I preparativi bellici in corso in Nord Europa Negli ultimi tempi l’Europa settentrionale sembra brulicare di preparativi bellici. Si apprende ad esempio da fonti specialistiche che il porto di Rotterdam, il più grande d’Europa, «sta adottando misure per affrontare un’eventuale guerra con la Russia», riservando aree di banchine a navi NATO cariche di veicoli, munizioni e attrezzature militari e pianificando esercitazioni anfibie. Lo stesso amministratore portuale spiega che, di fronte a un’ondata di traffico bellico, Rotterdam collaborerà con il vicino porto di Anversa «dove possibile». Nel frattempo, gli Stati del Nord stanno potenziando strade, ferrovie e ponti in chiave militare: finlandesi, svedesi e norvegesi hanno approvato un progetto congiunto per costruire una ferrovia che, dal porto norvegese di Narvik, porti truppe e armamenti direttamente ai confini russi. In pratica si punta a bypassare i tradizionali corridoi baltici e marittimi: come avverte un generale norvegese, «dobbiamo prepararci alla guerra»: se il Baltico dovesse chiudersi, il 90 % delle forniture finlandesi (e le difese di 5 milioni di cittadini) dovrà passare per la Scandinavia internajamestown.org. Gli stessi leader nordici concordano che, “in caso di crisi”, l’unica rotta di supporto alla Finlandia sarà via Norvegia e Svezia. Inoltre si valuta la conversione della rete ferroviaria finlandese dal tradizionale scartamento russo (1.524 mm) a quello standard europeo (1.435 mm), sia per fluidificare i rifornimenti NATO che per complicare eventualmente gli spostamenti russi. Questi interventi si aggiungono a una fitta rete di nuove fortificazioni nei paesi baltici e scandinavi. In Estonia è stato avviato il progetto di una “Linea di difesa baltica” lungo il confine russo: si scavano trincee anticarro 4×3 metri, si costruiscono bunker e posti di blocco (una cinquantina di bunker previsti entro fine anno). In Finlandia, intanto, è in corso la realizzazione di lunghe recinzioni in barriere di filo spinato alte 4-5 metri lungo i 1.300 km di frontiera con la Russia, con pattugliamenti e sistemi di allerta, mentre il governo ha annunciato di voler stoccare enormi quantità di mine terrestri. Anche la Norvegia sta vagliando la costruzione di una barriera simile sul proprio confine orientale. Tutte queste opere, spiega la stampa locale, mirano ad «interrompere la rapidità di un’eventuale invasione russa», sul modello delle antiche linee difensive costruite nel Baltico durante la Guerra Fredda.La strategia NATO e politiche UE Tali preparativi militari s’inquadrano in una strategia più ampia dell’Alleanza Atlantica e dell’UE. Il piano UE “Re-Arm Europe” mette sul tavolo miliardi di investimenti in difesa: dal 2021 l’UE prevede di mobilitare circa 800 miliardi di euro per ammodernare eserciti e infrastrutture militari (accordo fortemente sostenuto da Commissione e Parlamento Europeo). Il Parlamento UE ha infatti approvato una risoluzione che invita a creare “obbligazioni europee” ad hoc per finanziare gli armamenti e a utilizzare ogni risorsa pubblica (inclusi gli aiuti “coronabond” avanzati) per l’industria bellica. Contestualmente la Commissione sta progettando riserve strategiche di farmaci, materie prime critiche (rame, litio, grafite, ecc.) e altre risorse per fronteggiare eventuali strozzature dovute alla guerra. L’enfasi sulla “minaccia russa” appare spesso scollegata da chiari obiettivi politici immediati. Come nota L’AntiDiplomatico, tali accordi di “Military Mobility” trasformano l’intero territorio nazionale in una base di guerra NATO, con le infrastrutture civili convertite a uso militare senza particolare scandalo. Allo stesso modo il premio Nobel John Pilger sottolinea che in realtà la guerra è «un fatto economico necessario, il perfetto connubio di sussidi pubblici e profitto privato» (consortiumnews.com): subito dopo l’11 settembre 2001, per esempio, i titoli delle imprese belliche USA schizzarono alle stelle. L’esperienza storica conferma il nesso fra conflitti e boom economico: nella Seconda Guerra Mondiale la spesa governativa salì dal 5 % al 67 % degli investimenti nazionali tra il 1940 e il 1943. Quell’enorme stimolo finanziò contratti militari che in poco tempo quasi raddoppiarono la crescita economica americana, spazzando via gli ultimi effetti della Grande Depressione. Figura: Debito pubblico USA (percentuale del PIL) dal 1900 a oggi. Si nota come il debito abbia toccato picchi record in corrispondenza dei due conflitti mondiali (World War II spinto al 119% del PIL) e si mantenga oggi su valori analoghi.Il grafico del debito pubblico statunitense mette in evidenza questo meccanismo: dal 1941 al 1946 il rapporto debito/PIL salì dal 45 % al 119 % mentre il Paese si mobilitava per la guerra. Nei decenni successivi quell’«eccesso» di debito fu completamente eroso dalla crescita economica post-bellica. Analogamente, l’attuale debito USA (oltre 36 trilioni di dollari, circa il 120 % del PIL) ha raggiunto i livelli più alti dalla Seconda Guerra Mondiale. Le élite finanziarie hanno ormai enormi masse di liquidità e di debito accumulate dopo