso e visivamente evocativa. Vernon inverte continuamente la struttura grammaticale come se la scompostezza dei suoni si stesse traducendo anche nelle liriche, inventa parole perché quelle che esistono hanno un limite legato alla loro natura umana, ricerca riferimenti alla Bibbia e alle religioni con una lucidità spiazzante.
Questo è uno dei pochi casi in cui riportare i testi o analizzare la musica sembra superfluo, perchè 22, A Million va oltre ciò che è tangibile ed in ogni modo penso che non gli si possa fare giustizia. Potremo dire di come 10 d E A T h b R E a s T ⚄ ⚄ suoni come l’aggressiva catastrofe del battito di un cuore impazzito, coi suoi synth dilatati fino al punto di spaccarsi, sui quali si intersecano interferenze, sassofoni e voci sdoppiate, contrazioni di una vita sul punto di cadere giù dal filo ed espansioni che ricominciano il galoppo cieco, ma ci scontreremo sempre con quell’incomunicabilità della parola davanti alla quale Vernon ha dovuto arrendersi.
Chiamare 33 “GOD” una canzone organica è un eufemismo, un paradosso, ma lo faremo considerato il contesto dell’album. 33 è il numero che rappresenta la presunta età di Cristo al momento della sua morte, è il numero della Trinità, sono i giorni di anticipo coi quali è stata pubblicata la traccia rispetto all’album, sono i numeri che compongono la sua stessa durata. Questo brano vuole spiegare l’immensa distanza tra l’uomo e Dio che si annullerebbe nel momento in cui il primo ricevesse la salvezza del secondo, ma questo non succede e, piuttosto, si verifica la perdita della fede dovuta ad una sensazione di abbandono, al contempo questo rapporto difficile è descritto a tratti con le dinamiche di una relazione sentimentale tra due persone e, perciò, può anche raccontare della fine di una storia d’amore. “Is the company stalling? / We had what we wanted: your eyes / With no word from the former / I'd be happy as hell, if you stayed for tea / This is how we grow now, woman / A child ignored” canta attraverso un tuning incorporeo derivato dal Messina - uno strumento di sua invenzione che sdoppia la voce in diverse armonizzazioni e sembra correggerne l’intonazione come una specie di auto-tune - su una strumentale che inizia con delle note di tastiera ed un tappeto infinito di frammenti di campionamenti manipolati e messi in loop, per poi aprirsi con il suggestivo accompagnamento completo della band e sempre tantissimi synth.
29 #Strafford APTS è un allucinazione sonoramente molto vicina all’acustico country folk, semplice, se non fosse per i movimenti ultra sensoriali che sembrano provenire da un altro mondo e, talvolta, escono dai tessuti come glitch. Anche lo smarrimento di 715 - CRΣΣKS è molto semplice, ma risulta un esperimento completo, un abbandono di qualsiasi musica per centrare l’attenzione su un acapella che viene dall’anima - benché sempre stortissimo e quasi incomprensibile - così sentito da spezzarsi e strapparsi, una dimostrazione suprema della poesia di Vernon. “Honey, understand that I have been left here in the reeds / But all I'm trying to do is get my feet out from the crease”. 666 ʇ, appropriatamente la sesta traccia dell’album, è un collage in cui non manca nulla, dai synth che sembrano provenire da un qualche computer in fase di decodificazione o da un orologio che scandisce il tempo, ad un riff di chitarra elettrica dai colori caldi, fino ad una sezione di fiati che perfettamente si uniscono al falsetto di Vernon.
Ci sono dischi e dischi. Dischi che puoi dimenticare e dischi che non puoi dimenticare. 22, A Million, terzo album dei Bon Iver è proprio uno di questi. Sicuramente una delle evoluzioni musicali più riuscite del decennio ed azzarderemo a dire anche del secolo.
TRACCE MIGLIORI: 715 - CRΣΣKS; 33 “GOD”; 29 #Strafford APTS; 666 ʇ; 8 (circle)
TRACCE PEGGIORI: quali tracce peggiori?
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