Prima che il fascismo arrivasse al potere in Italia, molti sostenevano ch'esso fosse incompatibile con la nostra psicologia individualistica. La stessa incompatibilità fu sostenuta in Germania, confrontando il primitivismo di Hitler al grandioso contributo dei tedeschi alle arti e alla filosofia. [...] si poteva udire fino al 1933: «La Germania non è l'Italia» e dal 1933 al 1938 «L'Austria non è la Germania». Bisogna aver chiaro in mente che anche la tradizione nazionale la più solida è rappresentata, nella stratificazione psicologica dell'individuo medio, da elementi del tutto superficiali, i quali sono tra i primi a svanire in condizione di profondo turbamento. Nessun paese possiede una tradizione o una psicologia nazionale che renda il totalitarismo fatale, ma neanche che a priori lo scarti. La psicologia nazionale interviene nella genesi del totalitarismo come elemento puramente decorativo e può servire a far distinguere il fascismo tedesco da quello ebreo (sì, esiste anche questo), il fascismo italiano da quello francese o irlandese. Ma la civiltà di massa tende, d'altronde, a livellare le psicologie nazionali, mentre neppure scalfisce i complessi atavici. Questi si ritrovano anche in uomini del tutto sprovvisti di tradizione nazionale, essendo residui di un'epoca in cui le nazioni neppure esistevano, e molto probabilmente essi continueranno a sussistere anche quando le attuali nazioni saranno sparite.
Ignazio Silone, La scuola dei dittatori, Oscar Mondadori, 1977; p. 77.
[1ª ed. originale Die Schule der Diktatoren, Europa Verlag, Zurigo, 1937; 1ª pubblicazione in Italia a puntate su Il Mondo nel 1962]