anni di tassi bassi e interventi delle banche centrali. Un conflitto su vasta scala fornirebbe un giustificato pretesto per nuove emissioni obbligazionarie (finanziate persino attraverso strumenti europei comuni), lasciando che inflazione e mobilitazione militare «erodano» gran parte del debito reale.Chi specula sulla guerra Al termine di questo lungo percorso, emerge un quadro chiaro e inquietante. I preparativi infrastrutturali non appaiono dettati dall’urgenza di una minaccia imminente, bensì spinti da poteri economici che vedono nella guerra la soluzione a bolle speculative e debiti insostenibili. Solo lo «stato di guerra», infatti, consente di mobilitare ingenti risorse pubbliche, ridefinire rapporti di forza economici e disinnescare (in parte) gravi crisi di sovrapproduzione e credito. In questo senso, la corsa alle fortificazioni nei Paesi baltici e nordici va letta più come un capitolo del «piano economico globale» che come mera difesa nazionale. In parole povere, la finanziarizzazione estrema e il debito record di USA e Unione Europea trovano nella prospettiva della guerra un paradossale banco di prova: da un lato scatena una gigantesca spesa pubblica che gonfia temporaneamente il PIL (ammortizzando la bolla finanziaria), dall’altro offre alle élite globali il pretesto per imporre sacrifici e redistribuire risorse sotto forma di contratti militari. In conclusione, se davvero assistiamo a uno spiegamento bellico così massiccio al confine europeo, è lecito sospettare che l’interesse reale non sia tanto geopolitico quanto economico. La grande finanza mondiale – supportata da fondazioni e think tank globali – vede nella guerra un’occasione storica per «scaricare» le proprie bolle finanziarie e legare i governi all’enorme macchina bellica. D’altra parte, lo scoppio di un nuovo conflitto globale inaugurerebbe inevitabilmente nuove ondate di inflazione, emissioni di debito militare e crescita legata agli armamenti, riequilibrando i bilanci statali. Detto in altri termini: preparativi così imponenti fanno pensare a una guerra certo temuta da molti, ma di cui in realtà si vuole anche sfruttare gli effetti economici, in un quadro che Pilger definirebbe senza mezzi termini «socialismo per i ricchi».La guerra come giudizio sul potere Quando l’enorme bolla finanziaria generata da decenni di speculazione incontrollata, debito pubblico strutturale e finanziarizzazione dell’economia trova il suo “sbocco risolutivo” nella guerra, ci troviamo di fronte non solo a un fatto storico o geopolitico, ma a un giudizio morale sull’uso del potere. È come se l’economia mondiale, ormai incapace di riformarsi da sé, cercasse nella distruzione il modo per rifondare se stessa, accettando — o meglio, imponendo — la sofferenza di milioni di persone come parte del bilancio. Il passaggio da una crisi della moneta a un’economia di guerra è la trasposizione tragica del principio secondo cui tutto è sacrificabile davanti alla conservazione del potere di pochi. Così, mentre gli Stati si dichiarano paladini della libertà e della pace, costruiscono muri, scavano trincee e convertono porti e strade per i carri armati. Ma l’uomo non è fatto per essere un mezzo. Nessuna esigenza di sistema, nessuna razionalità politica, per quanto sofisticata, giustifica l’idea che il destino collettivo debba essere ricostruito periodicamente attraverso il sangue e le macerie. In uno dei suoi scritti più lucidi, Jacques Maritain denunciava con fermezza l’uso strumentale della guerra da parte delle élite:«Non si può parlare di giustizia, se il potere, sotto la maschera della difesa, si serve della guerra per perpetuare i propri privilegi economici o per occultare la bancarotta morale di un sistema».— Jacques Maritain, “Umanesimo integrale”, , Edizioni Morcelliana, Brescia, 2000, p. 223.Ogni volta che una società preferisce la guerra alla verità, sceglie di abdicare alla propria responsabilità storica, che è quella di educare il popolo, proteggere i deboli, costruire il bene comune con pazienza e ragionevolezza. Ogni volta che i potenti spingono le nazioni al conflitto per sfuggire al giudizio sul loro fallimento, la realtà presenta il conto, facendo emergere — spesso in modo brutale — la falsità di chi credeva di poter manipolare tutto, perfino la vita e la morte. È allora che il potere si 'emancipa' dalla verità e l’economia diventa fine a se stessa, anche a costo della distruzione.«La perdita del senso del mistero dell’uomo apre la strada al dominio della forza, dell’ideologia e della morte»— Henri de Lubac, Paradossi e nuovi paradossi, Morcelliana, p. 91Non c’è pace senza verità. E non c’è futuro senza il coraggio di ammettere che un mondo fondato sul debito, sull’usura, sull’industria della guerra e sul disprezzo dei popoli è destinato, prima o poi, a cadere sotto il peso delle proprie menzogne. *** Fonti: riscontri giornalistici e analisi sui preparativi militari in Europa (Agenzia Nova - agenzianova.com), realtà analitiche indipendenti (jamestown.org) e dati storici sull’economia di guerra (consortiumnews.com)
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