Che poi ho questa difficoltà a capire le grandi tragedie, le fosse comuni, il sangue nei numeri. Che per me il male è sempre stato faccenda di un uomo soltanto, al limite un uomo e una donna che si perdono, smettono di parlarsi. Il resto: geopolitica. Provo questo fastidio per la moltiplicazione della sofferenza perché oltre un certo punto non riesco a pensarla. Forse risale al principio, alla duplicità perpetua: il bambino con i soldati al computer e, altrove, lo straniamento di non riconoscersi mai nei riflessi, poi le poesie e gli articoli d’opinione, il dolore di ogni singola parola sciolto nel profluvio del discorso. Nella somma di troppi volti vedo soltanto la specie, e della specie non m’importa.
Se leggi, stamattina ti pensavo. Se non leggi, ti pensavo comunque. Solo te, sul fondo del cumulo d’infelicità e terra, sul fondo, tana di topo, ti pensavo, mia piccola asimmetrica celletta d’alveare.












