Giulietta Masina, la nostra piccola Charlot
L’attrice preferita di Charlie Chaplin, soprannominata female Charlot, Giulietta Masina non era solo una first lady, ma una professionista completa, attrice drammatica e comica (di teatro, cinema, televisione e radio), cantante, ballerina, presentatrice. Il destino ha voluto che nel 1943 sposasse Federico Fellini e ne diventasse la musa ispiratrice. Il 22 febbraio ricorre il centenario della nascita, poco dopo quello di Federico, da cui la separava solo un anno di età.
Il vero debutto cinematografico fu nel 1948 con il film Senza pietà di Lattuada, perché prima di allora aveva recitato solo una piccola parte in Paisà di Rossellini.
Affiancò i più grandi attori dell’età d’oro della commedia all’italiana: Totò in Sette ore di guai, Gino Cervi in Cameriera bella presenza offresi, Sordi ne Lo scocciatore.
Ma fu ugualmente splendida nei ruoli drammatici: in Europa ’51 di Rossellini accanto a Ingrid Bergman, nel poliziesco Ai margini della metropoli di Lizzani con Massimo Girotti, in La gran vita di Julien Duvivier; nell’episodio Purificazione del film Cento anni d’amore interpreta l’insolito ruolo di personaggio negativo, come anche in Nella città l’inferno a fianco di una Anna Magnani al massimo delle sue possibilità artistiche.
Sempre un po’ in ombra rispetto al celebre consorte, in realtà fu protagonista di film e sceneggiati poco trasmessi in televisione e ingiustamente dimenticati, come Fortunella di Eduardo De Filippo, in cui primeggia in uno dei ruoli che le sono più congeniali, quello di una ragazza che cela la miseria della sua vita quotidiana a fianco di uno scapestrato rigattiere (Alberto Sordi) dietro illusorie fantasie di ricchezza.
Per la televisione recitò in due sceneggiati che negli anni ’70 riscossero grande successo di pubblico: Camilla di Sandro Bolchi, tratto dal romanzo di Fausta Cialente Un inverno freddissimo, ed Eleonora. Quest’ultimo, ambientato a Milano, racconta la storia di una donna di famiglia altolocata che per amore trova il coraggio di abbandonare i suoi privilegi e di ribellarsi al rigore paterno, scegliendo di andare a vivere con un pittore scapigliato, interpretato da Giulio Brogi. Un autentico feuilleton, un’“interpretazione memorabile di donna sofferente ma d’animo forte, sempre pronta al sorriso e al riscatto” (Davinotti).
Il duetto artistico con l’inclito consorte ha dato i frutti più conosciuti: piccole parti in Luci del varietà (1950), Lo sceicco bianco (1952) e Il bidone (1955), e la consacrazione planetaria in La strada (1954), il film che la Rai ha scelto di trasmettere il giorno della morte del regista, come quello forse più vicino al gusto popolare, certo il più lirico ed empatico.
Di questo film, uno dei preferiti di Akira Kurosawa, si è detto e scritto di tutto: definito “una metafora della condizione umana” ambientata nel mondo del circo, dei saltimbanchi, degli artisti di strada, tanto caro al regista. Si è parlato di “realismo visionario” per questa favola senza tempo che ha la sua protagonista, Gelsomina, in una sorta di folletto spaurito dagli occhi spalancati e colmi di stupore.
Fonte: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/c/c8/La_strada.jpg
La storia della scelta del casting e delle riprese ha orami assunto i toni della leggenda (vi raccomandiamo a questo proposito una nuova acquisizione delle biblioteche: il volume di Aldo Tassone Fellini 23 ½): accenniamo soltanto al look della Masina i cui capelli furono tagliati personalmente dal marito con una ciotola, poi intonacati col sapone per conferirle un aspetto disordinato; il viso veniva cosparso di talco per farla assomigliare a un attore kabuki e le fu fatto indossare un mantello sfilacciato risalente alla Grande Guerra.
La colonna sonora di Nino Rota accompagna questa pellicola che pare, più che un film, una poesia per immagini: a proposito del lirismo di La strada si racconta che Luigi Rovere, produttore di Lo sceicco bianco, dopo averne letto la sceneggiatura commentò: “Un film come questo non farà guadagnare un centesimo. Non è cinema, questa è letteratura”.
In occasione delle celebrazioni che si stanno svolgendo a Milano per i 70 anni di Miracolo a Milano, vogliamo ricordare che La strada contiene un richiamo evidente a questo film nella sequenza che inquadra il pubblico sorridente davanti al tendone del circo.
Un altro gioiello fu Le notti di Cabiria (1957), in cui, di nuovo, la Masina veste i panni di una prostituta e, di nuovo, è vittima della violenza e della crudeltà degli uomini. Ma, per usare le parole stesse del regista, “Gelsomina era un personaggio più allegorico, eccezionale; Cabiria è più umana e più identificabile”. La solitudine e l’emarginazione sono ancora più dure da sopportare se agli infelici viene offerto da una parte uno specchio per contemplare tutto l’abisso della propria desolazione e, dall’altra, uno schermo per poter ammirare la dorata irraggiungibile esistenza dei privilegiati. È proprio quello che succede alla piccola Cabiria, scarrozzata per una crudele ripicca in Via Veneto su una fuoriserie guidata dall’aitante Amedeo Nazzari. Ma ancora una volta sarà l’arte, se pur rappresentata da festanti musicisti di strada, a far tornare il sorriso sulle labbra dell’ingenua Cabiria. Un film raccontato senza retorica, in cui (come ne Il bidone) sono ancora evidenti i legami con il neorealismo.
Fonte: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/6/68/Giulietta_degli_spiriti.JPG
Per otto anni Fellini lavorò con altre attrici e poi finalmente la chiamò come protagonista assoluta (addirittura anche nel titolo) in quel curioso, onirico, indecifrabile film che è Giulietta degli spiriti (1965). Un’opera originalissima che ha dato adito ai giudizi più disparati, un film decisamente ‘felliniano’, per usare un aggettivo che, quando fu aggiunto al vocabolario della lingua italiana, suscitò grande stupore nel regista, il quale proclamò di ignorare del tutto cosa volesse esprimere. Per il suo pubblico, invece, l’aggettivo ha un significato preciso e identifica perfettamente uno stile diverso da quello di tutti gli altri ma unico nelle sue peculiarità. Comunque lo si voglia valutare, il film è sicuramente uno spettacolo che lascia il pubblico inchiodato allo schermo per tutta la sua durata.
L’ultimo lavoro realizzato dal geniale sodalizio coniugale fu Ginger e Fred (1986) accanto a Mastroianni: una feroce critica del panorama televisivo contemporaneo, “contro l’abuso sconsiderato che si fa della televisione … che intorpidisce lo spettatore, indebolendo pericolosamente le sue capacità di riflettere, di emozionarsi” (Fellini).
Un’attrice unica nel panorama cinematografico non solo italiano, un mimo, uno spiritello incantato, una piccola Charlot dall’irresistibile sorriso, consacrata persino in un’edizione di Topolino!